TOKYO E LE SUE MILLE ANIME, TRA STORIA E ULTRAMODERNITÀ

di Michele Cotugno

Il Giappone. Il paese del Sol Levante. Luogo che, per tanti, come per chi scrive, è sempre stato, sin dall’infanzia, al centro di mille curiosità partorite da manga, anime, videogiochi, film e storie provenienti da quel lontano arcipelago vulcanico sull’Oceano Pacifico. Ha sempre generato il desiderio di visitare quella terra lontana, gravida di fantasia, dalle mille identità, sospesa tra ultramodernità e antichità.

E così, quando l’occasione si è fatta propizia (bei tempi che torneranno), via, sul primo volo per l’altra parte del globo terrestre. Verso Tokyo. La capitale dal 1867. Da quando, dopo la fine dello shogunato, il potere imperiale si trasferì da Kyoto all’antica Edo, precedente nome della città.

È la città più popolata in Giappone e, nel mondo, è tra le più abitate. Sebbene non sia, a dire il vero, una vera e propria città, ma una grande area metropolitana nata nel ’43 dalla fusione tra l’omonima città e i paesi rientranti nella prefettura di Tokyo. Affonda le sue origini nel XV secolo. Fu fondata, infatti, nel 1457, come Edo, piccolo villaggio costiero che, nel corso della storia, si è ingrandito sempre più (è in espansione ancora oggi) e ha subito diverse trasformazioni perdendo gran parte del suo patrimonio storico, a causa di terremoti, incendi e dei bombardamenti alleati nella Seconda Guerra Mondiale.

Oggi si presenta come un affascinante mix tra antico, moderno e ultramoderno, un luogo dove la storia si mescola al presente. Una città dall’anima schizofrenica in grado di offrire diverse attrattive, diversi aspetti: l’anima spirituale, storica, moderna e talvolta quasi futuristica.

Talvolta si immagina Tokyo come piena di grattacieli e priva di storia. Ma non è così. Incastonate tra quei palazzi altissimi le tracce dei secoli passati non mancano. Edifici novecenteschi in stile occidentale e castelli antichi, come il Palazzo Imperiale, dove tuttora abita l’Imperatore. Antichi templi buddisti, con le loro alte pagode a diversi piani, le celebri lanterne in carta e, poste ai lati dei portali di accesso, le statue dei demoniaci guardiani Nio che li proteggono dagli spiriti maligni (funzione simile a quella delle nostre maschere apotropaiche, perchè, in fondo, anche le più diverse culture hanno somiglianze). Il più importante e antico è il Senso-Ji, nel quartiere di Asakusa.

Tempio Senso-Ji

Guerriero Nio a guardia del tempio Senso-Ji

Altrettanto antichi santuari shintoisti che accolgono i fedeli e i visitatori attraversi i Torii, portali di accesso a due colonne con funzione di purificazione per chi entra nell’area sacra. Particolare menzione merita il santuario Yasukuni, dedicato ai soldati morti combattendo per l’Impero e al centro di una diatriba internazionale tra Giappone, Cina e le due Coree, che accusano Tokyo di celebrare chi, durante il secondo conflitto mondiale, si macchiò di crimini di guerra nei territori occupati.

Mentre le piazze latitano, tra le strade trafficatissime e caotiche della metropoli e tra i grattacieli, le aree verdi non mancano e, in primavera, si colorano con la fioritura dei ciliegi. È questo, infatti il periodo migliore per visitare il Giappone, così da godere gli spettacoli cromatici che la natura offre. Tra le più grandi aree verdi di Tokyo i giardini del Palazzo Imperiale e il parco di Ueno, un antico complesso di templi, sorto sul luogo di una storica battaglia tra shogunato Tokugawa e potere imperiale.

Parco Ueno
Palazzo Imperiale

Non può ovviamente mancare l’arte nella capitale nipponica. Quella antica del teatro Kabuki, celebrata nel Kabuki-za, nel quartiere di Ginza. Alle arti tradizionali si associano quelle grafiche più moderne, tutte accomunate dall’importanza data nella cultura giapponese all’immagine, alla rappresentazione grafica, della letteratura disegnata. Dai templi ornati dai tradizionali pannelli dipinti (byobu), dalle insegne variopinte dei negozi nei quartieri moderni, dai buffi spot trasmessi, sulle insegne dei negozi, che ritraggono di frequente animali dalle fattezze umane, presenti nell’iconografia buddista (i templi sono pieni di statuette di animali antropomorfi) e, di conseguenza, nelle varie espressioni artistiche più recenti.

O, ancora, dalle statue raffiguranti personaggi di manga, anime, film, che ai nostri occhi possono apparire come qualcosa di goliardico. Basti pensare all’enorme statua di Gundam, nel quartiere di Odaiba (quella in foto è stata sostituita, nel 2017, da un’altra versione dello stesso robot), o al grande mostro Godzilla, che sporge la propria testa dal tetto del palazzo degli studi Toho.

Statua di Gundam (sostituita nel 2017)
Godzilla sul tetto degli studi Toho
Odaiba

Quello che spesso ai nostri occhi appare come un prodotto per ragazzi (pregiudizio che, fortunatamente, sembra sempre più venir meno), nella cultura locale è molto di più, a partire dal fumetto, vera e propria letteratura, che riprende i tratti più caratteristici della tradizione artistica, storica e religiosa.

Tappa obbligatoria, Akihabara è la zona dedicata alla tecnologia, agli anime, ai videogames, dove molte industrie tecnologiche e videoludiche giapponesi posseggono grandi magazzini e immensi palazzi in cui ragazzini, e non solo, trascorrono intere giornate. Gigantesche insegne luminose, ritraenti personaggi di fumetti, cartoni e videogiochi colorano le pareti dei grattacieli.

Quartiere di Akihabara

Ma Tokyo ha diverse anime. E al frastuono notturno di zone come Shibuya, Roppongi, Shinjuku, le zone della movida, fa da contraltare la sacralità dei templi, siano essi buddisti o shintoisti, in cui calma e silenzio, danno l’impressione di non essere nella stessa città dai ritmi frenetici.

Viene da pensare che quei templi, più che per il valore religioso, siano importanti perchè consentono a chi vi entra di fermarsi un attimo, di staccare la spina e non pensare a tutto quello che c’è fuori. A non pensare ai ritmi frenetici e agli aspetti negativi che affliggono la società locale. Già, perchè nonostante il benessere diffuso che indubbiamente si respira, non è tutto rose e fiori, tanto che, tra i principali problemi del Paese del Sol Levante, vi è l’alto numero di suicidi e casi di depressione, legati probabilmente sia alla recessione che negli ultimi decenni l’ha colpito, sia ai ritmi di lavoro spesso massacranti, alienanti, tanto che, qualche anno fa, l’invito a concedere più ferie giunse proprio dall’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe, che, promuovendo una legge obbligasse gli imprenditori a concedere più ferie, si scaglio contro quella mentalità, purtroppo frequente, che beatifica lo stacanovismo, le lunghe ore sul luogo di lavoro, sottovalutando l’importanza del tempo libero e sacrificando, in sostanza, l’umano e le sue necessità.

L’anima schizofrenica di Tokyo si osserva anche tra le persone, nei comportamenti nei modi di vestire (chi preferisce vestirsi all’occidentale e chi va in giro con il tradizionale kimono colorato).

La mania per l’ordine che si nota nel rispetto delle code in negozi, stazione della metro, nel silenzio nei treni, nelle strade pulitissime si concilia con la caciara delle zone più frequentate dai turisti, dei quartieri della movida, delle grandi zone mercatali, come il Mercato Ameyoko, uno dei più grandi bazar dell’Asia, nato come mercato nero nell’immediato dopoguerra (l’equivalente dei nostri “mercati americani”, in cui inizialmente, si vendevano oggetti trafugati agli eserciti Alleati oppure oggetti di seconda mano arrivati grazie al Piano Marshall), e il celebre mercato del pesce di Tsukiji (meta obbligata per chi vuole assaporare l’anima culinaria del Giappone, di cui il pesce costituisce l’ingrediente principale) o, ancora, delle innumerevoli sale di Pachinko, diffusissimo gioco d’azzardo.

Mercato Ameyoko
Mercato del pesce di Tsukiji

Degna di nota, infine, è l’accoglienza che viene riservata ai turisti.

Tra le grandi strade e i grattacieli della metropoli di Tokyo è facilissimo perdere il senso dell’orientamento.

Ma niente paura!

Ci sarà sempre un giapponese pronto a fermarsi due secondi per aiutare il visitatore in difficoltà.

L’unico problema è farsi capire. Non è semplice, infatti, trovare qualcuno che non parli solo giapponese…

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