ELOGIO DELLA FRANCIA

di Ermanno Testa

Che cosa rende a volte ‘antipatici’ i francesi? Probabilmente la percezione della loro orgogliosa consapevolezza di essere all’avanguardia, rispetto ad altri popoli, nei modelli culturali a cui è improntato il loro vivere civile. Peraltro la obiettiva difficoltà, tutta psicologica, di prenderne atto non può impedire di considerare quanto tale presunzione poggi su seri fondamenti storici e su modelli etico-culturali che sono entrati a far parte del bagaglio civile anche di altri popoli, europei e non solo. Modelli neppure scalfiti, al massimo offuscati, dalla sovrapposta pur abbagliante cultura delle ultraliberiste società anglosassoni del XX secolo, all’interno delle quali peraltro vige diffusa, in una condizione di marcato individualismo, una schizofrenia latente tra visione metafisica della realtà e irrefrenabile bisogno di ricchezza materiale.

Una delle costanti che caratterizzano il percorso degli intellettuali francesi già a partire dal ‘500, è il progressivo allontanamento dai vincoli della cultura religiosa medievale. Al riguardo una figura significativa è quella dell’umanista Montaigne: uno studioso che condanna le dottrine troppo rigide e le certezze cieche, analizza la condizione umana con rara capacità di introspezione libera da pregiudizi e in un secolo di violenti contrasti religiosi agisce come moderatore rispettato da entrambi i contendenti. Il suo esplicito scetticismo nei confronti di miracoli, visioni, incantesimi ed altre credenze di tipo soprannaturale gli valgono il sequestro dei suoi Saggi. E quanto ai fenomeni di stregoneria egli ritiene necessario piuttosto ricorrere alla somministrazione di terapie per sofferenze mentali a persone psichicamente turbate piuttosto che accendere roghi per bruciare pretesi servi del maligno. È anche sostenitore di una educazione che privilegi l’intelligenza piuttosto che la memoria.

E poi, nel secolo successivo, Cartesio, scienziato alla ricerca di un metodo che dia la possibilità all’uomo di distinguere il vero dal falso fondato sulla certezza del soggetto che dubita, e quindi pensa: “io penso dunque io sono”. Un cogito incapace di aprirsi ad una dimensione trascendente che fa dire a Hegel essere Cartesio l’iniziatore del pensiero moderno dopo secoli di filosofia misticheggiante.

Descartes

E poi il matematico e fisico Pascal che nell’individuare una opposizione tra ragione e cuore distingue un esprit de géométrie, che si occupa degli aspetti esteriori, misurabili e si serve della dimostrazione, da un esprit de finesse, che si occupa dell’uomo e si basa sul cuore, sul sentimento e sull’istinto.

Sotto il profilo della storia politica è in questo contesto di un pensiero che sembra avviarsi al superamento di ogni concezione metafisica che, in una fase difficile di consolidamento dello Stato francese e nel pieno di cruenti conflitti religiosi, viene emanato, alla fine del ‘500, il Decreto di tolleranza, noto come Editto di Nantes, che pone termine ai conflitti religiosi in Francia: con esso si riconosce la libertà di coscienza, la libertà di culto e la possibilità per tutti di accedere a cariche pubbliche e scuole.

La pacificazione religiosa della Francia è un elemento essenziale per l’inizio dell’egemonia francese in Europa. Mentre a Roma, appena due anni dopo, nel 1600, arde il rogo di Giordano Bruno, ideatore di più mondi possibili! In Francia al crescere e al rafforzarsi dello Stato si accompagna lo sviluppo della cultura politica, sulle orme di Machiavelli, alla ricerca della più efficace azione di governo. Grazie all’abilità diplomatica di Richelieu e di Mazarino e alle politiche economiche di Colbert, la Francia si avvia a vivere da protagonista la storia degli ultimi secoli.

La cultura è parte dell’egemonia francese. La pittura (Poussin, Lorrain), l’architettura, la letteratura (Bayle, Corneille, Racine, Moliere) toccano la punta massima. Un percorso culturale che trova nell’assolutismo di Luigi XIV un ulteriore sviluppo per impulso dello stesso sovrano: la cultura francese si espande in Europa.

Luigi XVI

E mentre lo Stato si espande si fanno largo anche nuove idee che mettono in discussione il ruolo stesso del re nello Stato: l’opera di Montesquieu descrive la separazione dei poteri; altri filosofi francesi, nel corso del Settecento, guadagnano una forte influenza politica e culturale a livello mondiale, tra cui Diderot, Voltaire, Jean-Jacques Rousseau, il quale con il suo Contratto sociale è un catalizzatore per le riforme sociali in Europa.

Fioriscono le scienze: Lavoisier lavora per rimpiazzare le arcaiche unità di misura e di peso, con un sistema coerente, formula il principio di conservazione, scopre l’ossigeno e l’idrogeno. Si tratta di quel grande, complesso, ricco fenomeno culturale capace di segnare la storia d’Europa: l’Illuminismo, che segna in modo definitivo l’uscita dell’uomo dalla condizione di minorità imputabile a sé stesso (Kant). Compito degli intellettuali illuministi, che si autodefiniscono philosophes, deve essere il coraggioso uso della ragione; è un compito pedagogico di liberazione dalla metafisica, dall’oscurantismo religioso, dalla tirannia della monarchia assoluta. Quella dell’Illuminismo è una cultura laica e in molti casi apertamente atea, che segna un’epoca di dibattito filosofico e politico intenso: la fiducia nella ragione, coniugandosi con il modello sperimentale della scienza newtoniana sembra rendere possibile la scoperta non solo delle leggi del mondo naturale, ma anche di quelle dello sviluppo sociale. Si pensa allora che, usando correttamente la ragione, sarebbe possibile un progresso indefinito della conoscenza, della tecnica e della morale.

Il primo volo umano con la Mongolfiera segna idealmente questo periodo. Idee che alla luce delle gravi condizioni sociali e politiche portano a proclamare con la Rivoluzione francese i principi fondamentali di libertà, eguaglianza, fraternità come principi naturali e universali, validi per tutta l’umanità. Nell’agosto dell’89 l’Assemblea nazionale abolisce il feudalesimo; in poche ore il clero, i nobili, città, compagnie perdono i loro secolari privilegi, sono abolite le dogane interne, soppresse le corporazioni di arti e mestieri; una nuova organizzazione giudiziaria rende i magistrati indipendenti dal trono. Vengono introdotti il matrimonio civile e il divorzio.

Anche le donne partecipano attivamente al processo rivoluzionario, alcune da protagoniste militanti – la marcia su Versaille dell’ottobre 1789 ne è un esempio – altre con la scrittura (“Dichiarazione dei diritti della donna” di Olympe de Gouges). E anche se non guadagnano il diritto di voto a seguito dell’impegno rivoluzionario, ampliano notevolmente la loro partecipazione negli affari pubblici, fissando dei precedenti per le generazioni di femministe a venire.

Grazie alla confisca delle proprietà della Chiesa viene risolta la crisi finanziaria della Francia. E a simboleggiare quanto drastica e consapevole sia la portata di tali scelte sta la testa mozzata dell’ultimo sovrano.

Anche l’Italia ha avuto i suoi intellettuali, i suoi artisti, personalità di altissimo, supremo valore. Il punto è che in Italia, a ostacolare una cultura forte, portatrice di un pensiero nuovo, progressivamente laico, non metafisico, che pure si è manifestato nel corso dell’Umanesimo e del Rinascimento, oltre che il permanere di un contesto religioso controriformista decisamente ostile (ai limiti della prigionia, della tortura, del rogo), è stata l’assenza di un corrispettivo disegno politico statuale; dovuto al prevalere di logiche e interessi localistici consolidatisi nei tanti principati italiani ma soprattutto impedito dalla presenza, al centro della penisola, di uno Stato pontificio la cui esistenza per secoli ha ostacolato qualunque ipotesi di Stato unitario italiano. Cultura e politica vivono generalmente in un nesso imprescindibile con funzioni entrambe importanti in un gioco dialettico, anche conflittuale, ma necessario ad entrambe: senza cultura non vi può essere buona politica ma senza politica la cultura perde la sua funzione stimolatrice della politica. Entrambe, ciascuna con proprie logiche e propri confini, concorrono alla crescita civile di una popolazione.

L’esperienza storica della Francia va appunto in questa direzione. Anche dopo la grande rivoluzione la Francia vive un’epoca travagliata socialmente e politicamente attraverso i ripetuti tentativi delle forze più reazionarie di ritornare all’antico regime, ogni volta contrastate da forze sociali ed intellettuali impegnate per il ritorno al regime repubblicano. È a seguito della rivoluzione di luglio nel 1830 che il concetto di sovranità nazionale rimpiazza definitivamente la sovranità di diritto divino, la bandiera tricolore rimpiazza definitivamente la bandiera borbonica e la Marsigliese diviene inno nazionale. È a seguito della rivoluzione del ’48 che viene istituito il suffragio universale maschile, viene abolito lo schiavismo, vengono adottate misure sociali come la proclamazione del diritto al lavoro, la limitazione della giornata di lavoro a dieci ore a Parigi e a undici ore in provincia; si avvia, nel quadro di una forte industrializzazione, uno spettacolare sviluppo della rete ferroviaria nel mentre l’apertura del canale di Suez consente lo sviluppo dei traffici con il medio ed estremo Oriente.

Intanto con la nuova classe sociale dei proletari urbani e i conseguenti sconvolgimenti sociali, per rimediare alle ingiustizie sociali, mettono le prime radici le idee anarchiche e socialiste (Proudhon, Louis Blanc). Ancor prima della costituzione della terza repubblica (1875) si assiste a un forte decollo industriale, vengono intraprese grandi opere di ammodernamento, viene introdotto il diritto di sciopero (1864) e per gli operai quello di istituire casse di mutuo soccorso; vengono poste le basi per una educazione gratuita e laica fino ad arrivare, a fine Ottocento, all’istruzione obbligatoria; si istituisce il servizio di leva. Tutto ciò in un Paese dove fin dai tempi di Napoleone funziona una ben articolata ed efficace struttura amministrativa al servizio dello Stato.

La grande Exposition Universelle che ha luogo a Parigi per i cento anni dalla Rivoluzione; l’inizio delle Olimpiadi moderne come fattore di pace universale; la nascita del cinema e le grandi correnti di rinnovamento artistico (impressionismo, Art Nouveau) e di pensiero, le innovazioni culturali e i divertimenti popolari (cabaret, can can), la creazione delle moderne maison per signore (la prima, con tanto di modelle, era già stata fondata nel 1857!), senza contare la crescente ricercatezza nei cibi e i progressi nei procedimenti di vinificazione, preparano e accompagnano quella che viene chiamata, tra fine Ottocento e inizio Novecento, la Belle Époque che ebbe effetti ben oltre i confini della Francia. Il francese, lingua tra le più armoniose ed eleganti, già dal Settecento lingua delle persone colte in Europa, continua ad essere usata come lingua internazionale della diplomazia e dei congressi mondiali. Ancora oggi è forte la tendenza da parte di correnti culturali conservatrici a ridimensionare il peso e il significato della Rivoluzione francese nella storia umana e, segnatamente, della Francia: si pone l’accento sul Terrore, sull’involuzione, negli anni immediatamente successivi, di quel processo di cambiamento in senso imperiale e bellico, su momenti difficili vissuti dalla Francia con le guerre, le imprese coloniali, le forti tensioni sociali: ma la rivoluzione del ’48 e la Comune di Parigi del ’70 restano per lungo tempo punti di riferimento storico a livello europeo e mondiale delle lotte socialiste in difesa dei lavoratori.

Ed è con un naturale senso di orgoglio nazionale che nel XX secolo, durante le due guerre mondiali, i francesi, mettendo da parte gli aspri conflitti sociali e politici degli anni precedenti, sanno dar prova di coraggio nelle trincee della Marna, pagando prezzi altissimi in vite umane (un quarto di tutti i francesi tra i diciotto e i trent’anni), così come, tra il 1944 e il 1945, quando più di trecentomila uomini, in una Francia in gran parte occupata, vengono reclutati per combattere i tedeschi. E tuttavia è con grande lungimiranza che la classe dirigente della Francia postbellica, dopo tre invasioni tedesche in soli settant’anni (1870, 1914, 1940) e a soli cinque dalla capitolazione del Terzo Reich, lancia il primo atto decisivo della costruzione dell’Europa includendovi la Germania (R. Schuman), nella convinzione che la pace nel vecchio continente e nel mondo non possa più reggersi sugli Stati nazionali (J. Monnet).

Per questo, tuttora non c’è inno al mondo che susciti emozione quanto le note della Marsigliese.

Per questo, né la Torre di Londra o l’Empire State Building di New York, né il Colosseo o le Piramidi, per quanto opere imponenti e suggestive, equivalgono il valore simbolico della Torre Eiffel, eretta per celebrare, ad un secolo di distanza, la Rivoluzione francese e la proclamazione dei principi universali di libertà, eguaglianza e fraternità; e neppure equivalgono la possente Statua della Libertà, dai francesi donata agli americani (1783), alla cui lotta di Indipendenza avevano direttamente partecipato, per celebrare i cento anni della loro Costituzione ispirata ai medesimi principi.

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