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“PARASITE”, regia di Bong Joon-ho, Corea del Sud, 2019

di Giulio Loiacono
Lo dico subito. Magari scontenterò il mainstream che lo ha accolto con furore. A me non è piaciuto per niente. Forse perché sto diventando vecchio, forse perché ne ho viste tante. Da Fellini ad Antonioni, da Bruce Lee a Tarantino. Forse perché sono più convinto da storie ad affresco più compiute e adattabili di più al nostro modo di vedere e vivere la vita, ma tutto sto capolavoro che ha sconvolto l’academy, a tal punto da inserirlo nella categoria della Best Picture, dopo aver vinto anche la Palma d’Oro a Cannes non dimentichiamolo, io non l’ho visto.
I film candidati a questa categoria di quest’anno li ho visti quasi tutti. E ne ho anche scritto, come forse saprete. Non è stata una grande annata. Nessun nuovo Green Book quest’anno. Certo, Parasite è un film anche carino, godibile, che ci ha fatto entrare un po’ nella testa di un paese ormai importante sulla scena mondiale quale è la Corea del Sud, di cui conosciamo anche le potenzialità ironiche ed abbiamo avuto una conferma delle tinte forti della parodia asiatica. Non a caso ho citato innanzi il cinema di Hong Kong-più che della Cina-splatter ed eccessivo della caricatura e del tema sociale, tipico dei film alla John Woo e Tarantino, che si è collocato spesso su questo filone e di cui se ne è giovato. Una volta. Ora non più, basti pensare al suo ultimo film.
Finora, la mia palma di best picture 2019 sarebbe andata ad Irishman, un film vero, potente e molto ben recitato.
Questo è carino, ma debole debole, soprattutto nel finale e non mi ha esaltato.
Da vedere, per conoscere come la pensano mondi lontani da noi. E ciò fa sempre bene. Ma, se lo perdeste, non commettereste lesa maestà.

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