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OMAGGIO A MARCO SANTAGATA

di Trifone Gargano

 Spinto dalla commozione suscitata dalla notizia della sua morte, ripubblico, qui, una mia recensione del romanzo di Marco Santagata (1947-2020), Come donna innamorata, Guanda, Milano 2015.

 Nel romanzo, Santagata isola alcuni momenti, e alcune figure di riferimento, della vita e dell’opera di Dante Alighieri, per re-inventarli, attraverso il suo sguardo, la sua mente e il suo cuore di narratore. Il romanzo è diviso in due parti, Bice, la prima; e Guido, la seconda; asimmetriche, sia per estensione (maggiore la prima, rispetto alla seconda parte); ma anche per l’opera dantesca scelta come riferimento (la Vita nuova, nella prima parte; gli ultimi canti del Purgatorio, nella seconda), tenute assieme, entrambe queste due pari romanzesche, dalla figura di Beatrice (donna e beata).

Il lettore maturo, dopo le primissime pagine, si accorge che Marco Santagata, tra i massimi interpreti dell’opera dantesca (e tra i più minuziosi e amorevoli studiosi della biografia di Dante Alighieri), con questo romanzo, vuole prendere per mano chi legge, per condurlo fin dentro alcune segrete cose, oltrepassando, in molti casi, anche il velo dei limiti scientifici (e filologici), per fargli cogliere il senso (autentico) di alcune scelte artistiche di Dante, non esprimibili diversamente (cioè, non dimostrabili), se non attraverso la finzione della re-invenzione narrativa. Per il Santagata di questo romanzo, credo che si addicano perfettamente le parole pronunciate dallo stesso Dante, allorquando incontra Virgilio (e ne chiede l’aiuto):

«vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore
che m’ha fatto cercar lo tuo volume» [If., I, 83-4]
 

Nucleo lirico del romanzo è Beatrice: la morte della donna, con la conseguente, lacerante, separazione (1290); la disperazione del poeta, e la successiva celebrazione della donna, attraverso la Vita nuova (1294); l’incontro con la donna, in Purgatorio, oramai beata (la stesura degli ultimi canti purgatoriali risalirebbe, quasi certamente, agli anni 1312-1314).

I rapporti con Guido Cavalcanti, mai tranquilli, alter ego dantesco, amico, maestro, sodale, che compare sin dalla prima pagina del romanzo, si annunciano come prepotenti e carichi di echi e di rinvii letterarii (testuali), alle rispettive opere. L’idea che la condivisione stilnovista, tra i due, non fosse, evidentemente, soltanto un fatto retorico e poetico, ma anche sociale, politico, di visione complessiva della vita, affiora di continuo. Guido Cavalcanti attraversa l’intero romanzo di Santagata, quasi contendendo a Dante il ruolo di protagonista. A un certo punto della storia, scompare, per poi riapparire verso la fine del romanzo, per determinare, secondo la fantasia di Marco Santagata, la stessa creazione del personaggio di Matelda, nel Paradiso terrestre dantesco (Matelda appare in Purgatorio XXVIII, ma il suo nome verrà pronunciato soltanto nel canto XXXIII, al v. 19, con la funzione di accompagnare le anime, giunte al termine del loro processo di espiazione, ai fiumi Letè e Eunoè, e assisterle durante i rispettivi riti di purificazione).

Sono presenti, nelle pagine del romanzo, in maniera vivida, pure gli echi delle lotte fiorentine di fazione, gli scontri familiari (tra i due rispettivi clan dei Cerchi e dei Donati), con riferimenti pure al partito ghibellino (oramai, sconfitto a Firenze), e alle case diroccate e vuote degli esiliati. Trova spazio nelle pagine di Santagata il disprezzo (dantesco) per la gente nova, trasformatisi, grazie al Dio fiorino, da villani in conti. Di grande effetto, pure, il ritratto del maestro Brunetto Latini, con relativa sottolineatura del contrasto tra l’immagine sociale e istituzionale di quel grand’uomo (notaio, scrittore, uomo di dottrina, capo della Cancelleria fiorentina, esule), e il suo aspetto fisico, più che ordinario:

«un ometto calvo, secco, un largo sorriso stampato su una faccia bislunga ornata da un gran naso» [p. 35]

e poi il suo eloquio, torrentizio, infiorato da battute, motti, aneddoti, citazioni, senza alcuna ostentazione; infine, i libri, i tanti libri di Brunetto latini, in quella a casa che il giovanissimo Dante frequentava, e divorava con gli occhi, perché avrebbe voluto leggerli tutti, e rileggerli negli anni a seguire (Dante frequentò Brunetto, infatti, per quasi vent’anni, con amore filiale – come sottolinea Santagata – e fu trattato come un figlio da Brunetto stesso). Dante, del resto, si ero pure illuso che Firenze, la sua Firenze, lo tenesse come erede di Brunetto, unico erede di ser Brunetto, per divenire la massima autorità morale e culturale della città (non certamente un esiliato, con accuse infamanti).

Rari, ma molto belli, sono i momenti in cui Gemma Donati, moglie di Dante, entra nel romanzo, in pagine delicatamente private, intime. Come si legge a p. 119, per gli anni dell’esilio del poeta:

«Gli mancava Gemma. Aspettava il suo arrivo con impazienza. Con lei sarebbero venuti anche i ragazzi…»

Un ordinario quadretto di vita familiare, ma di grande forza evocativa, teso al recupero della figura e del ruolo di Gemma, per la vita di Dante, altrimenti assente (autentico “fantasma”, nella comune concezione). Santagata utilizza il romanzo pure per inserire il riferimento ad alcune tra le questioni critiche dantesche più dibattute, in sede scientifica. Come, per esempio, la questione dei così detti “due tempi” della Commedia, agitata già da Giovanni Boccaccio, che di Dante fu il primo (appassionato) biografo. Ipotesi suggestiva, anche se non dimostrabile (ma mai nemmeno del tutto confutata), l’idea che il poeta avesse cominciato a scrivere la Commedia prima dell’esilio, in Firenze, limitatamente ai primi sette canti dell’Inferno. Così pure la questione critica della poesia dell’indicibile, la poesia dell’ineffabile.

Credo di poter affermare che la lettura di romanzi come questo, specie nel corso dei primi due anni degli studi liceali, avrebbero la forza di suscitare la curiosità letteraria e storica, che, poi, nel triennio successivo, potrà soddisfare, con lo studio sistematico della storia letteraria. Agli occhi di un lettore adulto, invece, il romanzo Come donna innamorata ha poca attrattiva, in termini di aspettativa di lettura (in termini di trama, di sviluppo narrativo, di esito finale, ecc.), proprio perché egli sa che, per esempio, Beatrice dovrà morire (esattamente, l’8 giugno del 1290); Dante cadrà nella disperazione più nera, a causa di tale morte prematura, e intraprenderà la scrittura della Vita nuova (e, poi, della stessa Commedia). Beatrice, agli occhi di un lettore adulto, è forma storicamente e narrativamente compiuta (così pure gli altri personaggi del romanzo, Gemma Donati, Guido Cavalcanti, Brunetto Latini).

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