LA PAURA DI ALTRE HIROSHIMA E NAGASAKI. L’INCUBO ATOMICO NELLA CULTURA GIAPPONESE

«Siamo alla fine del ventesimo secolo.

Il mondo intero è sconvolto dalle esplosioni atomiche.

Dalla faccia della terra, gli oceani erano scomparsi

e le pianure avevano l’aspetto di desolati deserti.

Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta».

Per molti, tra coloro che sono nati tra gli anni ’70 e gli anni ’80 (ma non solo tra loro), per capire l’origine di queste parole, non c’è alcun bisogno che si citi la fonte. Si tratta dell’intro che apre tutti gli episodi del cartone animato giapponese Hokuto no Ken, meglio noto, al pubblico italiano, come Ken il Guerriero. Un’introduzione che serve ad accompagnare lo spettatore in quel mondo post-apocalittico che fa da sfondo alle vicende del protagonista, fatto di lande piene di ruderi delle civiltà spazzate via dalle bombe atomiche. Un mondo dove non sono solo gli edifici ad essere andati in rovina, ma anche la società nel suo complesso. Un mondo fatto di piccoli villaggi che vivono di quelle poche risorse naturali ormai rimaste, sempre preda di bande di spietati predoni che, invece, sopravvivono derubando e uccidendo.

Copertina di una ristampa italiana del manga
Il mondo devastato dalla guerra atomica

Fortunatamente, si tratta di un’opera di finzione. La fine del ventesimo secolo che, nel 1983 (anno di pubblicazione del manga da cui, l’anno successivo, è stato tratto l’anime), era il futuro, è passata da un pezzo e il mondo intero non è stato sconvolto da esplosioni atomiche. Gli oceani ci sono ancora e le pianure non somigliano a desolati deserti. Quell’immaginario post-apocalittico, però, non è solo frutto della fantasia di Buronson e Tetsuo Hara. È figlio di un evento storico ben preciso e di una paura che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e per tutta la Guerra Fredda, ha accompagnato e continua ad accompagnare il popolo giapponese. Parliamo ovviamente della paura della bomba atomica e dell’eventualità di altre Hiroshima e Nagasaki. Una paura presente in particolar modo nel popolo nipponico, unico ad aver provato, per ben due volte, sulla propria pelle, gli effetti dell’atomica.

Esplosione atomica su Nagasaki
La minaccia atomica in un fumetto propagandistico statunitense del 1952

L’incubo atomico nell’arte giapponese

Chi, oggi, visita, Hiroshima può ben comprendere come l’eredità della bomba sia tale da aver radicato un diffuso pacifismo, in una nazione dove un militarismo marcato e violento è stato sempre presente. In una nazione portata nella follia della Seconda Guerra Mondiale dai propri sogni imperialistici, dalla propria voglia di supremazia in Asia e nel Pacifico.

Hiroshima oggi

Un trauma che nessuno aveva mai provato prima e che, inevitabilmente, era destinato a riflettersi anche nella cultura giapponese e nell’arte. Dalla letteratura al cinema, dal fumetto all’animazione, fino ad arrivare ai più recenti videogiochi. L’incubo atomico è fortemente presente nel sentire comune dei giapponesi. Non solo in quelli che l’hanno vissuto, che ne sono stati testimoni o che semplicemente hanno vissuto in quegli anni tormentati.

L’incubo atomico anche nei giapponesi nati dopo.

In un’intervista rilasciata alla stampa italiana, al Comicon di Napoli del 2007, lo spiegò bene Go Nagai, uno dei più grandi disegnatori giapponesi, padre di Mazinga Z, il primo dei tanti eroi robotici a cui abbiamo imparato ad affezionarci anche noi, in Italia: «Sono nato pochi mesi dopo le esplosioni che, in Giappone, posero fine alla Seconda guerra mondiale. Non ho direttamente vissuto quei tragici eventi, ma da piccolo ascoltavo i ricordi dei miei familiari, completamente immersi in quell’immaginario collettivo. Poche immagini esprimono bene il Giappone del dopoguerra come Godzilla, che è quasi una bomba atomica che cammina. Sono cresciuto in quel contesto e ho naturalmente maturato un’indole pacifista. I miei lavori sono stati spesso equivocati. È vero, racconto di guerre, ma lo faccio soltanto per affermare quanto sia importante per l’umanità la conquista della pace, un traguardo costantemente a rischio. Sono profondamente pacifista».

Locandina del film Godzilla, 1954

Godzilla, reincarnazione dell’incubo atomico

E, infatti, Godzilla (Gojira, in lingua originale), la cui testa sbuca dal tetto del palazzo degli studi Toho a Tokyo, fu una delle prime rappresentazioni cinematografiche dell’incubo nucleare e della paura generata dal suo potenziale distruttivo. Già nel 1954, il gigantesco mostro risorge dalle acque dell’Oceano Pacifico e semina morte e distruzione, dopo essere stato risvegliato dalle esplosioni atomiche. Le immagini di Tokyo in fiamme rievocano, soprattutto se ci si mette nei panni degli spettatori dell’epoca, la distruzione atomica di soli nove anni prima. Mentre, il dilemma finale dello scienziato Serizawa sull’uso di un’arma da lui stesso inventata, per sconfiggere la creatura, rappresenta un altro timore collegato. Il timore che la scienza possa essere usata non solo per il bene dell’umanità, ma anche a fini bellici, per creare terribili strumenti di morte. Proprio come fu per la bomba.

Godzilla sul tetto degli studi Toho
La creatura mostruosa emerge dalle acque
Tokyo in fiamme in un fotogramma del film
Hiroshima dopo l’esplosione
Lo scienziato Serizawa, in dubbio sull’uso della sua nuova e potente arma

Con la Guerra Fredda in corso e con il suo equilibrio sorto proprio sulla paura di un conflitto atomico tra Usa e Urss, l’incubo nucleare continuò ad essere presente. Non solo nel cinema, ma anche nella letteratura, nei fumetti (manga) e, poi, nell’animazione. Specialmente dagli anni ’70, l’epoca dei mecha, i grandi robot in lotta contro un nemico desideroso di distruggere la Terra: da Mazinga a Daitan III, da Gundam a Goldrake. Un nemico che non era altro che un’altra metafora della bomba atomica.

Mazinga
Goldrake

Quegli anime, o, come siamo soliti chiamarli qui in Italia, quei cartoni animati, traevano, infatti, la propria linfa narrativa dalla storia recente del Giappone. Da quella volontà di supremazia militare che, dopo la guerra, diventò desiderio di supremazia tecnologica, influenzando l’immaginario collettivo e generando un grande interesse verso la fantascienza. Ma, allo stesso tempo, dalla paura che le corse agli armamenti di Usa e Urss e le contrapposizioni tra i due blocchi portassero ad altre catastrofi come quelle già vissute nell’agosto ’45.

Se, da qualcuno, all’epoca, quelle avventure disegnate furono superficialmente viste come un’esaltazione della guerra, è vero l’esatto contrario.

L’eroe è sì in conflitto, ma in un conflitto di difesa da chi sogna di sottomettere l’umanità facendo uso di armi potentissime. Un conflitto che, a sua volta, non disdegna l’uso di armi altrettanto potenti, in un’eterna lotta tra bene e male che coinvolge anche la scienza, che può essere strumento sia dei buoni, ma anche dei malvagi.

Storie, queste, che narrano l’incubo atomico attraverso metafore. Mentre il manga Gen di Hiroshima del 1974 e l’omonimo adattamento animato dell’83 lo raccontano senza nascondersi dietro mostri, robot e alieni. Lo fa in maniera cruda, per rendere consapevole lo spettatore di quel che avvenne in quelle maledette giornate di agosto. E anche dopo, quando il Giappone dovette affrontare le pesanti conseguenze economiche di una devastante sconfitta bellica. Tema, quest’ultimo, alla base, in tutta la sua crudezza, anche nel bellissimo ma straziante film d’animazione “Una tomba per le lucciole”.

Gen di Hiroshima (manga)
La rappresentazione cruda degli effetti della bomba, nell’omonimo anime
Una Tomba per le lucciole

Akira Kurosawa, tra i più importanti registi del cinema nipponico, affrontò il tema concentrandosi, invece, sulle conseguenze psicologiche della bomba negli hibakusha (come vengono chiamati i sopravvissuti), ma non solo. Anche nelle generazioni successive e nei giapponesi d’America, afflitti da un forte senso di colpa verso gli abitanti della terra natìa. È, questo, l’argomento attorno al quale si sviluppa il penultimo film del più famoso cineasta giapponese, Rapsodia in agosto (1991).

Locandina italiana di “Rapsodia in agosto”
Akira Kurosawa

Passano gli anni, ma l’incubo atomico continua ad essere presente, anche nelle nuove forme di narrazione che si fanno largo nella cultura popolare.

Come i videogiochi, che, con l’avanzare delle tecnologie, hanno iniziato a raccontare storie sempre più complesse. Storie destinate all’intrattenimento, certo, ma non per questo impermeabili a quanto finora detto. Come quella che fa da sfondo alla serie Metal Gear, ideata dal più celebre e visionario dei game designer giapponesi, Hideo Kojima. Una saga nata nell’87 e proseguita nei decenni successivi con numerosi episodi. Fu la prima volta in cui il giovanissimo e ancora poco maturo media videoludico provò ad affrontare temi complessi come l’ambientalismo, il pacifismo e la guerra. Una guerra in grado di mettere l’uno contro l’altro non buoni e cattivi, ma padri e figli, fratelli, amici. E a raccontare, appunto, il pericolo nucleare, che il protagonista deve sventare per fermare una guerra senza vincitori, ma solo sconfitti.

Locandina del primo episodio della saga

Potremmo prendere come ulteriore esempio la storia narrata nell’universo horror di Resident Evil. Qui l’atomica non è la protagonista principale. È sostituita da un’altra arma di distruzione di massa, un virus, creato segretamente da un’azienda farmaceutica impegnata però nella produzione di armi biologiche. Ritorna il tema della scienza che può essere utilizzata per il bene, ma anche per il male. Un virus, diffuso a seguito di un incidente, in grado di mutare il dna degli infetti, trasformandoli in morti viventi o in orribili mostri. La bomba nucleare torna, comunque, come espediente per cancellare la diffusione del virus, insieme agli inermi abitanti sopravvissuti di Raccoon City, testimoni di quanto successo, e alle prove dei crimini commessi.

L’ambientazione apocalittica di Resident Evil 2 (1998)
La distruzione atomica alla fine di Resident Evil 3 (1999)

Narrazioni differenti e strumenti tecnologici diversi. Si potrebbero fare numerosi altri esempi. Il comune denominatore, però, è lo stesso. I giapponesi non hanno mai dimenticato il trauma di Hiroshima e Nagasaki.

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