“È STATA LA MANO DI DIO”, regia di Paolo Sorrentino, Italia, 2021

di Francesco Monteleone

Per definire questo genere di film, in italiano, esiste un neologismo mostruoso: “drammedia”, ovvero una commedia che pur essendo tendenzialmente umoristica, comprende nel suo sviluppo momenti di grande pathos, di barbari inganni, di massicci, inaspettati e tragici cambiamenti nel destino dei personaggi. L’ultimo film di Sorrentino, non per questo il migliore, è la drammedia concepita per elaborare il suo più doloroso lutto di famiglia (così hanno scritto gli psicocritici inviati ai festival che hanno indagato nel passato dell’autore).

Dunque, il regista si è evoluto verso la autocoscienza ed ha sceneggiato la prima parte della sua vita napoletana, evocando scenari familiari, sociali, calcistici e soprattutto psicopatoerotici (con Luisa Ranieri che quando si denuda ti guarisce dal Covid). Insensibili al consenso generale ci domandiamo: con questo ponte che esalta il passato Sorrentino è riuscito ad archiviare la sua adolescenza in una resa televisiva ‘superiore’ che soddisfi Netflix, la quale ha finanziato il progetto per trasmetterlo in rete a metà dicembre?

Forse sì; ma questa briosa, gigantesca e leggermente lunghetta scopiazzatura non è un capolavoro e rimarrà poco nelle sale cinematografiche. La nostra considerazione è che l’esperienza esistenziale di Sorrentino non è stata indistinguibile da tante altre, per poter diventare soggetto di un film indimenticabile. Questa storia, vista una volta, può bastare anche perché non si avverte mai la mancanza di ironia; ma la seconda volta le scorte di piacere finirebbero presto, perché non ci sono a sufficienza quei colpi di scena che ti tengono attaccato alla poltrona, senza farti sbadigliare.

E Maradona, che dal marketing sembra l’essere dogmatico per eccellenza?

Il titolo del film, che a lui si riferisce, devono averlo discusso a lungo gli autori, perché non ci sembra per niente azzeccato. Ce ne voleva uno più residenziale. Riferirsi al gol antinglese di Diego per interpretare il destino degli esseri umani è una scelta commerciale, ma poco realistica. Certamente a Napoli la superstizione è a impatto zero, ma Maradona non è stato un Dio vero. Gli dei sono eterni, onnipotenti, immateriali. Il fuoriclasse argentino è stato un bene superfluo e implacabile che ha globalizzato la reputazione partenopea, ma alla fine è stato perduto e solamente ora è idealizzato.

E ora gli attori: Maria Schisa (Teresa Saponangelo!!!), la materfamilias che tutto decide nelle quattro mura e nel letto, chiede al figlio Fabietto (Filippo Scotti !! alter ego del regista) di aggiungere luce alla penombra nella quale il ragazzo vive:

– Che vuoi fare?
– Filosofia
– Di che si tratta?
– Bo’! in realtà non lo so…
Sarà stata questo scambio di battute sull’ inutilità del pensiero che mi ha maldisposto verso il film meno inventato di Paolo Sorrentino?

– Mai sia, Signore mio! Tienimi lontano dal diventare mercante o trafficante di fede intellettuale!

No. Semplicemente, durante la proiezione, non ho assimilato dai personaggi sia la fatica sia la pena necessarie per ottenere i beni utili alla vita. E siccome penso che le bontà di Napoli siano tutte le sue qualità negative che, standoci dentro, ti crollano addosso, come spettatore mi sono divertito, ma non troppo.

Su Toni Servillo non si deve più moltiplicare il consenso, ma sospendere il giudizio: ha sempre di più la faccia dei filosofi della tarda antichità, ma la sua inesauribile apatia recitativa manca, purtroppo, di necessari e feroci concorrenti come poteva esserlo Leo De Berardinis. Toni non ha competitor in Campania, perciò dovrà abolire (per sempre) un centinaio di espressioni che ha sfruttato ampiamente in tanti di film e darcene altre, molte altre, per continuare ad essere il migliore di tutti.

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