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HIROSHIMA. UNA CITTÀ MODERNA RISORTA DALLE CENERI ATOMICHE

Hiroshima. Una città che non ha bisogno di presentazioni. Chiunque, al solo sentirla nominare, pur non conoscendo null’altro della città, ricorda la sua storia recente, la tragedia che ha vissuto il 6 agosto 1945.

Erano le 8.14 del 6 agosto ’45 quando il bombardiere statunitense Enola Gay sganciò l’ordigno atomico Little Boy sulla città. Una catastrofe che costò la vita a tantissime persone. E che, tre giorni dopo, fu seguita da un’altra catastrofe: quella di Nagasaki, che fu leggermente meno sfortunata perché, le colline circostanti, ammortizzarono l’onda distruttiva dell’esplosione.

Fungo atomico

Hiroshima dopo l’esplosione

Una tragedia così grande da spingere un paese bellicoso come il Giappone, che ancora lottava strenuamente e che non concepiva l’idea di gettare le armi, ad accettare la resa immediata e incondizionata. Pochissimi giorni dopo, il 15 agosto, in un commosso messaggio alla nazione, l’Imperatore Hirohito annunciò la resa del Giappone. Finiva così, la Seconda Guerra Mondiale.

Fu una catastrofe a cui nessuno, prima di allora, aveva assistito. All’inizio circa 80mila furono le vittime, uccise dalle ustioni provocate dall’altissima temperatura. I racconti dei sopravvissuti parlano di esseri umani dalla pelle e dagli occhi sciolti camminare per un po’, prima di spirare. Ma la successiva esposizione alle radiazioni fece salire il numero delle vittime a 200mila persone. Numero destinato a crescere ancora negli anni successivi a causa dei tumori e dei casi di leucemia che afflissero i sopravvissuti, gli hibakusha, nella lingua locale. E molte delle vittime, in quel terribile giorno, non erano neanche nate, condannate ancor prima di venire al mondo. Tanti bambini nacquero con malformazioni o seri problemi di salute.

Il 90% degli edifici, inoltre, fu distrutto, spazzato via dall’esplosione come un castello di carte colpito dal vento.

Hiroshima oggi è una normale città moderna, industriale. Le radiazioni, sebbene sia diffusa l’idea contraria, sono tornate nella norma già alcuni anni dopo, quando la città fu totalmente ricostruita. Di storico c’è molto poco.

Dell’antico passato oggi rimangono un castello medievale, ricostruito nel ’59, dopo essere stato distrutto dalla bomba, e l’ex Palazzo della Promozione Industriale, uno dei pochi edifici che, sebbene molto danneggiato, resistette, almeno esternamente (gli interni crollarono e gli occupanti morirono sul colpo) grazie alla sua struttura in cemento armato progettata per resistere ai terremoti. È ancora lì, rimasto a testimonianza di quel che accadde. Noto oggi come Genbaku Dome (da tradurre come “Cupola della bomba atomica”) svolge oggi la funzione di Memoriale della pace e, dal ’96, è patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Genbaku Dome

Plastici del Genbaku Dome, prima e dopo l’esplosione

Niente è stato spostato, neanche i massi caduti a terra. Si trova all’interno del Parco della Pace, grande area verde piena di altri memoriali e interamente dedicata alle vittime dell’esplosione nucleare.

A breve distanza ci sono la Campana della Pace, che i turisti sono invitati a suonare, e il Monumento ai Bambini, in memoria di Sadako, bambina morta per leucemia a seguito dell’esplosione e convinta che, creando tanti origami di carta, si sarebbe potuta salvare. La malattia non si curò certo del suo talento, ma ancora oggi le scolaresche portano tanti origami colorati in suo onore, davanti alla sua statua, che la raffigura con le braccia protese verso l’alto.

Campana della Pace
Lapide della Campana della Pace
Monumento a Sadako

A pochi metri, la Fiamma della Pace che, si narra, sarà spenta solo quando l’ultima arma atomica sarà stata smantellata (dunque, probabilmente mai). Ancora avanti il Cenotafio che riporta i nomi delle circa 200mila vittime e la scritta, in diverse lingue: «Riposate in pace. Non permetteremo che si ripeta questa tragedia».

Fiamma della pace

Diverse persone, ogni giorno, si fermano a pregare davanti al monumento.

Ma per avere una reale idea della catastrofe è d’obbligo visitare il Museo della Pace, che conserva molte testimonianze molto toccanti: vestiti bruciati e oggetti di vita quotidiana, specialmente di bambini che andavano a scuola, bottiglie di vetro e tegole sciolte dal calore, orologi fermi all’ora dell’esplosione, una bicicletta per bambini bruciata, fotografie della città rasa al suolo e degli effetti sulle vittime.

Tre statue in cera ritraggono una madre con due bambine terribilmente ferite, moribonde, mentre camminano, tra le macerie infuocate della propria casa, nei loro ultimi istanti di vita. In un’altra sala è conservato un pezzo di una scalinata che, una volta, faceva da ingresso ad un edificio. È ancora visibile una chiazza più scura. Lì, al momento dell’esplosione, era seduto qualcuno. Di quell’essere umano non rimase nulla, neanche l’identità. Fu incenerito completamente. La sua lapide è rappresentata da quell'”ombra”, creata perchè il malcapitato fece da schermo alle radiazioni, impedendo che, in quel punto, le pareti si schiarissero.

I pannelli illustrativi mostrano le dinamiche che portarono a quello che fu un vero e proprio crimine di guerra, non da meno di quelli degli eserciti dell’Asse, tra cui gli stessi giapponesi. Sebbene non sia stato riconosciuto come tale dagli Stati Uniti. Che si sono spesso difesi, dicendo che servì ad evitare che la guerra si prolungasse moltiplicando le perdite sia tra gli americani che tra i giapponesi.

Diversi storici, si legge nei pannelli esposti nel museo, concordano tuttavia nell’affermare che il bombardamento atomico fu un atto strategicamente inutile. Non servì a sconfiggere, ma solo ad accelerare la resa dei giapponesi che, in realtà, non avevano alcuna reale speranza di vittoria. Gli alleati europei, l’Italia fascista e la Germania nazista, erano ormai sconfitti. A combattere, delle potenze dell’Asse, non rimanevano che loro. Indeboliti dalle diverse sconfitte subite, privati dei rifornimenti e circondati ad est dagli americani e ad ovest dai sovietici, non avrebbero resistito a lungo. Ma la guerra fredda era alle porte e bisognava mostrare i muscoli all’amico/nemico sovietico che si preparava ad allargare il proprio dominio ad Oriente. E così gli Usa decisero di testare, quelle nuove armi, al cui utilizzo, gli stessi scienziati, che avevano contribuito alla realizzazione, come Einstein, si opposero, sottolineando, successivamente, che, se l’avessero fatto i tedeschi, sarebbero stati impiccati a Norimberga.

 

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