ECCO COSA CI INSEGNA LO SCIOPERO DEGLI SCENEGGIATORI A HOLLYWOOD

di Marco Zappacosta

Grande eco mediatica ha raggiunto negli ultimi mesi lo sciopero degli sceneggiatori nella capitale mondiale del cinema, Hollywood. Non è la prima volta che succede: i più ricorderanno un avvenimento simile tra il 2007 e il 2008 che portò alla sospensione della realizzazione di alcune serie televisive che, proprio in quell’anno, risultarono composte da molte meno puntate rispetto alle altre (tra queste ricordo la settima stagione di Scrubs, composta solo da 11 puntate).
Gli sceneggiatori, similmente al 2007/2008, chiedono compensi maggiori e adeguati ai guadagni delle case di produzione (Netflix, Apple TV, Prime Video, HBO e altre), ma per la protesta più recente si aggiunge il problema legato all’intelligenza artificiale che rischia di prendere il posto degli stessi sceneggiatori (in realtà i rischi sono anche per gli attori, come hanno testimoniato il recente caso di Tom Hanks).

La questione dei compensi è legata al cambiamento della distribuzione dei prodotti visivi: negli anni addietro un film veniva realizzato, distribuito nei cinema e poi tramite i DVD e quindi il suo guadagno era tutto sommato limitato nel tempo ma ora, tramite le numerose piattaforme di streaming, una serie televisiva o un film può creare guadagno per molto più tempo, teoricamente illimitato.
Nonostante questo cambiamento la situazione non è migliorata e, anzi, in alcune interviste gli sceneggiatori hanno lamentato pagamenti molto esigui e davvero tardivi: a riprova di questo, in un bar vicino al luogo dello sciopero sono esposti in una teca alcuni assegni dal valore esorbitante di 1 dollaro. Il guadagno non viene quindi spartito anche tra gli sceneggiatori.

Di fronte a questa situazione, la Writers Guild of America (WGA), l’organizzazione che raggruppa i due principali sindacati statunitensi, potendo contare su 11 mila iscritti, ha proclamato a maggio scorso lo sciopero generale, bloccando così di fatto le nuove produzioni.

(AP Photo/Mary Altaffer)

In questa protesta, la stragrande maggioranza degli autori ha partecipato attivamente, passando settimane intere davanti alle sedi delle case di produzione di Hollywood, collocate una vicina all’altra, esponendo cartelli inneggianti allo sciopero e alla richiesta di salari adeguati.

La partecipazione è stata così numerosa che nei pressi della protesta stazionava anche un barbiere per tagliare capelli e barba ai manifestanti che, indefessamente, non lasciavano la postazione.

I disagi di questo sciopero si vedranno alla lunga: tra qualche mese, Netflix e gli altri servizi di streaming non avranno nuovi prodotti da condividere con gli abbonati. Per ovviare a questa mancanza, dovranno verosimilmente acquistare prodotti da altre zone del mondo, Oriente in primis.

Gli articoli di giornale più recenti riportano che lo sciopero è rientrato e che nei prossimi mesi gli sceneggiatori dovrebbero notare dei miglioramenti salariali.

Gli sceneggiatori, quindi, hanno raggiunto il loro obiettivo.

(Photo by Chris Delmas / AFP)

Questa situazione mi ha fatto pensare alla situazione degli scioperi qui in Italia, dove invece la partecipazione è sempre molto esigua e i risultati praticamente inesistenti. I numeri sono in chiaro e facilmente consultabili cercando su Google ‘’cruscotto degli scioperi’’. Prendendo ad esempio gli ultimi scioperi del comparto scuola, si può notare che la partecipazione alle ultime contestazioni sia stata sempre sotto il 10% e alcune volte anche sotto l’1% (anche se a maggio 2022 si è registrato un incredibile 17%): come si può far sentire la propria presenza e il proprio dissenso a livello istituzionale se agli scioperi, tra i pochi (se non l’unico) metodi riconosciuti legalmente a tal scopo, non partecipa praticamente nessuno? Il caso degli sceneggiatori degli Stati Uniti, che con la loro protesta sono riusciti a far prevalere l’importanza nel proprio ambito lavorativo, deve farci riflettere sulla centralità del numero e della partecipazione alle manifestazioni di dissenso. Senza ambizioni di diventare come gli scioperanti di Hollywood, un numero maggiore di partecipanti darebbe il giusto peso alle problematiche di alcuni lavori che, stando così le cose, danno l’errata impressione di non essere particolarmente aggravati da problemi in ambito lavorativo e fanno pensare che in realtà vada tutto bene.

Un misto di amarezza e di delusione fa capire quanto sia centrale l’idea secondo cui la coscienza di essere parte della stessa squadra possa permettere di raggiungere risultati migliorativi per la propria posizione lavorativa e sociale.
Che la lezione americana possa, almeno in questa prospettiva, esserci da guida, sebbene sembra che stiamo prendendo la direzione opposta.

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