TEATRO DUSE DI BARI – “MADAME BOVARY”, PRODUZIONE TIBERIO FIORILLI, 2019

di Francesco Monteleone

Nel recensire uno spettacolo teatrale si fa, quasi sempre, una scelta asimmetrica. O si approfondisce (troppo) il tema generale per non far trapelare la delusione o si scrive degli attori e del regista e si finisce spesso col litigare con la maggior parte di essi.

Sulla “Bovary” adattata e diretta da Cristina Angiuli per il “Duse” di Mia Fanelli la soluzione ce l’ha fornita il pubblico. La messa in scena piace a tutti quelli che l’hanno vista nei caldissimi fine-settimana di luglio 2019, quindi prevediamo una fulgente permanenza sul palcoscenico, all’inizio della prossima stagione 2020. Così ce la siamo cavata dicendo la verità, che è seconda solamente a Dio.

D’altronde è meglio essere pratici; parlare dell’amore, della seduzione, dell’infedeltà coniugale di Emma Bovary, la puttanissima moglie di un dottore barboso, inventata da Flaubert nel 1856, non è argomento giornalistico. Ci vorrebbe un lungo saggio letterario… e madonna!

Dunque, gettiamo lo sguardo nel camerino del Duse: la regista Cristina Angiuli fa vivere la sua famiglia con la penna. Il padre le ha lasciato passione, creatività, ma soprattutto energia. La figlia grande di Ninì, anzi la figlia del grande Ninì (che le parlava benissimo alle sue spalle) in meno di un mese ha letto il famoso e scandaloso romanzo francese e ha cambiato quella storia scabrosa nella resurrezione e morte di una femmina che vuol sopravvivere al sepolcro del matrimonio. Voto alto, perché non c‘è stata falsificazione, né manipolazione del personaggio letterario, semmai un’artistica solidarietà di genere.

Monica Angiuli interpreta due mestieri: la narrante e la badante. Come narrante (prima, durante e dopo la tragedia) racconta al pubblico le parti non recitabili del libro. In scena, come attrice, è la cameriera che, nelle due sbiadite case di provincia dei coniugi Bovary, vede la sua signora ridursi a inseguire il lusso, la lussuria e la libertà, in realtà avvicinandosi alla morte. La governante ci dà in dono la consapevolezza delle storture, dei pregiudizi, delle lacerazioni che una donna combatte instancabilmente, da secoli.

Luca Amoruso (Rodolph) il fusto incantatore, produce la catastrofe. Ciecamente impegnato a sedurre Bovary, si comporta da avventuriero senza scrupoli. Fa innamorare Emma che con lui si dà al tuttofare. “Amantes amentes” scrisse Terezio. “Gli amanti sono pazzi”. L’adultera snoda le sue gambe in scena e l’attore la prende, con piacere, nel retropalco. Luca, che ha un fisico atletico, crea le immagini primordiali della sessualità, senza materassi, senza brusche interruzioni, realizzando le fantasie di ogni maschio in sala, ma senza disturbare la sensibilità femminile. Ben giocata anche la sua parte.

Enzo Strippoli, quando non è truccato da vecchio, è ancora un uomo piacente e certamente non volentieri interpreta la parte del marito cornuto, spinto ai margini della disperazione dalla condotta scandalosa della moglie. Ma Strippoli è un professionista autentico, conosce una gran parte dei segreti della finzione. L’attore riduce al minimo il suo estro vocale, interpretando il personaggio con una recitazione ipernaturalistica che, senza soluzione di continuità, lima l’ironia e affina la malinconia. Nel terribile finale l’attore mostra tutta la sua abilità recitativa, sciogliendo, in poche battute, il grumo emotivo di rabbia e tenerezza di Charles, il suo personaggio.

Se qualcuno dovesse chiedermi: Come te la immaginavi la Bovary? non avrei dubbi: come Antonella Cappelli. Una protagonista in overdose di sensualità con un corpo prosperoso, fonte inesauribile di pensieri peccaminosi, nella mimesi un’attrice prudente.

“Chi ha la bella moglie non è tutta sua” dice un vecchio proverbio toscano.

Le buone maniere del marito non bastano alla Bovary, ribelle e splendente, per i suoi tormenti fisici. Si sa: le donne consapevoli della loro enorme bellezza amano il cambiamento, per ottenerlo pensano mutevoli strategie e assumono rischi; ma quando si rischia spesso si fallisce.

Tutti gli infedeli in amore, invecchiano, chi meglio chi peggio. Non la Bovary di Flaubert; Emma non rischia il logorio del tempo. È mitica perché si fa contemplare durante la sua ultima corsa.

Il copione di Cristina Angiuli è stato scritto con finezza, recitato ottimamente da un’attrice dotata e disciplinata, in una messinscena semplice e dignitosa.

“Gli attori sono stati coraggiosi” dicono all’uscita gli spettatori più intelligenti. È il complimento migliore che possono far loro.

 

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