LOCKE: IN SCENA, IL PESO DELLE RESPONSABILITÀ E DELLE GIUSTE SCELTE

di Marco Zappacosta

La vita umana è fatta di minuti, ore e giornate del tutto trascurabili, di cui un domani non ricorderemo assolutamente nulla di significativo e poi di attimi, strettissimi, in cui il filo della nostra esistenza sembra ispessirsi e raggomitolarsi su sé stesso, fino a diventare una massa di cui non è possibile riconoscere né l’inizio né la fine e che ci avvolge come una catena da cui non ci si può divincolare integri, senza il dubbio di aver fatto qualcosa di sbagliato. Una sorta di gigantesco sliding doors, in cui si sa che ogni scelta, apparentemente giusta, porterà sì a un momento di felicità, ma sicuramente chiuderà tantissime altre strade che non sapremo mai a cosa ci avrebbero potuto portare.

A volte, poi, è necessario chiudere tutto e prendere una strada diversa.

Tutto questo è alla base di Locke, in scena nei teatri italiani grazie alla maestria di Filippo Dini, attore e regista genovese noto, tra le varie, per il suo ruolo in Rocco Schiavone e molto attivo in campo teatrale.

La sua ultima (per ora) messa in scena è avvenuta al Teatro Maggiore di Verbania, a pochi metri dal lago omonimo, in una sala che purtroppo continua a risentire, in merito all’affluenza, del clima epidemiologico generale.

la storia

Il titolo dell’opera richiamerà ai più il film omonimo da cui questa trasposizione è tratta: realizzato nel 2013 per la regia di Steven Knight (sceneggiatore e produttore poi di Peaky Blinders) e interpretato dal britannico, il film racconta la storia di un uomo, Ivan Locke, che in un viaggio di circa 90 minuti deve risolvere via telefono il gigantesco dramma davanti a cui la vita ha deciso di porlo: raggiungere la donna con cui ha avuto una relazione e che sta partorendo con due mesi di anticipo, spiegare il tutto alla moglie che proprio quella sera lo aspettava insieme alla figlia e al figlio, trepidanti in occasione di una attesissima partita di calcio, e gestire una grandissima opera architettonica che lui stesso coordina come capocantiere, da cui potrebbe dipendere il suo futuro.

Già da questa sintesi, è possibile intuire due particolarità di questo film: il suo essere statico, mettendo in scena un unico attore, un magistrale Tom Hardy, sempre seduto alla guida e alle prese, tramite il sistema vivavoce della sua auto, con diverse telefonate e, in seconda battuta, il fatto che il tempo del racconto e la durata del film siano praticamente coincidenti, cosa di difficile attuazione per un’opera cinematografica. Dall’altra parte del telefono prestavano la voce grandi attrici e grandi attori come Olivia Colman, nel 2019 vincitrice del premio Oscar, Tom Holland, interprete dell’ultimo Spiderman, e Andrew Scott, il professor Moriarty della serie Sherlock. 

la regia di dini

Questi due elementi, molto complessi per un film, facilitano d’altra parte la messa in scena teatrale: per tutta la durata dello spettacolo Filippo Dini, in questa occasione anche regista, è seduto e solo in scena in viaggio verso l’ospedale dove la sua amante sta per partorire e via via sempre più lontano dalla sua famiglia, da cui si augura di poter comunque tornare.

Nel frattempo, in una tragica coincidenza di eventi, deve gestire il cantiere, lasciato in mano a un suo sottoposto non propriamente brillante.

Alle sue spalle una scenografia scarna ricorda una carreggiata e l’illusione del movimento è data dalle luci che si muovono come lampioni, che si colorano come semafori o che lampeggiano e da suoni che ticchettano quando si entra in una curva. Il tono estremamente drammatico della vicenda è accompagnato da battute che possono far sorridere il pubblico, con un umorismo leggero e situazioni che diventano a volte paradossali.

Durante il viaggio, nei pochi momenti non al telefono, il protagonista si rivolge al padre, morto da diverso tempo e che ‘’appare’’ in scena tramite due luci, dalla vaga forma di occhi che illuminano dall’alto il protagonista, verso cui Ivan si rivolge, con toni rancorosi, accusandolo di averlo abbandonato e promette a lui (ma in realtà anche a sé stesso) che non commetterà lo stesso errore e che farà la scelta giusta non lasciando quella donna, già di per sé sfortunata, sola in un momento così difficile e delicato.

La vicenda interroga il pubblico proprio su questo: è giusta la decisione presa da Ivan? Ha fatto bene a raggiungere quella donna, con cui ammette di aver condiviso una sola notte, rischiando di perdere la sua famiglia e il proprio lavoro? O avrebbe dovuto disinteressarsi della vicenda di lei, ripetendo l’errore del padre e tornando a vivere, falsamente, con la sua famiglia, sapendo che la verità avrebbe potuto tranquillamente emergere, rovinando irrimediabilmente il rapporto con moglie e figli?

Non c’è una risposta che possa accontentare tutto, si intuisce, ma quel che anche a Ivan Locke è chiaro è che basta un errore in una vita, sempre ligia e corretta, a rovinare il tutto.

Il pubblico del Maggiore ha dimostrato di aver apprezzato lo spettacolo, concedendo all’ottimo Dini diversi applausi.
É stato bello vedere che, pur essendo una storia già nota, ci sia stata una certa curiosità che abbia spinto il pubblico a rivederla.

 

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