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Tempus fugit

Postato da il 19 feb 2012 in Simposio | o commenti

di Raffaele Pellegrino

E’ lecito porsi a un certo momento della propria vita la domanda se la bellezza sia eterna oppure destinata a consumarsi insieme al tempo che, dicono, porti via tutto, abbruttisce e fiacca persino la memoria. Non ci ho mai creduto, i gesti rimangono per sempre, le parole anche, l’amore anche. Eppure io stesso mi accusavo di astrattezza nel parlare di questo; in fondo, se la memoria cede, cede anche tutto il resto, anche tutta la bellezza che si ricorda o si…ricordava.
Allora, decido di chiedere alla natura, che subito mi accontenta: vedo una rosa, bellissima, imponente, rossa, sembra indistruttibile. Diceva Shakespeare: “Cosa c’è in un nome? Quel che chiamiamo rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe sempre lo stesso dolce profumo.” E, tuttavia, dopo qualche giorno, rimane cenere e sospiro di una tenerezza che non c’è più.
Forse, alzando gli occhi al cielo, qualcosa cambierà: vedo le stelle e il sole, mi sembrano davvero piccoli, ma la grandezza non deve essere necessariamente un attributo dell’eternità. Eppure nella notte il sole si nasconde, le stelle spesso sono coperte dalle nuvole. La visibilità costante deve essere una virtù dell’eternità, altrimenti rischio di…dimenticarmi dell’eternità in questione. Così ho deciso.
Mi convinco che la bellezza è destinata a sfiorire, a essere celata, a consumarsi, a essere dimenticata.
Non riesco ad accettarlo e comincio a suonare la chitarra, note immortali, canzoni intramontabili. Eppure anche loro tendono sottrarsi al ricordo: non tutti rammentano l’esatto succedersi della melodia, forse neanche delle parole. La mia esecuzione è destinata a cadere nella polvere della memoria anche della mia mente.
Inutile, mi dico, il tempo è più forte di me, di noi, dell’uomo, della fragilità dell’uomo.
Sono ancora inquieto: possibile che non ci sia nulla che esista da sempre e rimanga immutabile nel tempo?
Anche il mare cambia colore dominato dal cielo, il cielo stesso, colorato dallo scorrere del tempo, muta in infinite variazioni armoniche e cromatiche.
Chissà, forse solo il pianto è un’esperienza davvero eterna. Non è così, anche le mie lacrime si asciugano in pochi istanti, bruciate dall’ardore del cuore, destinato, anch’esso, a fermarsi.

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Sanremo misogino

Postato da il 19 feb 2012 in Simposio | o commenti

di Carmen Trigiante

Povera donna nello show musicale più atteso dell’anno. Alla fine della penultima serata, non solo i ringraziamenti le vengono negati, ma perfino il solito mazzo di fiori, che resta stretto stretto tra le braccia di Morandi. Ben sappiamo che negli ultimi anni siamo riusciti a sfoggiare al peggio la nostra mediocrità maschilista in tutto il mondo, ma che abbiamo perso anche quel savoir faire che per lo meno ci dava una parvenza di civiltà, questo proprio non lo si può tollerare. Lungi me l’idea che il delizioso Moranti o tanto meno il bravo Papaleo siano due misogini, ma il risultato di un’impostazione sbagliata, ahimè, è stato davvero di pessimo gusto. Sarà per gioco, sarà per provocazione, fatto sta che l’unica figura femminile, stretta e imbarazzata nelle retrovie di un palco dominato da uomini, si è totalmente eclissata all’ombra dei due “mattatori”, nonostante i dieci centimetri di altezza con cui li sovrastava e il vestito ben più scintillante. Mi chiedo: è proprio questa l’immagine che vogliamo dare della donna nel mondo? Silente, imbarazzata, indecisa perfino se vestire o no un sorriso troppo contestato nei giorni precedenti, incapace o impossibilitata anche a leggere il gobbo con le presentazioni degli artisti. Certo, Sanremo non è mai stata la fiera delle pari opportunità, e il barlume di speranza che aveva fatto intravedere l’edizione della Clerici si è spento con Belen e la Canalis, declassate a vallette, ma per lo meno accettabili perché danzanti, canticchianti, in un’espressione, parlanti. Che dire adesso? Le parole non bastano per esprimere quella che dovrebbe essere l’ennesima umiliazione per tutto il mondo femminile. E non per colpa della povera malcapitata in questa edizione di uomini, ma perché siamo andati a prenderla da chissà dove, nel tentativo di internazionalizzarci e magari pure “globalizzarci”, e poi siamo riusciti a fare una figura da tribù di trogloditi.

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Hugo Cabret

Postato da il 18 feb 2012 in Cinema | o commenti

di Francesca Vitale

Partiamo dal presupposto che Hugo Cabret è soprattutto un film per cinefili. Ahimè devo dire che le campagne pubblicitarie delle grosse produzioni solitamente finiscono per tralasciare aspetti a volte molto importanti del film che stanno promuovendo, a favore di quelli più commerciali e di facile presa. C’è da chiedersi però se effettivamente chi promuove questi film e ne studia le campagne di marketing veda il film stesso oppure si affidi a qualche breve trailer trovato online, così giusto per farsi un’idea. Vero è che in alcuni casi  anche chi si affida alle testate giornalistiche di settore, credendo di essersi affidato a fonti autorevoli, viene un po’ fuorviato da recensioni talmente banali e superficiali che offendono l’intelligenza di chi poi il film lo va a vedere. Perciò il mio umile consiglio è quello di leggere anche e soprattutto le recensioni degli appassionati in rete, che oltre ad essere più coerenti e dettagliate , non sono soggette ad alcuna logica di mercato e dunque sono SINCERE. Unico inconveniente: non troverete mai le recensioni prima di qualche giorno dopo l’uscita del film nelle sale, perché l’appassionato scrive dopo che il film se l’è andato a vedere a proprie spese e nel proprio tempo libero, e non può dunque partecipare alle anteprime riservate alla stampa.
 Perché vi dico questo? Perché non capisco per quale motivo Hugo Cabret sia stato pubblicizzato maggiormente (trailer compreso) come film per famiglie, sfruttando la logica del romanzo di formazione alla Dickens. Hugo il povero orfanello sperduto nella Parigi del novecento come Oliver Twist lo era nella Londra dell’ottocento. Certo forse, e dico forse, il film può rispecchiare questo tipo di trama per alcuni aspetti ma non ha le caratteristiche per esserlo appieno. Perché? Perché questo film è molto di più e se può aver sorpreso e meravigliato i genitori di certo può aver annoiato molti bambini che aspettavano avventure che non arriveranno mai e non hanno potuto cogliere fino in fondo il tema che è realmente il cuore di questo film, l’amore per la settima arte. Insomma, a mio modestissimo parere, la campagna pubblicitaria può aver tagliato fuori tutti quei cinefili che si sa, sono sempre un po’ snob e che non vanno a vedere le storie di ragazzini orfani e delle loro avventure, ma sarebbero andati volentieri a vedere la vera storia del padre del cinema come lo conosciamo oggi, George Méliès. E fatemi dire da studentessa di storia del cinema e fan di Méliès che effettivamente sono pochi gli aspetti romanzati (sulla sua vita intendo), cosa che fa ancora più piacere a qualsiasi estimatore.

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Università per classi

Postato da il 10 feb 2012 in Simposio | o commenti

di Carmen Trigiante

Non si paga coi soldi l’istruzione, ma col sudore della mente. Non è più nutrito l’animo di chi studia su computer all’ultimo grido, ma quello di chi sforza gli occhi al chiarore della lampadina che si affaccia dal comodino, nel silenzio di una notte ricca di fervore dopo una giornata sbattuta a guadagnarsi il pane. Vogliono toglierci questo. Vogliono dirci che chi ha i soldi per pagarsi l’università migliore, vale di più. Vogliono sputare in faccia ai sacrifici, ai sogni, per distruggere definitivamente ciò che questa società classista sta sbranando: la speranza. Perché restare a guardare senza sprecare una parola su questo scempio? Perché non unirci alla protesta pacifica e accorata degli studenti che vedono schiacciare l’unica cosa che ancora non gli era stata tolta? L’illusione che l’amore per il sapere potrà un giorno cambiare le cose è sacrosanta, intoccabile, irrinunciabile, se non si vuole cadere nella depressione sociale, che graverebbe sulle nostre teste con più veemenza di quella economica. Tasse più alte; eliminazione dei benefici per i meno abbienti, sostituiti da prestiti erogati agli studenti e restituibili semmai ci si introdurrà in un mercato del lavoro precario e senza prospettive; abolizione del valore legale della laurea, con conseguente discriminazione tra università private di serie A, e università per poveri, di serie B.

Parliamo, scriviamo, urliamo che tutto questo non è corretto, ma è sporco, violento, ingiusto e profondamente triste. Scriviamone tutti, perché sulla passione per la cultura si fonda il futuro, sulle parole che la difendono si fonda il presente. Se ci lasceremo sfuggire questa occasione, saremo complici di un terribile delitto. 

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Grazia e furore (2011) della salentina Heidi Rizzo, in anteprima a Bari

Postato da il 9 feb 2012 in Cinema | o commenti

di Francesco Monteleone

Fabio e Gianluca Siciliani sono due Muay Thay figther di Lecce. Accostati l’uno all’altro si fa fatica a distinguerli, anche perché sono fratelli.  Dalla fanciullezza in poi hanno vagato in un’unica direzione morale: aspirano a rimanere buoni, in nome del loro padre defunto. Vogliono conservare l’armonia in famiglia, assistendo la madre e crescendo i figli. Riescono ad annientare le paure del futuro rimanendo vicini. Non appaiono tracotanti, né occupano le prime posizioni in società. Sono due giovani non alienati, che esprimono simbolicamente le loro capacità dinamiche con gomitate, calci e sfinimenti. Perché sono due picchiatori olimpici, due combattenti della boxe thailandese che forse è meglio non fare arrabbiare mai.

Sviluppando un’intuizione di Alessandro Valenti la regista salentina Heidi Rizzo ha voluto raccontare la loro vita con “Grazia e furore”, un docu-film di 65 minuti, prodotto dalla Saietta film di Edoardo Weinspeare e Gustavo Caputo, in collaborazione con Rai Cinema, con il sostegno di Apulia Film Commission e del Comune di Lecce. La giovane Heidi non si è fatta trarre in inganno dalle sintesi della sceneggiatura. Per un anno è vissuta tra i due fratelli, potenziando la sua visione di  documentarista dell’uomo e dei suoi sogni misteriosi. Dopo essere stato presentato all’ultimo Festival internazionale del cinema di Roma il mediometraggio (grazie a sant’ Oronzo) non è rimasto nascosto nei depositi e il 7 febbraio è stato proiettato a Bari, nella più frequentata multisala della città, il cinema Galleria. Lo hanno visto pochi spettatori, un paio di giornalisti, perché il genio del marketing aveva previsto nessuna promozione dell’anteprima.  Evitiamo le polemiche, riprendendo le fatiche della critica. Muay Thay è la boxe thailandese. Una sfida  fisica sanguinolenta, traumatica che per il popolo asiatico è un misto di sudore, spiritualità e dovere. Per saperla interpretare, il maestro Sangtiennoi Sor Rungroj ripete che bisogna comprendere e utilizzare il ‘morbido e il duro’.

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Bif&st 2012 Bari International Film Festival

Postato da il 6 feb 2012 in Cinema | o commenti

di Francesco Monteleone

Si chiamerà “Festival Carmelo Bene”, si svolgerà da sabato 24 a sabato 31 marzo, costerà 1 milione di euro + IVA, offrirà 8 anteprime cinematografiche al teatro Petruzzelli di Bari, avrà come presidente onorario Ettore Scola. Serena Dandini condurrà, insieme alla Lino Patruno Jazz Band, la serata finale per la consegna dei premi attribuiti dalle giurie ai film di lungometraggio. E dentro queste evidenze ci sono decine di proiezioni che sicuramente faranno superare gli 80 mila biglietti comprati mediamente in ognuna delle edizioni passate.
 Il Bif&est (Bari International film festival) 2012 non corre nessun pericolo di affondare nel mare in tempesta della cultura italiana. Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, e lʼassessore al Mediterraneo, Cultura e Turismo Silvia Godelli sono due capitani di lungo corso che seguono le rotte sicure della conoscenza, senza fare inutili e pericolosi ‘inchini’ al mercato.
La terza edizione è stata presentata ufficialmente alla stampa nazionale a Roma, nella sede della Fandango. Il direttore artistico Felice Laudadio ha spostato il suo festival a primavera, per fare in modo che i film non partecipanti alla Berlinale potessero scegliere di mettersi in mostra proprio a Bari. Il programma finale della seguitissima manifestazione si saprà sicuramente alla vigilia dell’inaugurazione, perché Laudadio non smette mai di cercare fino all’ultimo qualcosa di originale.

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“VaRAIty” di Giuliano Ciliberti e Mirko Guglielmi

Postato da il 3 feb 2012 in Teatro | o commenti

di Francesco Monteleone

A fare le donne sono meglio gli uomini, in teatro. Scusate il paradosso, gentili lettrici, ma dopo aver visto ‘VaRAIty’, lo spettacolo firmato da Giuliano Ciliberti e Mirko Guglielmi ci viene dal cuore di riconoscere ai maschi naturali una straordinaria capacità di mimesi del gentil sesso. Le interpretazioni di Eleonora  Magnifico, en travesti, sono arte e divertimento allo stato puro. E il cantante che incassa simpatia, i ballerini più reattivi di tigri ferite rendono lo show in questione un incrocio senza limiti di bellezza e bravura.
Spieghiamo meglio. Da 13 settimane il capocomico Nicola Pignataro ha affidato il teatro Purgatorio, il venerdì, a un giovane attore di compagnia, Giuliano Ciliberti, che conosce la storia della RAI meglio di tanti raccomandati di Viale Teulada. ‘Ogni intuizione è legata un sentimento’ dicono i sofisti. L’amore per la tv nazionale ha fatto nascere in Ciliberti e in Mirko Guglielmi la voglia, a lungo soffocata, di ribaltare sul palcoscenico teatrale i migliori ricordi degli italiani cresciuti a pane, mortadella, Studio 1, Carosello e Canzonissima. Insomma un’ operazione difficilissima, ma commovente. Così sono stati messi in opera 91 minuti di varietà, a un prezzo che sfida la crisi, per un pubblico che, in ogni replica, fermenta le proprie preferenze cantando, fotografando,  applaudendo a scena aperta le esibizioni dei giovani interpreti. ‘Questo è un appuntamento che ci riporta in bianco e nero’, dice il presentatore all’inizio. Infatti il suo novellare riguarda soprattutto le più belle pagine di spettacolo che la RAI ha donato agli abbonati, quando la tv di stato era unica e i suoi autori funzionavano. Non è facile che qualcuno possa manomettere i ricordi altrui e ravvivarli con un’emozione più grande. Eppure è proprio quel che accade agli spettatori di ‘VaRAIty’, seduti e a bocca aperta sotto il sipario, in penitenza, a spiare i campioni del divertimento.

 

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Le amiche di Sex and the City

Postato da il 2 feb 2012 in Il Femminile, Rubriche | o commenti

La Società Italiana delle Letterate ha organizzato il convegno “Io sono molte. L’invenzione delle personagge”, che si è svolto a Genova dal 18 al 20 novembre 2011.
Nel video a fine articolo, l’intervento di Francesca Romana Recchia Luciani (Università di Bari): Le amiche di Sex and the City.
Nuove figure di donna, che la SIL - societadelleletterate.it - ha deciso di chiamare personagge, abitano romanzi, film, serial tv, pièce teatrali, ma anche diari, autobiografie, memoir, arte e poesie. Un convegno per seguirne le tracce, imparare dalle loro parole, dalle loro azioni come si costruisce la nuova personaggia. E guardare chi sono, come vengono inventate, scritte, rappresentate – e da chi – le nuove donne, alle quali danno parola autrici di tutto il mondo, in un intreccio di trame, percorsi e itinerari. E anche gli autori, vedi il caso di Millennium, sono a loro volta sempre più propensi a inventarsi nuove eroine. Le personagge offrono l’ottica con cui interpretare il variegato mondo delle scritture.

Il convegno di Genova è stato il gesto inaugurale di questa innovativa chiave di lettura dove confrontare studi, riflessioni e autrici con un’assise di lettrici e lettori.

Video a cura di Federica Fabbiani e Marzia Vaccari - women.it

 

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A.C.A.B. (All cops are bastars)

Postato da il 29 gen 2012 in Cinema | o commenti

di Francesco Monteleone

“Celerino figlio di puttana, celerino figlio di puttana…” La prima inquadratura notturna di “A.C.A.B.” è una scelta drammaturgica perfetta, un inizio emozionante per 5 storie di vita difettate. Piefrancesco Favino detto ‘cobra’ è un agente di quelli che vengono pagati per dare mazzate o prenderle, senza sapere i perché. Canta a squarciagola, in motocicletta, il jingle che si sente rivolgere ogni giorno per strada da tutti i reietti dell’umanità: disoccupati, migranti senza permesso di soggiorno, neonazisti, ultras del calcio, xenofobi, sfrattati…E mentre corre nella periferia desolata di Roma cosa gli succede? Vi consigliamo di pagare il biglietto del cinema senza temere di addormentarvi come a ‘Benvenuti al nord’. Ogni giorno nei tg di regime i mezzobusto pettinati e profumati elencano fatti terribili, ma sintetizzati in 120 secondi di notizia più immagini. Ebbene questo film allunga il brodo della cronaca, trasformandolo in veleno per le anime pie. Con Favino altri 4 attori interpretano la parte dei celerini. La facce sono quelle giuste; se li incontrassimo in un autogrill, in questura o in uno sciopero sindacale avremmo paura di loro. Il film che vi proponiamo è tratto dall’omonimo romanzo di Carlo Bonini – edito in Italia da Einaudi – basato su una storia vera. “ACAB” è l’acronimo di “All cops are bastards” (tutti i poliziotti sono bastardi) un motto che, partito dal movimento skinhead inglese degli anni Settanta, è diventato nel tempo un richiamo universale alla guerriglia nelle città, nelle strade, negli stadi.
Chi sono i celerini italiani? Rimettendo insieme tutti gli appunti presi durante la proiezione viene fuori una figura sociale rasoiata dalle contraddizioni. Il celerino ha soprannomi poco pacifici: ‘Mazinga’, ‘Cobra’, ‘Negro’ ecc. È un pessimo padre, incapace di educare i valori etici ai propri figli. È un marito intagliato nella solitudine, abbandonato dalla moglie, punito con l’allontanamento dei figli. Si esprime con linguaggio gergale, battute caustiche, minacce e insulti anche verso gli amici più fraterni. Fa guerra ai carboidrati e si allena con il rugby. È di destra, tendenzialmente fascista, preferisce la vendetta alla giustizia della carta bollata. Si considera malpagato, mal compreso, malmenato. Vede le dinamiche del potere dal basso, sabotato nella sua moralità da uno scadente stipendio, dal pericolo di morte continuo, dalla sua rozzezza intellettuale e politica.
Abbiamo chiesto allo scrittore Carlo Bonini se ha vissuto da poliziotto o da ultras o da nazista, visto che ha descritto tanto intimamente quei mondi impenetrabili. «Ho un passato nei vigili del fuoco e seguo poco il calcio. Faccio il giornalista, ma ho voluto parlare di questi corpi sociali sentendomi libero da pregiudizi. Ho capito che coatti o celerini sono facce di una  stessa realtà…»

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E ora dove andiamo ? (di Nadine Labaki)

Postato da il 29 gen 2012 in Cinema | o commenti

di Luciano Aprile

Dai!, si va a vedere questo film libanese (anzi franco-libanese).
La regista è quella bellissima donna che ha già girato e interpretato (oltre che sceneggiato)  “Caramel”, qualche anno fa. Ma mentre quell’opera era ambientata a Beirut, con epicentro un salone di bellezza intorno al quale orbitavano alcune storie di donne, questo è girato in un villaggio di montagna e ha per tema il conflitto religioso fra cristiani e musulmani.
Dunque il tema è profondo. La regista aveva già, in “Caramel”, evidenziato un tocco sapiente nel mostrare agli occidentali che la vita delle donne a Beirut, metropoli inquieta e dal passato tragico, mescolanza colorata di Europa e medioriente, crogiolo di tradizioni e incrocio di religioni, non è diversa in fondo da quella rappresentata da sit-com come “Sex & city” o “Desperate housewifes”. Per cui se lo scenario ora è quello di un villaggio sui monti del Libano, racchiusa metafora di conflitti ancestrali (l’odio religioso, le recenti guerre civili, i Cristiano-Maroniti, Hezbollah ecc…) il film non potrà che essere serio e impegnato, magari nello stile “leggero” della bella regista.
In più (anche se potrebbe non voler dire niente, vedi i botteghini italiani!) il film risulta essere in testa alla classifica degli incassi in Libano.
Alla luce di ciò, abbacinato da queste fantasie ingenue da epica del cinema, inforco il mio ronzino, allerto il mio personale Sancho Panza, che ha più buon senso di me ma si lascia accompagnare con fiduciosa remissività a vedere i film che scelgo io, alla luce dello stereotipo (falso, come tutti) che io sia ‘competente’ di film, vado. E, come Don Chisciotte, è giusto che io venga spietatamente disilluso!
Il film comincia con una scena da musical: un gruppo di donne vestite di nero avanza cantando verso la cinepresa, con movenze armoniose (tipo il ‘Quarto Stato’ di Pelizza da Volpedo). Quasi una coreografia alla Pina Baush. Lo scenario è un cimiterino di montagna (anzi due: quello cristiano e quello musulmano)denso di polvere, di vento e di povere croci di legno.
Il tema imbanditoci dalla sequenza iniziale è dunque l’odio religioso e i lutti che ha prodotto. Il fanatismo cieco dei maschi, pronti a massacrarsi per un nonnulla, mentre le donne soffrono, piangono, cucinano, ricordano i morti, sognano l’amore ma sono realiste e pacate e sanno le difficoltà dell’integrazione reciproca. Sono materne e protettive, curano la quotidianità fatta di misere cose, gestiscono saggiamente persino la povertà. I maschi invece, eterni bambini mal cresciuti, giocano a carte perennemente, avvolti da una nuvola di fumo. L’unico uomo degno di rispetto sembra essere il vecchio pastore che, all’inizio della storia, raccoglie e riporta sulle sue braccia al villaggio, i resti straziati della sua capra più cara, capitata su una mina antiuomo, retaggio di chissà quale guerra recente. La capra servirà, arrostita, a dare lustro ad una mangiata collettiva, una festa, durante la quale però l’unica televisione del villaggio dà la notizia di un ritorno delle violenze religiose reciproche. Le donne, con prontezza, decidono di dissimulare questa realtà incombente per mantenere la pace della comunità. Su questa idea e su questo fondamento proto-femminista e manicheo, cioè gli uomini infantili, rozzi, fanatici, sanguinari e le donne mature, sagaci, fantasiose e generose, si fonda la struttura sintattica del film.

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The Help (di Tate Taylor)

Postato da il 27 gen 2012 in Cinema | o commenti

di Francesca Vitale

Era da molto tempo che desideravo vedere questo film. In me la curiosità aumentava giorno dopo giorno, in quel perfetto stato di aspettativa ansiosa che è il preludio di un evento che ha per noi un significato particolare. Insomma, come un bambino che aspetta la vigilia di Natale e nel frattempo si perde in fantasiose congetture su quali tra i regali richiesti gli porterà Babbo Natale, mi sono messa a leggere qualsiasi informazione trovassi sul film: sul regista, sul cast , sulla trama, sul romanzo omonimo da cui è tratto, sui prestigiosi premi a cui è candidato, su qualsiasi altra cosa che aumentasse in me, se ancora fosse possibile, la curiosità e il senso di attesa. Dopotutto diceva il poeta e filosofo tedesco G.E. Lessing (ora scimmiottato da una suadente voce maschile nello spot della Campari) in un suo celebre aforisma: “l’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, e infatti questa fase è quella più piacevole in assoluto perché non soggetta ad alcun tipo di delusione, dal momento che la curiosità, al contrario di molte altre cose, è inversamente proporzionale alle critiche. Tuttavia, il rischio di crearsi tante aspettative riguardo qualcosa è quello di andare incontro ad una cocente delusione. E i primi dieci-quindici minuti di un film, le prime venti pagine di un libro così come i primi 100 metri con un paio di scarpe nuove e bellissime sono proprio quelli in cui pensiamo che forse forse  stiamo per averne una. È così, temiamo di aver esagerato con l’entusiasmo e se non andiamo subito incontro al piacere che ci aspettavamo in questo breve, brevissimo arco di tempo diventiamo tre volte più critici (e nel caso delle scarpe irritabili) di quanto non lo fossimo se le nostre aspettative si fossero arrestate al livello di una media-gradevole attesa. E se invece quei primi minuti fossero ancora più interessanti e piacevoli di quanto ci fossimo aspettati???
Tralasciando l’ovvietà, e cioè che ne rimaniamo entusiasti, contenti, soddisfatti ecc, direi che la conseguenza più ricca di significato sia che queste sensazioni lasciano un segno dentro di noi, a volte più superficiale, a volte più in profondità, ma sicuramente ci imprimono il ricordo di quanto ci sia piaciuto in particolar modo un film o un libro, così come tutti ricordiamo almeno un Natale in cui abbiamo ricevuto un bel regalo, IL regalo, quello degno dell’attesa.

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Collega giornalista, s’informi

Postato da il 24 gen 2012 in Simposio | o commenti

di Francesco Monteleone

‘Richiedente asilo’, ‘rifugiato’, ‘vittima della tratta’, ‘immigrato’, ‘migrante irregolare’…Le migliaia di persone che sbarcano in Italia, salvandosi dalle minacciose traversate del Mediterraneo o che eludono i controlli di frontiera come ombre distese sotto le merci sono comunemente definite ‘i clandestini’. Contro una parola usurata che esprime la nostra insofferente ostilità verso gli intrusi, gli altri, i reietti, il sindacato dei giornalisti italiani ha scelto un glossario più adatto a definire l’identità giuridica e morale di ‘persone senza documenti’. Tanti redattori, cronisti, capistruttura che incrociano il problema dell’ immigrazione volontaria o irregolare a metà gennaio 2012 si sono confrontati a Bari, in casa dell’Ordine dei Giornalisti e dell’Assostampa, nella città che per prima affrontò e accolse i pionieri albanesi della Vlora.
La FNSI e l’UNAR (con 3 anni di ritardo!) hanno deciso un percorso formativo che ora diventerà periodico nelle redazioni di quotidiani, radio e tv italiane. Roberto Natale presidente FNSI, Laura Boldrini portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, Massimiliano Monnanni direttore dell’UNAR, Nicola Fratoianni assessore alla cittadinanza sociale della Regione Puglia, il direttore della ‘Gazzetta del Mezzogiorno’ Giuseppe De Tomaso, Stefano Costantini caporedattore di ‘Repubblica’, il vicedirettore del ‘Corriere del mezzogiorno’ Maddalena Tulanti, la direttora di Antenna Sud Annamaria Ferretti, i professionisti e gli studenti della scuola di giornalismo pugliese si imporranno, come azione esemplare, una rigorosa autodisciplina nell’uso di termini più coerenti alla dignità umana.
 “I giornalisti, spesso in buona fede, sono riproduttori di luoghi comuni”, aveva affermato risentita Paola Laforgia, la presidentessa dell’OdG pugliese, inaugurando il lavoro di analisi semantica. “è ora che studino il protocollo deontologico per non maltrattare impunemente quelle persone che finiscono in una terra diversa, deprivate di rispetto e identità.” La Carta di Roma fu approvata il 12 giugno 2008 dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei giornalisti su una sollecitazione della stessa Laura Boldrini, che si era istintivamente opposta al linguaggio intorbidito dei media verso il ‘presunto colpevole straniero’ nella strage di Erba. La parte più importante di quel documento è il glossario. Esso facilita il riconoscimento e la distinzione degli esseri umani che vengono perseguitato per la razza, la religione, la nazionalità o più semplicemente stanno fuggendo dalle penitenze della povertà. Ma non basta. Bisogna evitare che gli stranieri più vulnerabili siano visibili in foto o filmati, non rispettando la loro privacy. Laura Boldrini ha  denunciato centinaia di violente persecuzioni fatte alle famiglie d’origine, quando i rifugiati politici sono riconosciuti dalle polizie segrete degli stati antidemocratici. Infine, sapendo di molti scomposti politici italiani che esprimono teorie razziste bisogna sempre chiedersi se è corretto riferire tutto quel che quel essi che dicono o censurare le insulse aggressioni verbali.  

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Shame (di Steve Rodney McQueen)

Postato da il 15 gen 2012 in Cinema | o commenti

 di  Luciano Aprile

Provo un sentimento di pena per coloro che si sono precipitati al cinema pregustando una full immersion nel porno, nel sesso spinto, immaginando di poter assistere a rutilanti performance erotiche sul grande schermo. Magari un sesso patinato, ammiccante, condito da ottime musiche, lontano dunque dalla volgarità e dalla violenza squallida della pornografia normale, quella allestita in serie per il mercato dell’home video. Ma già il titolo avrebbe dovuto avvertire i più smaliziati che avrebbero potuto trovarsi al cospetto di un sermone moralistico. Vergogniamoci!
Le notizie circolate intorno a quest’opera ci avevano avvisato che il tema è quello della ossessione sessuale, della dipendenza dalla pornografia, della patologia eiaculatoria. Anni fa le cronache avevano informato il mondo del  dramma umano vissuto da un attore famoso come Michael Douglas, costretto a ricorrere alle cure di una clinica specializzata per guarire da simili compulsioni. Oggi è un altro Michael, l’emergente e applaudito Fassbender (proclamato dalla stampa come la nuova star maschile del sex appeal) a interpretare, nella finzione cinematografica una vicenda del genere. Pure, per la nostra cultura inguaribilmente maschilista( qualcuno dice ‘pecoreccia’) una tale patologia pare non debba essere presa sul serio, e lo sghignazzo compiaciuto aveva prevalso, quasi che la dipendenza dal sesso(sex addiction)non potesse mai essere considerata niente di più che la normale disposizione esistenziale del maschio qualunque. Tanto è bastato a creare un’attesa morbosa sui contenuti e le immagini che il film avrebbe offerto. Si sarebbe visto Michael nudo (sì, si vede); avremmo ammirato la tenera, l’infantile, l’innocente Carey Mulligan senza vestiti? (sì, anche questo). Avremmo assistito a orge senza limiti lungo tutta la durata del film? Non tante.

Dell’eros quasi nessuna traccia. La tesi soggiacente sembra essere quella, abusata, della distinzione assoluta tra eros(buono) e porno(cattivo). Tanto che, nell’unica situazione amorosa in cui il protagonista viene coinvolto in una storia ‘seria’, attratto dall’interessamento di lei, oltre che dalla sua bellezza, l’incontro erotico fallisce, un ‘default’ di desiderio, come se il sesso, per lui, potesse funzionare solo in situazioni volgari o di assoluta estraneità dell’altro(esattamente lo stile di relazione privilegiato dal porno). In questo il film è perfino cattolico: nella sola scena orgiastica del film, mentre scopa con due donne, sempre lui, Michael, vede se stesso riflesso in uno specchio e la sua immagine opacizzata e stravolta dall’eccitazione ‘bestiale’ e appare quasi come il volto di un cristo nel momento della sofferenza estrema. La cifra emotiva cui lasciarsi andare, per noi spettatori è il ‘patetico’: si masturba in bagno, ricerca freneticamente in rete immagini e suoni di sfrenata pornografia, accumula quintali di rivistacce come fosse un adolescente. La lezioncina didascalica che dovremmo fare nostra è che ci vuol niente, a noi poveri cristi, vittime delle passioni della carne, a perdere l’intera nostra dignità: c’è qualcosa di più controriformistico che questa equazione fra il corpo e la pregnanza del male?
In chiave psicoanalitica lui è un anaffettivo, un narcisista triste, un farfallone tragico destinato a volare perennemente da un’eiaculazione all’altra. Qualcosa nell’infanzia di lui e sua sorella, deve aver rappresentato il punto d’origine di questa perversione: il trauma originario? Le molestie pedofile impronunciabili subite da un adulto? Un incesto? Non ci viene detto di preciso, ma solo suggerito, durante una conversazione irrisolta tra fratello e sorella. Carey Mulling interpreta infatti la sua sorellina, speculare complemento di questa probabile tragedia familiare: morbosa, instabile, incline al suicidio, incapace ad emanciparsi dalla tutela del rapporto ancestrale col fratello. La sua esecuzione di “New York New York”+, in chiave jazz soporifero, in un locale in cui sbarca il lunario, stenderebbe un cavallo e ci viene propinata per intero riuscendo a farci rimpiangere persino Liza Minnelli!
Non occorre essere pervertiti per sospettare che fra i due corra qualcosa di incestuoso, ma sarebbe troppo dirlo per esteso in questo film ‘chiesastrico’ (direbbe Camilleri). Non ci viene risparmiata invece la discesa agli inferi nella abiezione cui si sottopone il protagonista nella parte discendente della storia: la ricerca di situazioni sordide in cui essere malmenati; di sesso estremo in luoghi squallidi; esperienze ‘omo’ in postriboli che ci ricordano certe situazioni stereotipate come quelle di “Querelle” di Fassbinder; subito dopo postriboli etero in cui ‘purgare’ al più presto subito la propria virilità tuffandosi in rapporti multipli con donne a pagamento (un mondo che forse esiste o che è esistito e che l’avvento dell’AIDS non è servito a debellare). Il finale, che non racconto, si affievolisce, si fa silenzioso: il malato va verso la sua probabile guarigione. Il dramma, lo squallore, le tragedie della sua vita declinano e la storia, forse dopo un trauma necessario, virano verso la redenzione: rivistacce e computer possono finalmente e con un solo gesto essere rigettati e con essi il proprio stesso marciume. E l’ultima sequenza, chiudendo il cerchio aperto da una delle prime, ci mostra una delle tante situazione della sua vita quotidiana ( la sua, chè la nostra non ci propone mai bonazze che si ostinano a guardarci!) che abitualmente tendeva a trasformare in situazioni di ricerca del sesso: la vita è sempre lì, ad attirarti con le sue spire e le sue movenze seduttive. Ma qualcosa è cambiato…
Il regista è londinese ma la location sembra essere new York: ambienti freddi di hotel elegantissimi (“American Psycho”) si alternano a lividi squarci di una metropoli inospitale e pericolosa(“Taxi driver”? “Il braccio vilento della legge”? “Vivere e morire a Los Angeles”?) . Un paesaggio meno che umano, sulla cui bruttezza si aprono vetrate di palazzoni dietro cui si compiono spettacolari amplessi (la scena di sesso consumato in piedi sulla città spalancata, ricorda “Tokio decadence” di Ryu Murakami) godibili persino dagli eventuali spettatori della strada; interni freddi e solitari (il miniappartamento con il giradischi e i dischi in vinile) si alternano a visioni notturne sfocate e in movimento; la città, la gente appaiono sconosciute e minacciose. Eppure, l’unica donna che avrebbe potuto amare, mentre passeggiano, ad una domanda di lui: “Dove vorresti essere ora?”, risponde schietta: “Mi piace essere qui, ora!”.Mi ha fatto pensare a “Midnight in Paris” di Woody Allen, in cui la banalità del presente e la infelicità delle relazioni umane, spinge un’anima sensibile a sognare il passato. Che strano: la commedia brillante di W. Allen ci suggerisce di scappare mentre Il drammone cupo e perverso del giovane McQueen ci dice di stare di qui, di provare ad amare.
Musiche di contorno (quelle che intendono dare alla visione la sua giusta atmosfera) : Glenn Gould. Mentre i luoghi del vizio e della incomunicabilità trasudano ritmi tecno e sonorità ultramoderne.
Significa qualcosa?

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J. Edgar e il preferito illogico

Postato da il 13 gen 2012 in Cinema | o commenti

di Francesca Vitale

Ognuno di noi ha il preferito di qualcosa. Il piatto preferito, il colore preferito, il fiore preferito, ecc.  Ma ci sono vari livelli di preferenza: a volte il motivo è da ricercare in una semplice vicinanza al nostro gusto, nel senso concreto del termine, come accade per il cibo o il profumo per esempio. Ma vi è capitato mai di avere un preferito che è tale in virtù di non si sa cosa? Che ci piace così, a pelle, senza una ragione apparente. Che molto spesso non rientra affatto nei personalissimi canoni di preferenza che applichiamo a tutto ciò che sottoponiamo ad un’analisi di qualche tipo. Ecco, i film di Clint Eastwood sono questo per me. Fanno parte della categoria dei preferiti illogici. Conseguenza di ciò è che vado a vedere tutti i film di Eastwood e finisce sempre che alla fine, quando mi alzo dalla poltrona del cinema, il mio giudizio viene offuscato da questa preferenza assolutamente di parte, nonostante i miei sforzi per rimanere il più possibile obiettiva, come faccio sempre.
Tuttavia qualche cosa ve la voglio dire su questo film, sperando che, come tutte le persone dotate di sensibilità spiccata, possiate comprendere il meccanismo del preferito illogico, perché dopotutto, diciamoci la verità,per ciascuno esiste uno “scheletro nell’armadio” della cultura, magari una passione per i film sugli alieni o un innamoramento seppur temporaneo per i romanzi di Federico Moccia. Certo è che i film del grande vecchio del cinema americano hanno decisamente i loro meriti artistici, lasciatemelo dire, innegabili. Limitando l’esempio ai film degli ultimi 10 anni, vediamo due facce di Eastwood: da un lato ci sono film come A Million dollor baby, Changeling e Gran Torino,costruiti con una maestria stilistica d’altri tempi, interpretati da attori che sembrano nati per quel ruolo e con una visione intimistica d’insieme che tocca l’animo nel profondo.  Dall’altra ci sono film come A letters from Iwo Jima e Flags of our father e come J. Edgar appunto,che sono estremamente … in una parola? Americani. E non solo perché parlano di vicende che fanno parte della storia Americana, ma perché lo stesso modo in cui vengono narrati sembra autolimitare la godibilità del film a chi conosce gli argomenti trattati se non addirittura a chi gli ha vissuti: qualche anno fa i critici italiani si divertivano a definire i film sopracitati film da reduci. Non sono pienamente d’accordo con questa definizione, forse un po’ troppo pleonastica, tuttavia è innegabile che ci sia un fondo di verità in questo.

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Francesco De Gregori, Dante Alighieri e la pizzica salentina

Postato da il 13 gen 2012 in Libri | o commenti

 di Trifone Gargano

Un anno speciale il 2005 per Francesco De Gregori. Ben due eventi musicali danteschi, infatti, si collocano nella produzione discografica del cantautore pescarese per il 2005: la realizzazione del cd Pezzi (nel quale il primo brano, Vai in Africa, Celestino, e il sesto, La testa nel secchio, sono, rispettivamente, ispirati al canto III dell’Inferno e al canto XVII del Paradiso), e la partecipazione come ospite d’onore al concerto di chiusura della «Notte della Taranta», a Melpignano (Le), con la proposta di una canzone dantesca inedita, Nel mezzo del cammin di nostra vita, scritta sui ritmi della pizzica salentina, con i testi attinti da diversi canti dell’Inferno (I, VII, XXVI), e del Purgatorio (III, VI).

 La canzone Vai in Africa, Celestino, con la quale si apre il cd Pezzi, è davvero sorprendente. Innanzitutto, perché capovolge il pregiudizio comune (che nasce proprio dai versi danteschi) secondo il quale papa Celestino V sarebbe stato un ‘vile’, perché rinunciò alla carica di papa per tornare a fare l’eremita, lasciando quindi campo libero ai maneggi del futuro (e corrotto) papa Bonifacio VIII, che tanto danno recò a Dante, a Firenze (e alla Chiesa)!
Se è vero, infatti, che l’anima di quel dannato che Dante dice di riconoscere nella gran folla (senza volto) degli ‘ignavi’ del canto III dell’Inferno è da identificarsi con papa Celestino V («Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, / vidi e conobbi l’ombra di colui / che fece per viltade il gran rifiuto.», vv. 58-60), allora è chiarissimo che il luogo comune (negativo) sulla figura di Celestino V nasce proprio con Dante, e dura fino ad oggi (l’espressione dantesca «colui che fece per viltà il gran rifiuto» infatti è entrata nel linguaggio comune, quasi come un proverbio, un modo di dire, ad indicare vigliaccheria, mancanza di forza e di volontà). Pochissimi altri scrittori, nel corso della storia, hanno fornito di Celestino V una visione diversa da quella dantesca, positiva. Lo fece Francesco Petrarca, subito dopo Dante, nel De vita solitaria, opera nella quale il poeta di Laura rovesciava il (pre)giudizio dantesco sul papa eremita, tessendone un elogio, giudicando cioè la rinuncia al pontificato come esempio di «grandezza d’animo» e non di «viltà»! Molto probabilmente, Petrarca, anche in questa circostanza (come in tante atre), è mosso più dal gusto di opporsi a Dante, contestandone il pensiero, che da un’autentica e seria valutazione umana e religiosa di papa Celestino V.
E’ con il III canto dell’Inferno che inizia la discesa vera e propria di Dante lungo l’abisso infernale, dopo i primi due canti, sostanzialmente, introduttivi del poema. Varcando la porta eterna, Dante si trova nell’Antiferno (o Vestibolo). L’iscrizione che campeggia sulla porta eterna ricorda, a chi la varca, l’inesorabilità della condanna divina: oltre quella porta, infatti, si trovano le anime dannate per sempre!
Il primo gruppo di peccatori (del canto III e dell’intero Inferno) è costituito dagli ignavi, cioè da coloro che in vita non presero mai posizione. Gli ignavi, infatti, qui, sono puniti in modo piuttosto duro, per legge di contrappasso: mentre in vita rimasero sempre indifferenti, adesso sono continuamente in movimento (inseguono un’insegna, una bandiera senza senso) e vengono punti da vespe e da mosconi, fino a sanguinare, con orribili vermi che raccolgono, ai loro piedi, il sangue versato.
Si tratta di una tipologia di peccato (quella della ignavia), in realtà, non contemplato dalla teologia cristiana: i pusillanimi (o ignavi), infatti, non prendendo in vita mai alcuna posizione, vissero senza meriti, ma anche senza demeriti; dunque, non degni di un premio, ma, a ben guardare, nemmeno degni di una punizione! Dante, invece, li punisce, ed anche piuttosto severamente, per questa loro indolenza, per questa loro mancanza di volontà. Dante, cioè, giudica gravemente il venir  meno ad una prerogativa tipicamente umana: quella della scelta responsabile e consapevole, il prendere posizione per qualcosa o per qualcuno, il non restare indifferente dinanzi alle cose della vita! Ad ogni modo, Dante, li colloca non nell’Inferno vero e proprio, ma in questa zona intermedia (nel vestibolo). Il suo disprezzo per gli ignavi, però, è così forte che non ne nomina nessuno, con la sola eccezione per un’anima (vv. 58-60: «colui / che fece per viltade il gran rifiuto»), la quale, molto probabilmente, è da identificare con il papa Celestino V (ma l’identificazione non è affatto certa), che, addirittura, unico caso nella storia della Chiesa, nel 1294 si dimise dal soglio pontificio, lasciando campo libero ai maneggi del cardinale Benedetto Caetani, eletto papa, in quello stesso anno, con il nome di Bonifacio VIII (ed è questa, molto probabilmente, la vera accusa che Dante rivolgerebbe al papa Celestino V, se l’identificazione tra il dannato e il papa fosse accoglibile). Del resto, lo stesso Virgilio, al v. 51, rafforza questo sentimento di disprezzo nei confronti di questi dannati, invitando Dante a non ragionar di loro, ma a limitarsi a guardare e a passare oltre!

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