IL SANTUARIO YASUKUNI. LUOGO DI MEMORIA O ESALTAZIONE DELL’IMPERIALISMO GIAPPONESE?

Come tutti i Paesi, anche il Giappone ogni anno commemora tutti i militari che hanno perso la vita combattendo nelle proprie guerre. E uno dei principali sacrari militari atti a commemorare i caduti si trova a Tokyo. È il santuario shintoista Yasukuni, il cui nome significa letteralmente “santuario della pace nazionale”. È dedicato alle anime di tutti i soldati che persero la vita combattendo al servizio dell’Imperatore. Situato nel quartiere di Chiyoda, a nord-ovest del Palazzo Imperiale, il santuario fu edificato nel 1869 per venerare i militari imperiali morti nella guerra Boshin, la guerra civile tra i fautori della restaurazione imperiale e lo shogunato Tokugawa. Ma, successivamente, è stato utilizzato per rendere omaggio anche ai periti nei conflitti successivi.

Al suo interno, un “Libro delle anime” contiene una lista di oltre due milioni di nomi di uomini e donne, militari e civili, impiegati dall’esercito e deceduti durante le guerre intraprese dal Giappone imperiale, come le guerre contro la Cina, la guerra russo-giapponese e le due guerre mondiali. Ci sono anche degli stranieri, coreani e taiwanesi, arruolati nell’esercito giapponese. Non sono venerati i morti dopo il 1951, anno del Trattato di San Francisco, in cui l’esercito nipponico, condannando il militarismo, è diventato Forza di Autodifesa Giapponese, con l’impossibilità di partecipare a conflitti armati, fatta salva l’eccezione di operazioni internazionali per il mantenimento della pace.

Ogni anno capi di stato e politici si recano al santuario shintoista per rendere omaggio ai caduti di guerra. Nulla di strano, sembrerebbe. Ogni paese commemora i propri caduti.

Ma non è così. Questo luogo, infatti, è al centro di diverse controversie internazionali. Le visite annuali, da tempo, continuano a far rivivere fantasmi del passato e a riaprire vecchie ferite con i paesi vicini. Cina in primis, ma anche Taiwan e le due Coree, contestano al Paese del Sol Levante di commemorare anche chi, nei loro territori, si macchiò di gravi crimini di guerra (eccidi, rappresaglie, stupri, torture). Contestazioni che hanno dato vita anche a numerose manifestazioni antigiapponesi.

Prigionieri cinesi sepolti vivi
Fossa comune piena di cadaveri cinesi

Nel santuario, infatti, sono commemorati anche i militari che presero parte alle guerre di invasione condotte inseguendo il sogno panasiatico del Giappone di affermarsi come prima potenza in Asia e nell’Oceano Pacifico. Militari giudicati criminali di guerra per le atrocità commesse. Come il generale Hideki Tojo, primo ministro durante la Seconda Guerra Mondiale, arrestato e condannato a morte, al termine del conflitto, dal Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente, tribunale simile a quello di Norimberga, istituito dagli americani per giudicare le violenze perpetrate dalle truppe giapponesi.

L’esercito nipponico non fu molto clemente nei territori conquistati nel sud-est asiatico. Secondo stime statunitensi, circa 30 milioni di persone, in Cina, Filippine, Vietnam, Corea, Malesia, Birmania, Cambogia e Indonesia, furono uccise. I loro paesi furono saccheggiati. Tantissimi furono rinchiusi in campi di concentramento al cui interno l’aspettativa di vita era davvero bassa. Tra tutti, furono i cinesi, che con il Giappone condividono una storica rivalità, a subire maggiormente violenze e soprusi dall’imperialismo del Sol Levante.

Accanto al santuario Yakusuni, un museo sulla Seconda Guerra Mondiale ospita cannoni usati dall’esercito nipponico, un aereo militare dell’epoca e un vecchio treno militare, oltre a libri, materiale audio e video. Museo che, come per il tempio, è accusato di revisionismo dai vicini paesi asiatici, che vi vedono un luogo di esaltazione di quel militarismo che, con le sue aggressioni, ha generato grandi sofferenze e umiliazioni.

Entrata del museo

Anche le guide turistiche, infatti, avvertono che la visita in questo luogo potrebbe urtare la sensibilità di alcuni visitatori (si sottintendono i turisti asiatici). Il dibattito è aperto, del resto, tra gli stessi giapponesi. La politica è divisa tra la sinistra, che contesta le visite istituzionali allo Yasukuni, condannando il passato militarista e imperialista, e la destra, soprattutto quella estrema, che preme affinché continuino.

Spesso, all’entrata del luogo sacro, stazionano manifestanti intenti a distribuire materiale a sostegno delle proprie tesi, specialmente quelle favorevoli alle commemorazioni. A chi scrive, fu consegnato un saggio del giornalista taiwanese Huang Wenxiong, di posizione anticinese. All’interno si sostiene che la Cina dovrebbe ringraziare il Giappone perchè, nelle regioni controllate, furono costruite infrastrutture che contribuirono a modernizzare l’economia cinese e furono avviati sforzi per diffondere l’alfabetizzazione.

Secondo il giornalista, inoltre, i giapponesi riuscirono a interrompere le guerre civili che insanguinarono il paese. E ostacolarono le mire imperialistiche dei paesi occidentali cercando di unificare l’Asia orientale. Dibattiti che, del resto, non sono molto distanti da quelli che tuttora ci sono da noi, sul passato colonialista delle potenze occidentali e sulla tendenza a giustificarli nel nome di presunti meriti.

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