TRA GIUNONE E IPSIPILE: OVIDIO E LA DISCRIMINAZIONE DELLA RIVALE OPERATA DALLA MOGLIE (Pt. 2)

di Gabriele Colella

Veniamo adesso, come pattuito, a focalizzare l’attenzione sul secondo termine dal colorito assai dispregiativo cui Giunone ricorre per denigrare la rivale in amore: importuna.

haud impune feres; adimam tibi namque figuram
qua tibi quaqua places nostro, importuna, marito». (Met. 2, 474-475)

La regina degli dei, furiosa alla notizia della rivale ingravidata da Giove, si dichiara disposta a inveire contro Callisto,

Giove e Callisto, Jacopo Amigoni. XVIII secolo.

privandola della bellezza con la quale ha indebitamente conquistato suo marito e tramutandola in orsa famelica. Ciò che preme evidenziare, in questa sede, è che Giunone si riferisca alla pretendente sua nemica come importuna. L’aggettivo importunus costituisce la forma negativa di opportunus che, aggettivo denominale da portus (‘porto’), mutuato dal linguaggio specifico della nautica, designa, originariamente riferito per lo più ai venti, quello ‘che spinge verso il porto’. Sconfinato solo più tardi nella lingua comune, l’aggettivo passerà a identificare ‘colui che viene al momento giusto, opportuno’. Pare tuttavia che la dea, servendosi dell’attributo importuna per alludere alla ninfa Callisto, non intenda limitarsi a segnalarne la presenza ‘inopportuna’ e, se vogliamo, ‘fuori luogo’. È anzi evidente che il termine acquisisca un significato decisamente più negativo e denigrante. Callisto – sembra piuttosto voler dire la regina degli dei – ha palesato tutta la propria sfacciataggine e spudoratezza insinuandosi nel matrimonio altrui.

Differentemente da quanto osservato a proposito di adultera che si riviene tanto nel lamento di Giunone quanto in quello di Ipsipile, l’aggettivo importuna anzi è adoperato dalla sola regina degli dei. Nonostante questo, è pur possibile rintracciare un sottile e quasi impercettibile parallelismo tra le parole di Giunone e quelle della regina di Lemno, relativamente al suddetto aggettivo. Appurato che importuna, infatti, rimandi inequivocabilmente al porto, non sembra allora casuale la scelta del poeta di Sulmona di lasciare che Ipsipile immagini il ritorno di Giasone proprio nel portus di sua proprietà:

Dic age, si ventis, ut oportuit, actus iniquis
intrasses portus tuque comesque meos,
obviaque exissem fetu comitante gemello

Quo vultu natos, quo me, scelerate, videres? (her. 6, 141-143, 145)

I versi appena menzionati sono tratti dalla sezione centrale della lettera scritta da Ipsipile a Giasone. Confrontatasi con Medea e ribadita la propria superiorità, la regina di Lemno non può fare a meno di continuare a pensare alla rivale anche nel prefigurare, nitidi i contorni nella sua mente, il ritorno dell’Argonauta. Pur non servendosi dell’aggettivo importuna, la diffidenza di Ipsipile nei confronti della rivale e, soprattutto, la sua resistenza al cospetto della possibilità che Giasone, quanto mai disonorato dall’esser venuto meno alle promesse coniugali, torni da lei in compagnia di Medea, pare anzi venir suggerita da almeno due elementi: da un lato, nel definire iniquis (‘sfavorevoli’) i venti che conducano Giasone e la paelex all’isola di Lemno, è certo riflesso il dolore di chi, come Ipsipile, verrebbe tramortita dal vedere il proprio marito e Medea al suo fianco farsi strada nel suo porto; dall’altro, il vocativo scelerate (participio passato del verbo scelero, ‘contaminare con atti malvagi e impuri’) attribuito all’Argonauta ne definisce l’infamia, l’empietà che il contatto con la paelex contaminante ha in lui determinato.

A proposito del tema della discriminazione della rivale operata dalla moglie, è bene accordar spazio a un ultimo significativo elemento che pare poter contribuire, in maniera decisiva, a ribadire lo stretto legame esistente tra le due pretendenti che minano l’incolumità del matrimonio altrui. Si tratta del riferimento alla capigliatura delle due rivali, evidentemente non curata, che si rinviene e nella favola metamorfica e nel componimento epistolare di Ipsipile. Di Callisto, nel secondo libro delle Metamorfosi, così si legge:

 Non erat huius opus lanam mollire trahendo
nec positu variare comas. Ubi fistula vestem,
vitta coercuerat neglectos alba capillos; (Met. 2, 411-413)

Il racconto che vedrà coinvolti Giove, Giunone e Callisto è stato appena inaugurato. Nel perlustrare l’Arcadia devastata dalla scelleratezza di Fetonte, a cui il genitore Apollo ha sciaguratamente concesso di guidare il carro del Sole, lo sguardo del padre degli dei si fionda sulla vergine Callisto, essendo fin da subito animato da un irrefrenabile desiderio di possederla. Nei versi immediatamente successivi, il poeta può dunque dedicarsi alla descrizione della ninfa, segnalandone dapprima le disposizioni comportamentali abituali e, in secondo luogo, i tratti estetici più vistosi e rilevanti. Ovidio fornisce un ritratto della ninfa dalla capacità identificativa assai notevole: ogni particolare evocato, morale o estetico che sia, concorre infatti a definire con assoluta chiarezza l’evidenza che, quella dipinta, sia una seguace di Diana e, in virtù di questo, una virgo pudica. Così, da un lato, affermare che Callisto non si dedichi all’attività di tessitura (v. 411, Non erat huius opus lanam mollire trahendo) è funzionale al poeta di Sulmona per dimostrarne, per contrasto, in piena assonanza con il suo essere un’adepta di Diana, la predilezione della nei confronti della pratica venatoria,  proprio come i riferimenti al leve iaculum (‘il leggero giavellotto’), all’ arcus (l’ ’arco’, per l’appunto) dei versi successivi lasciano intendere; dall’altro invece, la scelta di Ovidio di metterne in risalto la tendenza a non sistemarsi in fogge sempre diverse le trecce, quella di fissare la veste con una fibbia e di legare i capelli in disordine con un nastro bianco, pare anzi finalizzata alla valorizzazione della pudicizia di Callisto. Che dunque la descrizione ordita poeta soddisfi a pieni voti, nella semiotica dell’estetica femminile romana, il modello della rusticitas e della pudicitia tipica della matrona romana, pare evidente. Purtuttavia, avanzare un’ipotesi interpretativa parzialmente differente non sarebbe un azzardo del tutto ingiustificato. È in effetti suggestiva la possibilità che nel ritratto della ninfa si annidi anche un timido, sottile riferimento al misfatto di cui Callisto sarà più tardi colpevole: lo stuprum nel quale saranno lei e Giove implicati. Almeno in due elementi sarebbe bene rivenire l’allusione alla futura trasgressione del voto di castità da parte di Callisto: la ritrosia della ninfa nei confronti della pratica della tessitura e la sua acconciatura, scompigliata. Procediamo dunque singolarmente alla disamina dei due motivi. Si è detto appena prima della volontà del poeta di segnalare la preferenza della ninfa a favore dell’attività venatoria attraverso l’indicazione contrastiva della pratica che anzi non rientra nelle sue prerogative: lavorare la maglia, per l’appunto. Ora, se è innegabile che la tessitura rappresenti l’occupazione che per antonomasia si addice alle donne caste e fedeli ai propri uomini (l’archetipo, in questo senso, è certo costituito dalla Penelope omerica), è allora altresì possibile supporre che il poeta, nel limitarsi a indicare l’astensione di Callisto dall’arte di filare la lana, ne stia suggerendo la pudicizia in pericolo, stia cioè preludendo alla futura trasgressione del voto di castità da parte della ninfa. In secondo luogo, è nella non curanza di Callisto per la propria acconciatura (v. 412, nec positu variare comas) e nella sciattezza dei suoi capelli (v. 413, neglectos…capillos) che sembra essere sotteso un ulteriore riferimento all’imminente sua assunzione del ruolo di paelex nei confronti di Giunone tradita. Quale il fondamento di questa deduzione? Disponiamo del testo di un’antichissima legge romana risalente al re Numa Pompilio, a noi tràdita da autori della tarda latinità, che disciplina il comportamento della donna che diventi paelex, stabilendone la pena:

 

“Paelex aedem Iunonis ne tangito; si tangit, Iunoni crinibus demissis agnum feminam caedito”

 

Medea, particolare. William Wetmore Story, 1865.

Colei che si macchi della colpa di aver consumato un rapporto sessuale con l’uomo altrui – in questi termini sostanzialmente si pronuncia il testo della legge – si tenga lontana dal tempio di Giunone, dea protettrice delle nozze, e espii la propria colpa sacrificando alla dea un’agnella, avendo i capelli sciolti. Non posso esimermi dal segnalare che, tra la descrizione estetica della paelex che, attestata nella suddetta legge di età regia, doveva certo essersi cristallizzata nell’immaginario collettivo dell’epoca di Ovidio, e quella di Callisto nel secondo libro delle Metamorfosi, sussiste un evidente elemento di analogia: la capigliatura scompigliata. Dunque, come la paelex è tenuta a sacrificare l’agnella crinibus demissis (letteralmente, ‘con i capelli fatti scendere’ e cioè ‘non annodati’) così Ovidio ritrae Callisto del tutto incurante della propria immagine, attraente agli occhi di Giove nonostante i suoi neglectos capillos (sono i ‘capelli in disordine’). Che il poeta abbia sapientemente tessuto, tra le maglie di quella che all’apparenza costituisce una coerente descrizione di una ninfa vergine e casta, il ritratto di colei che sta per assurgere al titolo di paelex? È possibile. Una dimostrazione ne è il fatto che anche Medea (a sua volta paelex!) nell’Eroide sesta sia connotata da un’acconciatura assai non curata, che bene si addice alla natura barbara che Ipsipile non smette di rimproverarle.

Per tumulos errat passis discincta capillis (her. 6, 89)

Ancora la regina di Lemno sta sottolineando i difetti della rivale: non è per bellezza né per meriti – mugugna la sposa tradita – che Medea piace a Giasone: sono piuttosto i suoi incantesimi ad aver stregato l’Argonauta. Nulla infatti può un uomo apprezzare in chi discincta (‘dissoluta’) vaga per le tombe passis capillis (‘con i capelli sciolti’), in chiara assonanza con i neglectos capillos di Callisto in Met. 2, 413. È la quadratura del cerchio: Callisto e Medea, nell’assomigliarsi, incarnano le fattezze che la società cui Ovidio appartiene doveva esser stata solita attribuire alle paelices. Per questo, in quanto a capigliatura, la discriminazione della rivale che figura nel secondo libro delle Metamorfosi e quella di cui l’Eroide sesta è testimone, assai si assomigliano tra loro.

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.