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IPSIPILE E GIASONE: PROMESSE DI FEDELTÀ

di Gabriele Colella

 Non resta che da considerare l’ultima epistola in cui i coniugi si cambiano, vicendevolmente, promesse di fedeltà: la sesta Eroide, quella di Ipsipile al suo Giasone. Il primo a esporsi, in questa lettera, è l’uomo: ancora una volta, come in her. 12, si tratta di Giasone; e, ancora una volta, la coniunx riporta fedelmente le parole del marito (non è forse una coincidenza, che lo stesso accada nella dodicesima Eroide). La donna, cioè, non si limita a lasciarne intendere la fedeltà.

Abstrahor, Hypsipile; sed, dent modo fata recursus,
vir tuus hinc abeo, vir tibi semper ero (her. 6, 59-60)

Chi scrive la lettera, a partire dal verso 43 (Non ego sum furto tibi cognita, pronuba Iuno), rievoca il suo trascorso con l’Esonide: il matrimonio; il momento, seppur precedente a quello del matrimonio, ma rievocato dopo, dell’accoglienza dell’uomo e dei suoi compagni d’arme sull’isola di Lemno. Infine, Ipsipile ripensa al momento in cui, trascorse due estati e due inverni, il suo uomo si congeda da lei, abbandonandola. Appena prima di descriverne l’allontanamento in mare, a bordo della

Giasone e il vello d’oro, Bertel Thorvaldsen. XIX sec.

nave Argo, la donna riporta le parole del marito, pronto a lasciarla per sempre. Nonostante costretto a partire, Giasone si augura che gli dei possano concedergli la possibilità di tornare tra le braccia della moglie: per sempre sarà suo sposo.

I giuramenti di Giasone sembrano richiamare quelli rivolti da Penelope al marito Ulisse (her.1, v.83-84 tua sum, tua dicar oportet; / penelope coniunx semper Ulixis ero). Ma, attenzione: si tratta di una somiglianza solo apparente. A ben vedere, infatti, all’anafora del possessivo tua e del poliptoto riguardante il verbo esse, prima sum e poi ero (her. 1, 83-84.), cui ricorre la sposa di Itaca, l’Esonide preferisce l’alternanza tra abesse al presente (v. 60) ed esse al futuro ero (v. 60). Uno sguardo più attento potrà cogliere, invece, una più netta corrispondenza tra le promesse coniugali di Giasone e quelle di sua moglie Ipsipile, che è la seconda, nello sviluppo della sesta epistola, a dichiarare la sua ottemperanza ai doveri matrimoniali. Afferma la coniunx:

Vir meus hinc ieras, vir non meus inde redisti:
sim reducis coniunx, sicut euntis eram! (her. 6, 111-112)
                                            

La sezione centrale della sesta epistola vede Ipsipile inveire contro la rivale in amore, Medea. Focalizzare l’attenzione sulla maga della Colchide offre, a chi scrive la lettera, la possibilità di rinfacciare al marito la sua infedeltà, in contrapposizione alla quale la donna professa l’incrollabile costanza del proprio sentimento. Il congiuntivo sim denota, per sua stessa natura, un augurio, un’aspettativa. È un dato di fatto che la coniunx non ricorre (come fa Penelope) all’

“Ipsipile”, miniatura tratta dal manoscritto “Des cleres et nobles femmes”, primo quarto del XV secolo. British Library, Londra.

indicativo, che esprime invece l’oggettiva realizzazione dell’azione. Suscita qualche perplessità che all’associazione meus – non meus delle parole di Ipsipile (v. 111) non corrisponda tuus sum – tuus ero delle parole di Giasone come ci si aspetterebbe: un ipotetico ma non attestato tuus è, infatti, da Giasone sostituito dal costrutto vir tibi ero (v. 60 vir tuus hinc abeo, vir tibi semper ero). Al di là dell’utilizzo del dativo di possesso al v. 60 che è, dal punto di vista semantico, identico a un aggettivo possessivo (lo scarto stilistico tra i due passi, in questo caso, sarebbe piuttosto da imputare a ragioni meramente metriche), fanno riflettere i verbi da i due coniugi adoperati: se, da un lato, tanto nelle parole di Giasone (ad ogni modo, proferite da Ipsipile) quanto in quelle delle moglie è attestato il verbo eo (rispettivamente nelle forme abeo al v. 60 e ieras al v. 111), dall’altro, nelle parole di Giasone la precisazione vir tibi semper è seguita dal futuro del verso essere (v. 60, ero), in quelle di Ipsipile, invece, al vir non meus segue redisti (v. 111). La differenza tra i due passi non sembra poter esser giustificata dal fatto che Giasone non stia facendo riferimento alla possibilità di ritornare: l’augurio espresso da dent modo fata recursus del verso 59 ne è anzi una chiara dimostrazione. Ma è altrettanto chiaro che Giasone rimetta nelle mani degli dei la possibilità di ricongiungersi alla moglie senza affermare, in maniera più convinta e incisiva, che tornerà da Ipsipile quasi lasciando presagire il suo tradimento futuro, quasi lasciando presagire che, al suo ritorno, accompagnato da Medea, Ipsipile saprà di aver perso per sempre il suo Giasone, ormai non più suo.

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