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A UN VINCITORE NEL PALLONE. Noterelle di sport e letteratura

di Trifone Gargano

Leopardi scrisse il canto A un vincitore nel pallone nel novembre del 1821, e lo pubblicò per la prima volta nell’edizione bolognese dei Canti del 1824.

Esso figura tra le primissime testimonianze, in ambito italiano, di un intenzionale rapporto tra sport e letteratura, giacché è un’intera poesia dedicata a un campione della «palla con il bracciale», attività agonistica a squadra, molto in voga nell’Europa continentale, fino agli anni Venti del XX secolo, cioè, fino a quando il football inglese non si diffuse a livello globale.

Nel 1821, nello sferisterio di Macerata,

Giacomo Leopardi assistette a una partita di «palla col bracciale», che, nel centro-nord della penisola italiana, era uno sport a squadra molto praticato e seguito, per ammirare, in quella circostanza il mitico Carlo Didimi, campionissimo acclamato dalle folle:

[…] Te l’echeggiante
Arena e il circo, e te fremendo appella
Ai fatti illustri il popolar favore [vv. 8-10]

In lui, Leopardi ri-vedeva il vigore degli eroi antichi. Il poeta si rivolge direttamente a Carlo Didimi, dialogando con lui, e appellandolo «garzon bennato», fanciullo nato sotto una buona stella, senza mai nominarlo. Coetaneo e conterraneo di Leopardi, Carlo Didimi era nato a Treia, paesino marchigiano, nei pressi di Recanati, e fu atleta celebratissimo (e anche molto ben pagato), e futuro patriota mazziniano (segnalato e denunciato, nel 1830, come sovversivo). Il testo del canto rinvia a molte analoghe riflessioni di Leopardi, contenute nello Zibaldone, riguardanti proprio il vigore fisico, il coraggio, la vita attiva, il gioco. Vigore e coraggio che, nell’età antica, evocata da Leopardi nei versi 14-26 della poesia, con il ricordo della battaglia di Maratona (490 a.C.), nella quale gli ateniesi, già vincitori delle Olimpiadi, sconfissero i Persiani, erano considerati, appunto, propedeutici all’eroismo.

«il vigore che proviamo dà un risalto straordinario alle nostre idee, ed abbellisce e sublima ogni oggetto agli occhi nostri, e quello è il tempo di sentir gli stimoli della gloria, dell’amor patrio, dei sacrifizi generosi» [Zib., 96-97, del 1820]

«si vede che la natura avea destinato sì l’uomo, sì gli animali, nel modo stesso che ha evidentemente ordinato tutte le cose, all’azione esterna e materiale, e alla vita attiva» [Zib., 3938, del 1823]

Per il tempo presente, Leopardi lamenta che il vigore fisico, il coraggio, la prestanza e il gioco, altro non sono che rimedio all’infelicità, e alla noia: «lieti / inganni» e «ozi oscuri» (vv. 34-5 e 38). Per concludere, con un diretto invito al lettore, a praticare la vita attiva, in versi dolenti, eppur eroici: «Nostra vita a che val?» (v. 60). Ma è nell’abbozzo del canto, che Leopardi appare molto più esplicito, nell’incitamento alla vita attiva, al vigor patrio, a quella che oggi diremmo cittadinanza attiva, per il bene degli altri, e per il bene della patria:

«La vita è una miseria, il suo meglio è gittarla gloriosamente e pel bene altrui e della patria, che piacere si prova in una vita oziosa conservata con tanta cura? Come mai si fuggono i pericoli? che cos’è il pericolo se non un’occasione di liberarsi da un peso? La gloria e le grandi illusioni non vagliono più di tutta la noiosiss[ima] vita?» 

Con grande lucidità di parola, Leopardi stigmatizza e critica l’ideale di vita riparata e solitaria, oziosa e noiosa, irridendola con una domanda secca, che non ammette alcuna replica: «che piacere si prova in una vita oziosa conservata con tanta cura?». Quanto sono lontane queste titaniche riflessioni di Leopardi dai codardi ed egoistici ideali di vita solitaria sbandierati, e praticati, da Francesco Petrarca (appunto, nel De vita solitaria), modello (purtroppo) vincente di (mala)educazione, rivolta all’egoismo e al menefreghismo, alla cura del particulare. Il campione Carlo Didimi, patriota mazziniano, agli occhi di Leopardi appariva, dunque, per davvero, come la reincarnazione degli eroici valori dell’antichità.

Quella della «palla con il bracciale» fu a lungo, in Europa e in Italia, specie nelle regioni del centro-nord, lo spettacolo atletico più popolare. Testimonianza indiretta di questa sua popolarità ne sono, ancora oggi, gli sferisteri, costruiti proprio per celebrare degnamente i grandi eventi sportivi. Ecco, qui di seguito, lo sferisterio di Macerata, dove, appunto, nel 1821, si recò Giacomo Leopardi, per assistere a una partita di «palla con il bracciale»:

Le testimonianze relative a questa pratica sportiva, per l’Italia, risalgono al XVI secolo, e testimoniano del fatto che essa occupasse una posizione di indiscusso predominio, tra gli sport sferistici. La scena riprodotta nel film Il giovane favoloso (2014), di Mario Martone, che ci mostra Leopardi a passeggio per le vie di Napoli, mentre assiste, divertito, a una partita di «palla con il bracciale», è sintomatica del fatto che già nei primi decenni del XIX secolo questo sport si fosse diffuso in tutta la penisola, fino a radicarsi a Napoli, come sport popolare, di strada.

Piccolo, ma significativo esempio, di come lo sport fosse, nell’Italia di quegli anni, elemento popolare di unità nazionale, che riuscisse, cioè, ad anticipare le future conquiste politiche.

Chi volesse vedere questa brevissima, eppur significativa, scena del film di Mario Martone, potrebbe utilizzare il seguente Code QR:

Fu agli inizi del XIX secolo che questa pratica atletica passò da divertimento di piazza, a vero e proprio sport, con regole nuove, e con atleti, come Carlo Didimi, che assursero a professionisti, ingaggiati da imprenditori, che investirono in questa disciplina sportiva di massa, capace, evidentemente, di garantire grandi ritorni economici. Proprio Carlo Didimi, il campionissimo del canto di Leopardi, risulta che chiedesse, per una sua esibizione pubblica, la considerevole somma di ben 600 scudi romani (nello stesso anno, 1830, nello Stato Pontificio, un maestro percepiva non più di 60 scudi all’anno).

Anche lo scrittore e giornalista Edmondo De Amicis (1846-1908),

noto per il suo celeberrimo Cuore, nel 1897 dedicò a questo sport popolare italiano il romanzo Gli azzurri e i rossi, corredato dalle illustrazioni del pittore bolognese Raffaele Faccioli, e da alcune fotografie, per sottolineare, con stile ironico, che una nuova era si affacciava, con l’arrivo di sport inglesi, come il football e il rugby, destinati a soppiantare il gioco della «palla con il bracciale», e a segnare, così, il tramonto di un’epoca.

Lo stesso De Amicis aveva pubblicato nel 1892 il romanzo Amore e ginnastica, ricco di humor e di acutezza psicologica, mista a malizia, se non a spregiudicatezza sociale vera e propria, con il quale era riuscito a ribaltare l’immagine, oramai cristallizzata, di un De Amicis schiacciato su Cuore, autore mieloso e moraleggiante.

Il mondo scolastico di Amore e ginnastica, infatti, è totalmente diverso da quello di Cuore; questo è molto più complesso, e ruota intorno a una maestra di ginnastica, la Pedani, che è il perno di questo micro-mondo, perché avvenente, fino al punto da avere tanti spasimanti, e perché è maestra di ginnastica di rara bravura. Ecco ciò che dice di lei, nell’incipit del romanzo, il baffuto maestro di ginnastica Fassi, nonché redattore del giornale di ginnastica «Nuovo Agone»:

«È veramente una maestra di ginnastica. Non dico per scrivere: ciascuno ha le sue facoltà. E poi, nella ginnastica, come scienza, il cervello d’una donna non sfonda, si sa. Ma come esecutrice, non ce n’è un’altra. Già, madre natura l’ha fabbricata per quello: le ha dato le proporzioni schelettoniche più perfette che io abbia mai viste, una cassa toracica che è una maraviglia. L’osservavo giusto ieri nella rotazione del busto, che faceva per esperimento. Ha la flessibilità d’una bambina di dieci anni. E mi vengano a dire i signori estetici che la ginnastica sforma il bel sesso! Quella maneggia i manubri come un uomo, e ha il più bel braccio di donna, se lo vedesse nudo, che si sia mai visto sotto il sole. La riverisco.»

Ai giorni d’oggi, il gioco della «palla con il bracciale» è tornato a richiamare le folle, nelle piazze e negli sferisteri, per rievocazioni storiche.

Per chi volesse leggere per intero il testo del canto A un vincitore nel pallone:

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