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MIAMI BEACH, regia di Carlo Vanzina, Italia, 2016

di Francesco Monteleone

A quanti minuti dall’inizio arriverà arriva il primo rutto di scena? E i tipici insulti romaneschi (mortacci tua, ah burino! ecc.) che hanno fatto la fortuna di un ristorante romano, quando echeggeranno nella sala? E la ragazza col culo a papera e l’alito mefitico, in che occasione si eleverà da terra con l’aria emessa dal proprio intestino?

Purtroppo non assistiamo più alle magnifiche commedie erotiche degli anni ’70 del tipo ‘Cugini carnali’ o ‘La liceale’. L’ultimo film scemeggiato dai fratelli Vanzina assomiglia a un sexy-shop nel quale ciò che riguarda il corpo senza pensieri dà un divertimento ‘bestiale’.

Questa commedia (diretta solamente da Carlo) ha una scrittura tanto banale che se non fosse per colpa dei critici, meriterebbe di entrare da subito nella storia della cultura europea. Contro l’oscurantismo dei registi francesi e inglesi che usano i lungometraggi per propagandare i cazzi della società, i fratelli Vanzina descrivono in maniera solare i conflitti dei giovani con i propri genitori e, con una elaborazione teorica socratica, sanno suggerire i vantaggi e gli svantaggi di avere tanti soldi in banca.

Il soggetto di questo capolavoro neo-realista: il fisioterapista Lorenzo (Ricky Memphis) vuol trascorrere con la figlia minorenne di primo letto le vacanze in Bretagna (che nessun personaggio sa dove si trova). Giulia (Neva Leoni), casualmente dotata di un petto olimpionico), al contrario vuol partecipare a un concerto di DJ nella vicina Miami, perciò se ne scappa con le amiche, tanto di questi tempi è facile viaggiare in aereo per il mondo senza documenti. Il padre addolorato abbandona la sua commara in un cornettificio, si imbarca per l’America e a Miami paga migliaia di dollari a uno studente italiano ignorante per ritrovar la figlia fuggitiva.

Nel frattempo un folkloristico negoziante di scarpe romano e una signora milanese, che ha perennemente il cervello in un involucro di stupidità, accompagnano i propri figli in un prestigioso college americano, sempre a Miami. Cupìdo partecipa alla vacanza e monta tra i 4 personaggi una serie di coincidenze erotiche originali, per cui i ragazzi si fidanzano e scopano la prima sera; i genitori si impegnano in un amplesso ‘mature’ che sembra fatto dalla maga Circe in pericolo-menopausa (Paola Minaccioni) e Rugantino (Max Tortora) impasticcato di ecstasi.

Riassumiamo: Ricky Memphis è sempre più sorprendente per la varietà di espressioni che riesce a produrre; ormai merita la ‘Super-cazzuola del muratore’, l’Oscar dato a chi riesce a avere sempre la stessa faccia in ogni parte.

Max Tortora è cresciuto molto (di altezza); ha decisamente superato le restrizioni del genere comico; ora non fa più ridere e con un robusto esercizio linguistico è nelle condizioni di affrontare mirabilmente le tragedie di Seneca in teatro, le previsioni del tempo a Teleroma 56 e le letture astrologiche a ‘Radio Maria’.

Paola Minaccioni ogni volta che compare davanti agli occhi procura un’eccitazione che non si provava dai tempi di Monica Vitti. È un’artista comica che non potrà mai peggiorare la parte assegnatale, perché sa scegliersele con grande profondità.

Il messaggio di questo film è incommensurabile: I giovani ricchi italiani per diventare ‘fascion blogger’ o ‘strateghi del markething’ non devono assolutamente studiare in Italia, dove l’università pubblica è in mano ai baroni e ai coglioni. Invece le minorenni con le curvate, truccate e depilate devono essere prontissime a togliersi le mutande appena incontra un ‘figo’ che la ospita in una villa da 10 milioni di euro.

Perché, all’inizio ‘la nostra condizione umana la sorte ce la dà’. Ma siccome la vita è breve, non serve per niente la moralità.

 

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