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A TAVOLA CON …LEOPARDI

di Trifone Gargano

Cogliere l’autore di A Silvia nella sua quotidianità, in particolar modo, nel suo rapporto con il cibo, inteso non simbolicamente o metaforicamente, come si potrebbe pur pensare, essendo stato Leopardi uno dei massimi poeti e pensatori di tutti i tempi, no, ma coglierlo nel rapporto semplice e immediato con il cibo in quanto fatto materiale. Leopardi stesso, nello Zibaldone, ha scritto che il mangiare è

«occupazione interessantissima la quale importa che sia fatta bene, perché dalla buona digestione dipende in massima parte il ben essere, il buono stato corporale, e quindi anche mentale e morale dell’uomo…» [4184]

Lo Zibaldone fu scritto negli anni centrali della sua vita, tra i 19 e i 34 anni, dal 1817 al 1832, per un totale di più di 4500 pagine, annotando pensieri, suggestioni, riflessioni, abbozzi di versi, di progetti, ecc., senza mai pensare a una sua pubblicazione, ma utilizzandolo come personale scartafaccio, deposito ragionato di pensieri, una raccolta, dunque, per la consultazione personale.
Concentrerò questo mio intervento sul rapporto tra Leopardi e il cibo agli anni del soggiorno napoletano, che, per il poeta, furono anni, ancorché estremi, tra i più sereni della sua vita, pur non privi di asprezze e di contraddizioni, di delusioni e di amarezze cocenti, ma anni nei quali la vivacità popolare, i colori, i suoni, i rumori, e i sapori ch’egli poté osservare e pre-gustare, grazie alle lunghe passeggiate quotidiane, da flâneur, come ha scritto Pietro Citati, curioso e goloso, riuscirono a fargli superare le avversità e le contrarietà. Ricordo, qui, che nel dicembre del 1836 Leopardi raccontava in una lettera indirizzata a un amico e critico letterario dello sconforto che lo prese, proprio a Napoli, per via della censura e del blocco dell’edizione delle sue Opere:

«L’edizione delle mie Opere è sospesa, e più probabilmente abolita, dal secondo volume in qua […]. La mia filosofia è dispiaciuta ai preti, i quali e qui ed in tutto il mondo, sotto un nome o sotto un altro, possono ancora e potranno eternamente tutto»

Leopardi giovanissimo, a soli undici anni, scrisse una poesia contro la «minestra», A morte la minestra, in forma di scherzoso sfogo, definendolo cibo «negletto e vile»:

«Ora tu sei, Minestra, dei versi miei l’oggetto,
e dirti abominevole mi porta gran diletto.
O cibo, invan gradito dal gener nostro umano!
Cibo negletto e vile, degno d’umil villano!
Si dice, che resusciti, quando sei buona, i morti;
Or dunque esser bisogna morti per goder poi
di questi benefici, che sol si dicon tuoi?»

Esercizi puerili, certo, direi esercitazioni di scuola, non poesia, caratterizzati proprio dal gusto, tipico dei bambini, per il capovolgimento paradossale delle parole e delle cose: la minestrina avrebbe, sì, il potere di far resuscitare i «morti», riconosce Giacomino, ma, per goderne, constata con divertita amarezza, occorre essere, appunto, «morti».

Puerili e abbozzi vari

Tornò, con lo stesso gusto ironico, sulla minestra, in un distico successivo, che oggi diremmo twitt:

«Chi potrà dire vile un cibo delicato,
che spesso è il sol ristoro di un povero malato?»

Con il cibo, dunque, Leopardi ebbe un rapporto diretto e profondo, non di mera (e necessaria) nutrizione, di necessità per la sopravvivenza, bensì di gusto, di esercizio del piacere.
Come annota, con amorevole scrupolo, Pietro Citati, nella monumentale biografia letteraria dedicata a Giacomo Leopardi, edita da Mondadori nel 2010, il poeta giunse a Napoli il 2 ottobre 1833. Il rapporto con la città fu contraddittorio: da una iniziale fase di (infantile) entusiasmo, Leopardi approdò, nel volgere di pochi anni, a una disperata ricerca di fuga. Ecco, infatti, due opposte testimonianze a riguardo, tratte da due lettere al padre:

Giunsi qua felicemente cioè senza danno e senza disgrazie. La mia salute del resto non è gran cosa e gli occhi sono sempre del medesimo stato. Pure la dolcezza del clima la bellezza della città e l’indole amabile e benevola degli abitanti mi riescono assai piacevoli […].
(Lettera a Monaldo Leopardi, 05.10.1833)

Ora il mio principale pensiero è di disporre le cose in modo, ch’io possa sradicarmi di qua al più presto; ed Ella viva sicura che quanto prima mi sarà umanamente possibile, io partirò per Recanati, essendo nel fondo dell’anima impazientissimo di rivederla, oltre il bisogno che ho di fuggire da questi Lazzaroni e Pulcinelli nobili e plebei, tutti ladri e b[aron] f[ottutissimi] degnissimi di Spagnuoli e di forche […]
(Lettera a Monaldo Leopardi, 03.02.1835)

Se si trascurassero le ostilità che Leopardi subì, anche a Napoli, da parte degli ambienti cattolici, ma anche da parte dei circoli liberali, fino alla censura e al blocco delle sue Opere, gli anni napoletani potrebbero essere visti, complessivamente, come anni relativamente sereni, se non felici, per il poeta. E, in effetti, Napoli gli piaceva. In città, Leopardi poteva passeggiare, perché Napoli gli

dava l’idea di quella flânerie intellettuale, di quell’andare e tornare, girovagare, oziare, guardarsi intorno, interrogare, interrogarsi […].
Nel vagabondaggio c’era sempre qualche tappa privilegiata: una bottega antiquaria piena di vecchi libri: o il caffè delle Due Sicilie, in via Toledo, dove assaporava una granita o un sorbetto: o la pasticceria di Pintauro, in via Santa Brigida, dove mangiava le sfogliatelle e le frolle, i mandorlati e i canditi e le cassate e le paste di riso; e il caffè di Vito Pinto a Largo della Carità, con i tarallini zuccherati, che avevano procurato a Vito Pinto il titolo di barone
(P. Citati, Leopardi, Mondadori, 2010, p. 395)

Lista di cibi, per un infinito piacere …di gola
Si tratta di un minuzioso elenco, compilato da Leopardi, in forma di suggerimenti e di capricci gastronomici, per il cuoco di villa Ferrigni, a Torre del Greco, Pasquale Ignarra, dove il poeta dimorò, con Antonio Ranieri e con la di lui sorella, Paolina Ranieri, gli ultimi tempi del soggiorno napoletano.

Villa Ferrigni

Questo manoscritto autografo è tra le carte leopardiane, nel Fondo della Biblioteca Nazionale di Napoli.

1) Tortellini di magro
2)Maccheroni o tagliolini
3) Capellini al burro
4)Bodin di capellini
5) Bodin di latte
6)Bodin di polenta
7) Bodin di riso
8) Riso al burro
9) Frittelle di riso
10) Frittelle di mele e pere
11) Frittelle di borragine
12)Frittelle di semolino
13) Gnocchi di semolino
14) Gnocchi di polenta
15) Bignès
16) Bignès di patate
17) Patate al burro
18) Carciofi fritti, al burro, con salsa d’uova
19) Zucca fritta ec
20) Fiori di zucca fritti
21) Cavoli fiori ec
22) Selleri ec
23) Ricotta fritta
24) Ravaiuoli
25) Bodin di ricotta
26) Pan dorato
27) Latte fritto, crema ec
28) Purèe di fagiuoli
29) Cervelli fritti, al burro, in cibreo
30) Pesce
31) Paste frolle al burro e strutto, pasticcetti ec
32) Pasta sfogliata
33) Spinaci
34) Uova ec
35) Latte a bagnomaria
36) Gnocchi di latte
37) Erba strascinata
38) Rapa
39) Cacio cotto
40) Polpette ec
41) Chifel fritto
42) Prosciutto ec
43) Tonno ec
44) Frappe
45) Pasticcini di maccheroni o maccheroncini, di grasso o di magro
46) Fegatini
47) Zucche o insalata ec con ripieno di carne
48) Lingua ec
49) Farinata di riso

Biblioteca Nazionale di Napoli, Ms, 19×6 cm, autografo, recto e verso

Come ho già scritto, e come, del resto, è molto noto, Leopardi consumava con avidità e ingordigia gelati e granite, preferibilmente, quelli preparati da Vito Pinto; del quale prediligeva pure i confetti, e i tarallini zuccherati, consumandone in gran quantità, senza freno alcuno.

Antica Caffetteria Napoletana

Come ricorda l’amico Antonio Ranieri, nel suo libro autobiografico Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, al poeta la «limonea gelata che qui chiamano granita», della «Bottega» di Vito Pinto, piaceva così tanto che ne ordinava tre per volta, e che li divorava l’una di seguito all’altra, con ingordigia, spesso attirando la curiosità morbosa e divertita dei presenti.

illustrazione di Giorgio Morea

È noto, pure, che Leopardi non si attenesse minimamente ad alcuna prescrizione medico-alimentare, e che consumasse i suoi pasti negli orari più bizzarri, certamente, non in modo regolare, o in orari convenzionali, ma a seconda dell’estro e del gusto del momento.

RICETTE PER ACCOMPAGNARE LA LETTURA …DI LEOPARDI:

• minestra:
https://www.lacucinaitaliana.it/news/cucina/minestrina-ricetta/

• tortellini di magro:
https://www.gustoblog.it/post/30663/come-fare-i-tortellini-con-le-ricette-per-il-ripieno-di-magro-carne-e-prosciutto-crudo

• tarallini di zucchero:
https://blog.giallozafferano.it/benessereegusto/taralli-dolci-napoletani/

• sfogliatelle:
https://primochef.it/ricetta-delle-sfogliatelle-ricce-alla-crema/ricette/

• frittelle di riso:
https://www.ideericette.it/ricetta-frittelle-di-riso-di-san-giuseppe/

• granite di limone:
https://cucina.fidelityhouse.eu/dolci/granita-al-limone-186102.html

Per chi volesse approfondire:
• A morte la minestra, di G. Leopardi, lettura scenica a cura di Sergio Carlacchiani:
https://www.youtube.com/watch?v=mNfhco-jKao

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