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A TAVOLA CON… FLORENTINO ARIZA E FERMINA DAZA

di Carmela Moretti

 È stato uno dei libri più letti o riletti in questa pandemia del coronavirus, insieme a “La peste” di Camus, per l’inconscia necessità di trovare correlazioni tra il nostro momento presente e altre malattie, infezioni, dolori, disastri del tempo passato. Salvo poi rendersi conto, una volta arrivati alla fine delle oltre 300 pagine, che il colera è soltanto una comparsa nella storia; che i protagonisti non sono costretti al lockdown; che a impedire la relazione tra Florentino Ariza e Fermina Daza non è un dpcm dell’allora governatore dei Caraibi, ma la paura di essere contagiati dal sentimento più intenso di tutti: l’amore.

Avrete certamente capito che stiamo parlando dell’ “Amore ai tempi del colera”, una delle opere più amate di Gabriel Garcia Marquez, in cui si narra di un innamorato giovane e accanito, che decide di aspettare la donna della sua vita per cinquanta lunghissimi anni, senza disdegnare nel frattempo di avventurarsi nei letti di altre 622 donne. Il tutto è ambientato in un paese dei Caraibi nel XIX secolo ed è raccontato con l’immensa prosa di Marquez: evocativa, intensa, profonda ma mai greve, capace di esaltare colori, odori, volti, emozioni.

Gabriel Garcia Marquez

Anche il cibo, in Gabriel Garcia Márquez, non è nutrimento del corpo, ma sostentamento dello spirito: serve a creare atmosfere particolari e a produrre metafore tra il mondo reale, quello dei sensi, e la parte più profonda e irreale dell’animo dei protagonisti.

Di tutto questo l’autore ci dà un assaggio fin da subito, in apertura, creando uno degli incipit più belli della letteratura: “Era inevitabile: l’odore delle mandorle amare gli ricordava sempre il destino degli amori contrastati”. Per il dottor Juvenal Urbino, ormai giunto al capolinea della vita, il sentimento amoroso non ricambiato ha lo stesso sapore pungente e sgradevole delle mandorle non mature; e lo sa bene il protagonista della storia, che con un amore ostile ha dovuto farci i conti una vita intera.

Florentino Ariza mangia per porre rimedio al dolore. Si ciba per istinto, per un bisogno ancestrale di introdurre anche nella più piccola cellula del suo corpo l’amore per la sua donna. Si nutre, pertanto, di profumi:

“Fu anche l’epoca in cui trovò per caso in un baule di sua madre un flacone da litro dell’acqua di colonia che vendevano di contrabbando i marinai della Hamburg American Line e non resistette alla tentazione di assaggiarla in cerca di altri sapori della donna amata. Continuò a bere dal flacone fino all’alba, ubriacandosi d Fermina Daza con sorsi abrasivi…”

 e di fiori:

 “Florentino Ariza passò il resto del pomeriggio a mangiar rose e a leggere la missiva ripassandola lettera per lettera più volte e mangiando più rose quanto più la leggeva (…) fu l’anno dell’innamoramento accanito.”

Se spostiamo l’attenzione sulla protagonista femminile, il cibo viene utilizzato dal narratore per esaltare il suo carattere vulnerabile, incostante e altero.

“Va bene, mi sposo con lei se mi promette che non mi farà mai mangiare melanzane”, scrive la giovanissima Fermina in una lettera indirizzata a Florentino, prestandosi con incoscienza e mutevolezza al passatempo amoroso. Melanzane che poi, la stessa, finirà per adorare negli anni della maturità, quando diventerà la signora Urbino.

Mirabile è anche la scena in cui Fermina gioca a fare la spesa al mercato, mostrando un’autorevolezza da donna seducente. Compra tutto ciò che serve, ma anche tutto ciò che la stuzzica. Florentino, che la osserva di nascosto, è incantato dalla sua potente femminilità.

“Comprò sei dolci di ogni tipo, indicandoli con il dito perché non riusciva a farsi sentire in mezzo alla confusione: sei capellini d’angelo, sei piccole conserve di latte, sei tavolette di sesamo, sei alfajores di manioca, sei cioccolatini incartati, sei piononos, sei bocaditos della regina, sei di questo e sei dell’altro, sei di tutto, e continuava a metterli nei cesti della domestica con una grazia irresistibile…”.

Giovanna Mezzogiorno e Javier Bardem, nel film “L’amore ai tempi del colera” di Mike Newell, 2007

Chiaramente, non mancano nel corso del racconto riferimenti ai cibi della cultura caraibica e sudamericana. Di alcuni, siamo desiderosi di avere la ricetta e allora ci rivolgiamo a Galla Placidia, una donna buona che per tutta la vita è rimasta al servizio di Fermina.

Ci accoglie nel cortile della sua abitazione e ci sediamo su una panchina, all’ombra di due mandorli in fiore. Ci fa assaggiare una porzione di riso al cocco e degli ottimi alfajores, il tutto accompagnato da un bicchierino di liquore all’anice. Dopo l’aria ardente del pomeriggio, ci lasciamo cullare dal fresco vento della sera e ci sentiamo in pace.

Ci sentiamo in pace perché l’atmosfera è gradevole e perché ora sappiamo come va a finire la storia. Non è mai troppo tardi.

C’è sempre tempo per arrivare ad assaporare l’essenza dell’amore.

RISO AL COCCO

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 Ingredienti

1 ciotola di riso (grana corta)

2 scatole di latte di cocco

2 ciotole di acqua

1 cucchiaio di zucchero

1 cucchiaino di sale

6 bastoncini di cannella

2 cucchiai di chiodi di garofano

2 pezzi di zenzero

1 tazza di uvetta

Preparazione

Mettere il riso in acqua per due ore. Frantumare lo zenzero e fate bollire per alcuni minuti con i chiodi di garofano e la cannella in una tazza d’acqua. Coprire e far cuocere molto dolcemente per 15 minuti. Scolare, lasciare raffreddare e aggiungere il latte di cocco. Scolate il riso e mettetelo in una pentola con il latte di cocco, acqua e sale. Fate bollire, mescolando di tanto in tanto. Quando si comincia ad asciugare e il chicco di riso tenero, aggiungere lo zucchero e uvetta. Mescolare lentamente in modo che il riso non si attacchi. Quando sarà separato completamente dalle pareti della pentola togliere dal fuoco.

Prendete una ciotola umida e lasciate raffreddare.

 ALFAJORES

https://blog.giallozafferano.it/annatorte/ricetta-alfajores-argentini/

 

 

 

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