COMMEDIA POP. Dante Alighieri e un libro di scuola del 1914

di Trifone Gargano

Negli ultimi anni, molto probabilmente, sono stato il primo, in sede critica, a utilizzare l’espressione «Dante pop», con l’intento di rilanciare, nel dibattito, ma, soprattutto, nella prassi didattica contemporanea, un accostamento ai Classici, quindi, non solo a Dante, che prevedesse un approccio popolare, capace, cioè, di recuperare la dimensione di opera letta, memorizzata, recitata, «cantata» dal popolo (artigiani, casalinghe, contadini, e, come vedremo nel caso di Dante, finanche da un asinaio, così come racconta nel suo Trecentonovelle, Franco Sacchetti), prima ancora che dagli accademici e dai lettori colti.

Rivendico questa primogenitura non solo perché ho pubblicato, già nel 2016, un libro intitolato, appunto, Dante pop, per l’editore Progedit di Bari (ri-edito, adesso, nel 2021, con il titolo Dante pop e rock, che si è arricchito di un necessario aggiornamento, rispetto alla prima edizione, e dell’aggiunta di un intero capitolo, sulla presenza di Dante nelle canzoni rock contemporanee). Annuncio, qui, per inciso, che sto lavorando, rispettivamente, a un Dante rap, e a un Dante classic. Rivendico, comunque, la primogenitura del sintagma «Dante pop», perché, per le edizioni Progedit, già nel 2017, proposi e realizzai una collana editoriale, che dirigo, a forte vocazione didattica, denominata «CRI-CRI» (Classici Ragazzi Illustrati), con libri che hanno previsto, al proprio interno, di capitolo in capitolo, una sezione «pop», dedicata, appunto, alle ri-scritture popolari, secondo i codici espressivi più diversi (canzoni, fumetti, romanzi, graphic novel, cinema, teatro, videogiochi, siti web, e altro), del Classico, di volta in volta proposto. Chi volesse dare uno sguardo al sito web della casa editrice Progedit, per avere un’idea della ricca offerta editoriale della collana «CRI-CRI», potrebbe far clic sul seguente link:  http://bit.ly/progedit-cri

[due tra gli ultimi volumi pubblicati della collana «CRI-CRI»]
Italo Flores, Chi ben comincia… Libro di lettura per uso della terza elementare maschile e femminile, R. Carabba Editore, Lanciano 1914.

[ricordo che questo libro scolastico di letture mi fu segnalato, qualche tempo fa, dall’amico e scrittore Pasquale Braschi, che ringrazio]
La Commedia dantesca, pur opera di non facile lettura, ebbe, però, a dispetto di tutto e tutti, un immediato successo popolare (con relativa diffusione orale, mandata a memoria). Già nei primissimi decenni successivi alla morte di Dante Alighieri (1321), questa singolare fortuna popolare del poema dantesco (presso lettori illetterati), veniva notata (con punte di stizzita invidia) da Francesco Petrarca, la cui opera lirica, invece, si attestava su di una polarità linguistica e stilistica decisamente più aristocratica ed elitaria. Retoricamente meglio curata, certo, rispetto al poema dantesco, ma, come ho scritto altrove, espressione di insincerità, in quanto lingua di plastica, volta a spingere il lettore verso il disimpegno e il menefreghismo, verso la cura dell’utile personale (seguendo il motto che Petrarca fece suo, nel De vita solitaria, «visse bene, chi bene si nascose»). Tutt’altro, opposto, segno, invece, l’invito di Dante, ai suoi lettori, a non essere ignavi, indifferenti, bensì cittadini attivi, testimoni di verità. Si rileggano, per questo, i versi del canto III dell’Inferno, e quelli del canto XVII del Paradiso, dedicati, rispettivamente, all’impegno attivo, nel proprio tempo e nella propria società, come scelta civica e dello scrittore, e del  lettore.

Molti furono i fattori di questa immediata e larga diffusione popolare della Commedia dantesca. L’uso del volgare, al posto del latino; la materia, per così dire, pruriginosa di molte parti del poema; le scelte linguistiche, non selettive, e, in alcuni casi, anche marcatamente volgari, se non plebee (specie, nell’Inferno); il dolente destino dell’autore, ingiustamente perseguitato dai potenti, e costretto a mille sofferenze, tra cui l’esilio; non ultimo, il ruolo che svolsero alcuni scrittori di professione, come Giovanni Boccaccio, con le letture e con le spiegazioni in pubblico del poema dantesco.

L’aneddoto dantesco di Dante e del fabbro, inserito in questo libro di letture del 1914, è significativo del perdurare di questa traccia «pop» della fortuna della Divina Commedia. L’origine dell’aneddoto è molto antica, e risale ai primissimi decenni successivi alla morte di Dante, con Franco Sacchetti (1332-1400), che lo racconta nel suo Trecentonovelle, libro di racconti e novelle, al quale il lo scrittore si dedicò a far data dal 1392, e fino alla sua morte. La fortuna popolare della Commedia dantesca si distende nei secoli della storia d’Italia, un po’ in tutte le aree geografiche della penisola, e che, in maniera specifica, attiene alla particolare simpatia che (quasi sempre, e ovunque) ha circondato (e ancora circonda) la figura umana del poeta Dante Alighieri, uomo arguto, e dalla battuta pronta, sfortunato nel destino (avverso), eppur, ricco di fama e di gloria.

L’aneddoto, per definizione, è un racconto breve e piacevole, che coglie un qualche aspetto tipico (con carattere istruttivo, edificante) di una persona (o di un ambiente), e che, quindi, lo rende noto, a mo’ di insegnamento (piacevole). La lettura scolastica «Dante Alighieri e il fabbro», alle pp. 47-8 dell’antologia citata, Chi ben comincia… (a cura di Italo Flores), risponde appieno alla definizione di genere, che ho appena ricordato. Il racconto, infatti, è breve, è piacevole, ed è istruttivo. Questo aneddoto riguardante la vita di Dante Alighieri, nella sua struttura breve e concisa, si risolve, dopo una sintetica descrizione di situazione, con una pronta e intelligente risposta del poeta (indirizzata al fabbro, che, a sua volta, dalla risposta arguta del poeta, trae ammonimento e insegnamento). Il motto, dunque, come il proverbio (finanche, l’odierna barzelletta), ha valore sapienziale, sentenzioso (di precetto proposto in forma piacevole, ludica).

L’aneddoto «Dante Alighieri e il fabbro» è tratto, come ho già scritto, da un libro di testo scolastico, destinato agli studenti e alle studentesse di una classe di terza elementare, del 1914. Non è certo questo il luogo per scrivere una (sia pur minima) storia del libro scolastico (il manuale scolastico, intorno al quale son fiorite, oggi, interminabili – se non oziose – discussioni, sulla sua doppia natura, cartacea e/o digitale, sul suo peso, sul suo prezzo, e così via). Alcuni dettagli didattici, di questa antologia del 1914, però, vanno notati, oggi, da parte nostra, che vantiamo una qualche maggiore esperienza in materia, per prendere atto, con meraviglia, della loro (sorprendente) modernità.

Il racconto è accompagnato (direi, meglio, completato) da domande di comprensione del testo, finalizzate al consolidamento dell’apprendimento. Forse, è il caso, qui, di ri-sottolineare che si tratta di una pagina di manuale scolastico del 1914, che fa riferimento a programmi ministeriali del (lontanissimo) 1905, ma che, nella sua (lineare) semplicità presenta apparati didattici di una sorprendente efficacia didattica. Ora, si potrà pure disquisire sulla forma del libro (se cioè debba essere antologica, o no), sulla sua struttura cognitiva (lineare, reticolare, o ipertestuale), sulla sua dimensione tecnologia (cartacea e/o digitale), ecc., ecc., ma questa pagina del 1914 resta, a mio modestissimo parere, un lampante modello in termini di efficacia comunicativa (didattica).

 

Propongo, qui, il testo delle due novelle di Sacchetti, rispettivamente, la CXIV e la CXV, con Dante Alighieri protagonista, tratte dal Trecentonovelle.

NOVELLA CXIV
Dante Allighieri fa conoscente uno fabbro e uno asinaio del loro errore, perché con nuovi volgari cantavano il libro suo.

Lo eccellentissimo poeta volgare, la cui fama in perpetuo non verrà meno, Dante Allighieri fiorentino, era vicino in Firenze alla famiglia degli Adimari; ed essendo apparito caso che un giovane cavaliere di quella famiglia, per non so che delitto, era impacciato, e per esser condennato per ordine di justizia da uno esecutore, il quale parea avere amistà col detto Dante, fu dal detto cavaliere pregato che pregasse l’esecutore che gli fosse raccomandato. Dante disse che ‘l farebbe volentieri. Quando ebbe desinato, esce di casa, e avviasi per andare a fare la faccenda, e passando per porta San Piero, battendo ferro uno fabbro su la ‘ncudine, cantava il Dante come si canta uno cantare, e tramestava i versi suoi,
smozzicando e appiccando, che parea a Dante ricever di quello grandissima ingiuria. Non dice altro, se non che s’accosta alla bottega del fabbro, là dove avea di molti ferri con che facea l’arte; piglia Dante il martello e gettalo per la via, piglia le tanaglie e getta per la via, piglia le bilance e getta per la via, e cosí gittò molti ferramenti. Il fabbro, voltosi con uno atto bestiale, dice:
— Che diavol fate voi? sete voi impazzato?
Dice Dante:
— O tu che fai?
— Fo l’arte mia, — dice il fabbro, — e voi guastate le mie masserizie, gittandole per la via.
Dice Dante:
— Se tu non vuogli che io guasti le cose tue, non guastare le mie.
Disse il fabbro:
— O che vi guast’io?
Disse Dante:
— Tu canti il libro e non lo di’ com’io lo feci; io non ho altr’arte, e tu me la guasti.
Il fabbro gonfiato, non sapendo rispondere, raccoglie le cose e torna al suo lavoro; e se volle cantare, cantò di Tristano e di Lancelotto e lasciò stare il Dante; e Dante n’andò all’esecutore, com’era inviato. E giugnendo all’esecutore, e considerando che ‘l cavaliere degli Adimari che l’avea pregato, era un giovane altiero e poco grazioso quando andava per la città, e spezialmente a cavallo, che andava sí con le gambe aperte che tenea la via, se non era molto larga, che chi passava convenía gli forbisse le punte delle scarpette; e a Dante che tutto vedea, sempre gli erano dispiaciuti cosí fatti portamenti; dice Dante allo esecutore.
— Voi avete dinanzi alla vostra Corte il tale cavaliere per lo tale delitto; io ve lo raccomando, come che egli tiene modi sí fatti che meriterebbe maggior pena; e io mi credo che usurpar quello del Comune è grandissimo delitto.
Dante non lo disse a sordo; però che l’esecutore domandò che cosa era quella del Comune che usurpava. Dante rispose:
— Quando cavalca per la città, e’ va sí con le gambe aperte a cavallo, che chi lo scontra conviene che si torni adrieto, e non puote andare a suo viaggio.
Disse l’esecutore:
— E parciti questo una beffa? egli è maggior delitto che l’altro.
Disse Dante:
— Or ecco, io sono suo vicino, io ve lo raccomando.
E tornasi a casa, là dove dal cavaliere fu domandato come il fatto stava.
Dante disse:
— E’ m’ha risposto bene.
Stando alcun dí, il cavaliere è richiesto che si vada a scusare dell’inquisizioni. Egli comparisce, ed essendogli letta la prima, e ‘l giudice gli fa leggere la seconda del suo cavalcare cosí largamente. Il cavaliere, sentendosi raddoppiare le pene, dice fra sé stesso: “Ben ho guadagnato, che dove per la venuta di Dante credea esser prosciolto, e io sarò condennato doppiamente”.
Scusato, accusato, che si fu, tornasi a casa, e trovando Dante, dice:
— In buona fé, tu m’hai ben servito, che l’esecutore mi volea condennare d’una cosa, innanzi che tu v’andassi; dappoi che tu v’andasti, mi vuole condennare di due —; e molto adirato verso Dante disse: — Se mi condannerà, io sono sofficiente a pagare, e quando che sia ne meriterò chi me n’è cagione.
Disse Dante:
— Io vi ho raccomandato tanto, che se fuste mio figliuolo piú non si potrebbe fare; se lo esecutore facesse altro, io non ne sono cagione.
Il cavaliere, crollando la testa, s’andò a casa. Da ivi a pochi dí fu condennato in lire mille per lo primo delitto, e in altre mille per lo cavalcare largo; onde mai non lo poté sgozzare né egli, né tutta la casa degli Adimari.
E per questo, essendo la principal cagione, da ivi a poco tempo fu per Bianco cacciato di Firenze, e poi morí in esilio, non sanza vergogna del suo Comune, nella città di Ravenna.

NOVELLA CXV
Dante Allighieri, sentendo uno asinaio cantare il libro suo, e dire: arri; il percosse dicendo: cotesto non vi miss’io; e lo rimanente come dice la novella.

Ancora questa novella passata mi pigne a doverne dire un’altra del detto poeta, la quale è breve, ed è bella. Andandosi un dí il detto Dante per suo diporto in alcuna parte per la città di Firenze, e portando la gorgiera e la bracciaiuola, come allora si facea per usanza, scontrò uno asinaio, il quale avea certe some di spazzatura innanzi; il quale asinaio andava drieto agli asini, cantando il libro di Dante, e quando avea cantato un pezzo, toccava l’asino, e diceva:
— Arri.
Scontrandosi Dante in costui, con la bracciaiuola li diede una grande batacchiata su le spalle, dicendo:
— Cotesto arri non vi miss’io.
Colui non sapea né chi si fosse Dante, né per quello che gli desse; se non che tocca gli asini forte, e pur:
— Arri, arri.
Quando fu un poco dilungato, si volge a Dante, cavandoli la lingua, e facendoli con la mano la fica, dicendo:
— Togli.
Dante veduto costui, dice:
— Io non ti darei una delle mie per cento delle tue.
O dolci parole piene di filosofia! che sono molti che sarebbono corsi dietro all’asinaio, e gridando e nabissando ancora tali che averebbono gittate le pietre; e ‘l savio poeta confuse l’asinaio, avendo commendazione da qualunche intorno l’avea udito, con cosí savia parola, la quale gittò contro a un sí vile uomo come fu quell’asinaio.

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