“AURELIANO. L’IMPERATORE SOLDATO” (ED. CHILLEMI), IL RITORNO IN LIBRERIA DI ROBERTO TOPPETTA

di Dino Cassone

Dopo averci deliziato con la biografia del Divo Augusto, Roberto Toppetta (ex firma e volto del Tg3 e cronista parlamentare) torna in libreria regalando agli appassionati di storia e non solo, il volume dal titolo Aureliano. L’imperatore soldato edito da Chillemi.

Roberto Toppetta

Nato per combattere. Lucio Domizio Aureliano fu il 44mo sovrano dell’Impero Romano. “Coraggioso come soldato e severissimo come uomo” secondo Ammiano, “Più necessario che benvoluto, spietato e sanguinario” ce lo descrive invece Eutropio.

Incerta la sua data di nascita, collocata tra il 214 e il 215 probabilmente a Sirmio, in Pannonia. Cosa certa è che fu un valoroso combattente. La sua ascesa vide la luce in un periodo complicatissimo, tra guerre civili e anarchia totale: fu proclamato imperatore, a 56 anni, dall’esercito di Claudio II, dopo la sua morte a causa della peste, probabilmente nell’agosto del 270 d.C., nonostante il Senato romano avesse proclamato come successore di Claudio suo fratello Quintillo. Quest’ultimo regnò in effetti per qualche mese, fino a quando si suicidò (anche se alcuni storici parlarono di omicidio) nel novembre dello stesso anno. Per rafforzare la sua proclamazione Aureliano fece circolare la voce che fosse stato lo stesso imperatore a designarlo, sul letto di morte, suo successore.

Aureliano non era colto, ma estremamente saggio e dotato di grande preparazione in tattiche di guerra. Esempio fulgido della sua astuzia fu la campagna militare attuata contro Zenobia, regina di Palmira, la quale aveva mire espansionistiche non da poco: autoproclamatasi regina d’Egitto, aspirava all’Impero romano (esattamente come Cleopatra tempo prima). Dopo un sanguinoso assedio a Palmira, Aureliano riuscì, grazie anche alla transizione dei persiani, a catturare l’indomita regina e trascinarla in un processo, dove “ignominiosamente comprò la vita sacrificando la sua fama e i suoi amici”. Un anno dopo, a seguito di una nuova rivolta, Aureliano decise di abbandonare la diplomazia facendo distruggere e saccheggiare senza pietà Palmira e subito dopo la mitica Alessandria. Per questo, dopo aver riunito l’Oriente e portato la pace, fu nominato Restitutor orientis.

Nel 274, dopo aver messo fine al separatismo della Gallia, poté finalmente rientrare a Roma e godersi il trionfo. Numerosi i titoli di cui fu investito: restitutor, pacator, conservator patriae e restitutor gentis. Tante le sue eredità: fece costruire le Mura di Roma, gettò le basi del sistema corporativo, sostenne la co-rettura, proclamò editti sulla probità dei costumi e contro il lusso, attuò un’importante riforma valutaria.

Aureliano fu un uomo d’armi molto acclamato dall’esercito; lo fu meno dal Senato, con cui stabilì un rapporto che si rivelò sin da subito ostico, così come lo fu quello con i vescovi di Roma. Dopo aver fatto giustiziare Papa Fabiano, celebre fu la sua frase: «Sarebbe molto meglio avere a che fare con un altro rivale al trono piuttosto che con un altro vescovo di Roma».

Non sembra improbabile che furono proprio le sue scelte in ambito religioso a portarlo alla morte. Contrastò l’ascesa del Cristianesimo introducendo una nuova religione di Stato: il culto del Dio Sole, El-Gabal. Pochi digerirono infatti il suo assolutismo, mettendo la fede al servizio della sacralizzazione del potere monarchico. Così come la sua nascita incerta è la sua data di morte, avvenuta forse nel 275, per mano di una congiura di alcuni ufficiali in Tracia, lì dove fu seppellito. Nonostante gli eccezionali risultati, Aureliano regnò poco ma come si dice “lasciò il segno”.

Imperdibile questo volumetto firmato da Toppetta, che con uno stile avvincente e coinvolgente, è riuscito a riempire alcuni vuoti nella sterminata storia dell’Impero romano.

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