“JOKER”, REGIA DI TODD PHILLIPS, 2019

di Giulio Loiacono
Come ondeggiare tra capolavoro e schifezza, tra realtà e sogno, tra ribellione ed ordine, tra bene e male? “Perché abbandonare al proprio destino un malato di mente che voleva solo essere curato? Perché lasciarlo libero?”.
Appunto: come può essere lasciato libero un matto, come può occupare uno spazio pubblico un uomo, una persona che chiedeva soltanto al mondo di essere curato? L’incoscienza, frutto del nostro egoismo, la totale noncuranza ha creato il mostro, lo spietato, il delinquente per natura, colui che uccide per impulso come per impulso ride.
Scoppia a ridere e fa scoppiare cervelli, budella, dà sfogo al suo odio da malato. Il suo essere rifiutato come figlio e come essere umano dà sfogo alla sua violenza anche nei confronti di chi lo generò e che lo avrebbe voluto civile, costumato, fedele alle regole ed infedele alla sua passione di comico “perché non fai i soldi, perché non puoi vivere”. Lui sa che non fa ridere, ma ridendo fa sul serio e molti altri, schiavi come lemmings che percorrono le loro vite fatte di viuzze inutili, cominciano a credere che si possa fare sul serio formando le loro misere maschere con il bianco della marmorea crudeltà e col rosso del sangue.
Arthur/Joker scatena una guerra senza senso e che si sarebbe potuta evitare solo se si fosse curato come lui aveva sempre richiesto. Continua a chiederlo, anche di fronte al sadico De Niro/anchorman di late show, che lo stimola ad una normalità che lui non può conoscere e che uccide uccidendo lui in uno scoppio di risa e di battute che non fanno ridere.
Colui che deve scrivere di questo film vi lascia al proprio primario ed irrisolto ondeggiamento: capolavoro o schifezza? Decidete senza scoppiare a ridere. Per favore.
Joker
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