PERICLE IL NERO, regia di Stefano Mordini, Italia, Belgio, Francia 2016

di Francesco Monteleone

Chissà se Riccardo Scamarcio lo sa: la chiesa nella quale il suo inverso personaggio (Pericle il nero) compie un misfatto che gli costerà caro è la stessa nella quale fu battezzato e imparò il catechismo George Simenon. Quella chiesa, dedicata a Saint Nicolas, si trova a Liegi ed è proprio nella capitale dell’omonima provincia vallone che è ambientato quasi tutto il film diretto, con una grazia cupa, dal regista Stefano Mordini.

Bruxelles, come hanno scritto tanti critici sbadati, non c’entra un fico secco. Da Bruxelles non passa la silenziosa Mosa che ha una larghezza, un passo e un colore inconfondibili. E a Bruxelles gioca l’Anderlecht non certamente lo Standard, come si vede in una delle inquadrature iniziali fatte al mitico stadio rosso di Sclessin.

Forse il regista avrebbe dovuto donare una maggiore visibilità alla bellissima Cité ardente, dove vivono ancora migliaia di italiani, parenti stretti di quelli che arrivarono in Belgio nel dopoguerra per scavare carbone. Ma bisognerebbe leggere il romanzo noir di Giuseppe Ferrandino dal quale è stata tratta la sceneggiatura per capire i riferimenti, le citazioni e le variazioni dell’intreccio. Intanto giudichiamo questo film: il primo credito è dei Fratelli Dardenne, registi belgi di livello superiore all’ottimo, che hanno finanziato la produzione, in società con la coppia Scamarcio – Golino.

Riccardo, invece di fracassarci la pazienza con parti legate alla sua bellezza fisica, sceglie di interpretare un bastardo che un clan di camorristi tiene in gran conto per il suo resistente genitale: “Io mi chiamo Pericle Scalzone. Di mestiere faccio il culo alla gente» recita il protagonista nella prima scena, mentre sta ridestando il piacere ad un paio di natiche maschili da vomito. La storia, si intuisce dall’incipit, non è quella di onesti lavoratori emigranti che hanno trovato accoglienza nel centro dell’Europa.

Due feroci delinquenti impongono la loro autorità in una oscura parte del Belgio, predicando il crudele Vangelo generato nell’originario tessuto urbano napoletano. Pericle lavoro per uno dei due e non ha certamente la saggezza del condottiero ateniese del quale porta indegnamente il nome.  Tutta la sua vita è in una scatola dove c’è qualche foto di sua madre, della quale ne insegue le verità tra mille menzogne. Scamarcio è ammirevole in questo film: parla molto bene la lingua francofona, non è mai infantile con le donne, è lubrico senza essere volgare. La violenza del suo personaggio è moneta che non ha corso legale (eppure sarà utile in un risolutivo baratto d’amore).

Le musiche della colonna sonora sono perfette e il regista ha garantito la riuscita del film: sa scegliere le facce, sa lavorare gli attori dall’interno, coglie nei paesaggi le metafore della scarsità e della salvezza e soprattutto ‘vede’ al buio: le immagini notturne del fiume e del mare simboleggiano le ultime oscurità dell’animo umano, prima dell’alba.

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