AFTER LOVE, regia di Aleem Khan, Gran Bretagna, 2020

di Francesco Monteleone

Il guaio è che, in amore, le donne vogliono l’esclusiva. Perché, al contrario, gli uomini testicolosi considerano triste e buia una relazione di coppia senza nemmeno una ‘commara’ e cercano sempre il doppio gradimento nell’altro sesso. Questo è il fatto narrato molto bene dal regista esordiente Aleem Khan, che sta trovando un alto gradimento nel pubblico italiano e perfino più accelerato in quello barese.

Un marittimo musulmano che lavora sulle navi del Canale della Manica costruisce la sua egoistica felicità sposando e pakistanizzando nella città di Dover la signorina Mary (Joanna Scanlan), una voluminosa femmina che per togliere i prevedibili ostacoli culturali si fa rinominare ‘Fatima’. Ma questo sacrificio linguistico e morale non è sufficiente a Mary per aggiudicarsi un matrimonio come Cristo comanda inutilmente, da secoli. Il marittimo Ahmed, seguendo il richiamo a distanza del suo pisello, si rigenera in Calais, famosa cittadina dirimpettaia delle bianche scogliere di Dover, dove c’è Genevieve (Nathalie Richard) la convivente francese con 4 taglie di meno, dalla quale ha avuto un figlio gay.

Diciamo con orgoglio che il Trattato di Mastricht dà vantaggi inclusivi, se il nostro eroe extra-comunitario realizza, nel mercato unico europeo, un vero processo di integrazione adulterina. Ma il suo dio, che amministra il destino dei fedeli senza dare tante spiegazioni, gli fa fare un balzo troppo in avanti, facendolo morire molto tempo prima della pensione. Ecco il primo di tanti colpi di scena: rimangono nella pellicola due donne in bilico, che si avviano ad una ascesa vertiginosa verso la realtà, facendo emergere con chiarezza (e con bravura recitativa) quel che ancora permane nella nostra società della stupidissima cultura patriarcale.

Nei minuti che corrono dopo l’iniziale separazione coniugale dovuta a colpo apoplettico, noi tutti in sala si va consapevolmente verso la disillusione dell’amore (ormai l’industria cinematografica ci commuove con le storie romantiche solamente da Natale alla Befana). Il film, rivolto all’ individuazione di nuove aree sentimentali, analizza gli effetti distorsivi prodotti dai maschi che si auto-ammirano nella poligamia; ma in esso non c’è una svolta artistica verso la restrizione morale, anzi l’opera di Aleem Khan è catalizzatrice di buoni propositi. Dunque, pur non essendo un capolavoro, è certamente da vedere.
Inutile è il solito, persistente, inflattivo siparietto omosessuale che ormai in ogni film allunga il brodo della sceneggiatura. Invece Il superbonus per chi ha pagato il biglietto sarà vedere che le tensioni iniziali delle due donne rivali si attenueranno ragionevolmente, fino a trasformarsi in ‘un unico sguardo lungo’ verso il futuro, verso la vita.

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