“TUTA BLU”. LA STORIA DEGLI ANNI ‘70 VISTA DAGLI OCCHI DI UN OPERAIO

di Michele Cotugno

Gli anni ’70. Il decennio in cui svanirono i sogni. Svanì il miracolo economico italiano, che nel ventennio precedente aveva portato un paese uscito devastato dalla guerra ad essere una potenza industriale. Svanì, tra bombe, pistole p38 e crisi economiche, quel sogno di rivoluzione del Sessantotto. E iniziarono a vacillare quelle conquiste che i lavoratori avevano ottenuto dopo l’autunno caldo del ’69, quando, a seguito dell’ondata di proteste operaie, erano stati riconosciuti nuovi diritti. Diritti che, nel 1970, trovarono espressione nel cosiddetto “Statuto dei lavoratori”, che ancora oggi è alla base della normativa in campo lavorativo. L’approvazione dello statuto servì a far stemperare i toni delle proteste, raffreddando l’autunno caldo. Ma, purtroppo, per poco. Non passò molto tempo prima che si riaccendesse quel clima violento che caratterizzò tutto quel maledetto decennio. Una prova di forza, quella dei lavoratori, che già dalla metà degli anni ’70 iniziò a scemare, aprendo la strada alla stagione neoliberista degli anni ’80.

È l’Italia narrata da “Tuta blu. Ire, ricordi e sogni di un operaio del Sud”, romanzo biografico edito nel ’78 dalla Feltrinelli e scritto dal recentemente scomparso Tommaso Di Ciaula, operaio e poeta, che, in quelle pagine, scattò una fotografia di un’Italia che era cambiata in poco tempo. E che continuava a cambiare. In peggio, ai suoi occhi da lavoratore.

Tuta blu” è molto di più di un romanzo autobiografico. È un libro di storia. Ma una storia non raccontata a posteriori dall’occhio terzo degli storiografi. È una storia raccontata in contemporanea, da chi quell’era l’ha vissuta. Da chi ha provato sulla propria pelle le trasformazioni dell’Italia e del Mezzogiorno, la transizione da un paese agricolo ad uno industriale. Da chi ha subito gli inganni dell’industrializzazione.

 

In uno stile molto poco formale, a tratti anche volgare (anche pieno di parolacce, ma, d’altronde, se si vuole esprimere ira e frustrazione, cosa è meglio di un “vaffanculo”?), “Tuta blu” raccoglie, senza un ordine cronologico ben preciso, i pensieri, anche quelli più intimi, più sconci, di un operaio tornitore nella zona industriale di Bari, che, dopo essere stato attratto dalle promesse di vita migliore di un’industrializzazione che, in realtà, nel Sud Italia fu tardiva, inefficace e disattenta, scopre il rimpianto per una società contadina, ormai scomparsa sotto i colpi della modernità. Scopre la disumanità di un’industrializzazione troppo interessata al rendimento, all’intensificazione dei ritmi di lavoro, alla produzione maggiore in minor tempo. E poco attenta, invece, alle esigenze umane di chi è invece costretto a vivere la maggior parte del tempo di una giornata a ripetere sempre la stessa mansione, a fare sempre lo stesso pezzo, in condizioni di scarsa sicurezza, di alienazione e di continua intimidazione da parte di capi sempre disposti ad incolpare gli operai per ritardi, minori profitti, sprechi e imprevisti vari.

Racconta, con rabbia e disincanto, quello scollamento tra sinistra, sindacati e classe operaia che già dagli anni ’70 iniziò a manifestarsi nella politica italiana, per poi proseguire. furono quelli, infatti, anni di delusione. Anni in cui si spensero le speranze sessantottine, mentre nelle città italiane regnava il caos, la paura e il Belpaese attraversava quella che Sergio Zavoli definirà la “notte della Repubblica”. Anni in cui shock petrolifero e inflazione decretarono la definitiva morte del miracolo economico italiano, dando inizio ad una fase negativa dell’economia. Anni in cui la politica e i suoi protagonisti si dimostrarono spesso incapaci di rispondere in maniera tempestiva ai cambiamenti rapidi della società (già anni prima il politologo Giorgio Galli aveva definito la democrazia italiana una “lentocrazia”). E i lavoratori non riuscivano più a dimostrare quella forza manifestata a fine anni ’60, iniziando a perdere fiducia nei sindacati e nel partito Comunista Italiano, che proprio in quegli anni tentava, attraverso il compromesso storico, di diventare forza di governo.

Scrive infatti Di Ciaula: «Questi sindacalisti scrivono cose molto difficili: paritetiche, declaratorie, ecc […]. Cosa ce ne frega dei grossi paroloni? Vogliamo argomenti chiari, limpidi, che si facciano capire. L’autunno caldo del 1969 ormai è lontano. Con quel contratto raggiungemmo grossi traguardi. Il padronato non se l’aspettava tanta grinta da parte degli operai e fu preso in contropiede. Adesso il padrone si è più organizzato. Direi che noi gli abbiamo dato il tempo ed il modo di organizzarsi. Non solo l’autunno doveva essere caldo, ma anche l’inverno, la primavera, l’estate e l’altro autunno sempre più bollente, da togliergli il respiro, da stroncarlo definitivamente, una volta per tutte. Noi operai questa volta non abbiamo le idee chiare, molti concorrono a confonderci le idee».

In un periodo in cui «la classe operaia sembra sbandata» e «i sindacati non fiatano», l’autore si chiede «a che vale aver lottato tanto, per poi farsi fregare tutto quanto». Si chiede perché i sacrifici vengano sempre e solo chiesti a chi, come gli operai, già ne fa abbastanza.

Quella di Di Ciaula è un’opera il cui successo travalica i confini italiani. Da quelle pagine fu tratto, nell’87, un film dal titolo “Tommaso blu”, diretto dal regista tedesco Florian Furtwängler, che vide come protagonista Alessandro Haber. Fu apprezzato da Leonardo Sciascia e venne tradotto in inglese, francese, tedesco, spagnolo e russo. Ma non piacque a quei sindacati oggetto, nelle pagine, degli sfoghi e delle accuse dell’autore.

I ricordi e i concetti espressi tra le pagine di “Tuta blu” potrebbero oggi apparire vetusti, appartenenti ad un’epoca ormai andata, un’Italia ormai svanita, superata dalla deregolamentazione neoliberista degli anni successivi, dalla fine della Prima Repubblica e dalla scomparsa dei protagonisti politici di quegli anni, della stessa economia industriale che fa da sfondo all’opera, surclassata dall’economia dei servizi. Oltretutto, senza conoscere un minimo della storia di quegli anni, molti particolari potrebbero sfuggire a chi, oggi, legge quelle pagine o potrebbero sembrare come semplici sfoghi di un operaio.

Oggi, a 43 anni dalla stesura di quel libro, vale ancora la pena leggerlo, dunque? Ovviamente sì. Perché se ancora oggi è necessario denunciare un’industrializzazione selvaggia, che si fa beffa dell’ambiente e della vita umana, evidentemente l’epoca di “Tuta blu” non è ancora finita.

Se ancora oggi si deve scegliere tra salute e lavoro, evidentemente la denuncia di Di Ciaula è ancora valida. Se ancora oggi, dalle campagne alle fabbriche, di lavoratori sfruttati ce ne sono tanti e se, in un’epoca in cui la politica si occupa sempre meno di lavoro, è la magistratura che deve colmare il vuoto, denunciando episodi di sfruttamento mascherati da collaborazioni autonome ed occasionali (come dimostra il caso recente dei rider), evidentemente “Tuta blu” e il suo messaggio sono ancora tragicamente attuali.

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