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O GIORNI, O MESI CHE… PLAZER, SIRVENTESE, E CANTAUTORI

di Trifone Gargano

In tempo di «distanziamento sociale», causa pericolo di contagio da coronavirus, con la conseguente quarantena forzata e la vita reclusa di questi ultimi mesi, crediamo di trovare, ancora una volta, nella tradizione letteraria, e nella canzone pop contemporanea, indicazioni e suggestioni, che ci consentano di riflettere sulla nostra condizione, leggendo e ascoltando.

Tra XIII e XIV secolo, in Italia, oltre allo stilnovismo dantesco (e degli amici suoi), caratterizzato dalla dolcezza, dalle raffinate scelte linguistiche, da una idea di Amore del tutto nuova, fiorì anche una poesia comico-realistica, che, pur non scrivendo di questioni politiche, recuperava, però, nella sua produzione, una visione popolare e, soprattutto, quegli aspetti dell’esistenza quotidiana che erano stati espunti dalla lirica stilnovista, concentrata quasi unicamente sulle meditazioni spirituali e sull’indagine dei moti interiori dell’animo umano (sconvolto dagli effetti di Amore).
Ad ogni modo, questa lirica comico-realistica, pur assumendo, come dire, una visione popolare sul mondo, restava, anch’essa, il frutto di un gioco linguistico, di una sperimentazione, con i toni del burlesco e del satirico, e con una spiccata propensione per il paradosso e per il capovolgimento (ludico) della virtù in vizio, del tutto priva, quindi, di un qualsivoglia impegno etico-civile. Bizzarro sperimentalismo linguistico letterario, che aborriva, sì, in modo ostentato, i valori del bello e del buono, per cantare i piaceri del vizio e della sregolatezza più dissoluta.

La produzione letteraria di Folgòre da San Gimignano, infatti, nasceva in quest’ambito letterario, come puro svago intellettuale. I suoi Sonetti de’ mesi ebbero una grande diffusione.

Tali Sonetti illustravano le gioie, gli aspetti piacevoli e deliziosi, dei mesi, delle settimane e dei giorni dell’anno, con una certa propensione alla rappresentazione anche di dettagli realistici della vita, come oggetti o momenti della vita quotidiana. Nel Proemio ai Sonetti, Folgòre si rivolgeva a una «brigata nobile e cortese» di lettori. È sufficiente leggere, per ciascun mese, il verso iniziale del rispettivo sonetto, per aver conferma di questa sua disposizione gioiosa, dinanzi allo scorrere dei giorni (e, quindi, dinanzi all’inesorabile trascorrere del tempo):
Gennaio: I’ doto voi, nel mese di gennaio
Febbraio: E di febbrai’ vi dono bella caccia
Marzo: Di marzo sí vi do una peschiera
Aprile: D’april vi dono la gentil campagna
Maggio: Di maggio sí vi do molti cavagli
Giugno: Di giugno dovvi una montagnetta
Luglio: Di luglio in Siena, su la saliciata
Agosto: D’agosto si vi do trenta castella
Settembre: Di settembre vi do diletti tanti
Ottobre: Di ottobre nel contá, c’ha buono stallo
Novembre: E di novembre Petriuolo, il bagno
Dicembre: E di dicembre una città in piano

Cenne da la Chitarra, poeta e giullare italiano contemporaneo di Folgòre, rispose in stile burlesco e parodico con altrettanti dodici sonetti, capovolgendo, però, in noie e fastidi quelli che per Folgòre erano, invece, gioie e piaceri. Una evidente parodia, dunque, dei costumi sollazzevoli dell’aristocrazia toscana che aveva cantato Folgòre, già esplicita nel titolo della sua raccolta poetica: Risposta per contrarî ai sonetti de’ mesi di Folgòre da San Giminiano.

Già nel sonetto d’apertura, Dedica, Cenne si rivolgeva non più a una allegra e nobile brigata, come aveva fatto Folgòre nel suo sonetto proemiale, bensì a una combriccola di avidi e di squattrinati, con «panni rotti senza alcun denaio»; corrotti e pervertiti, che non abitavano in castelli o in case patrizie, ma in capanni e in luoghi palustri, o desertici, ovvero in terre inospitali e ghiacciate («in valle ghiaccia / con orsi grandi vecchi montanari»). Gioco di opposizione parodica tra «piacere» e «noia», o «fastidio».

In tal modo, di fatto, le due corone di sonetti assunsero la forma propria della tenzone medievale, [rinviamo il lettore al nostro precedente articolo, intitolato Tenzone medievale e Debate odierno, apparso sul blog santippe]
Tanto per Folgòre, quanto per Cenne, il successo dei loro rispettivi canzonieri, era il segno evidente di come la nuova classe sociale della borghesia stesse appropriandosi di quel gusto raffinato (e aristocratico) della precedente civiltà cortese, che nel plazer e, anche, nel sirventese, aveva trovato il suo modo espressivo.

Il cantautore italiano che direttamente ha attinto ai testi dei sonetti di Folgòre e di Cenne è stato Francesco Guccini, che nella Canzone dei dodici mesi, appartenente all’album Radici, del 1972, assieme con altre citazioni e suggestioni letterarie, vi fa riferimento. La stessa struttura da sirventese, con l’elenco, mese per mese, delle cose piacevoli (e meno piacevoli), ricalca i due esempi di plazer e di sirventese della nostra tradizione letteraria medievale, che abbiamo trattato sopra.

Nel 1974, Giorgio Gaber pubblicò l’album Anche per oggi non si vola, nel quale raccoglieva tutti testi, monologhi e canzoni, dell’omonimo spettacolo di teatro canzone, tenuto al Teatro Lirico di Milano (il 9 ottobre 1974). Uno di questi testi, La peste, assume, riascoltato oggi, un tono melanconicamente (se non drammaticamente) profetico. Basterà, qui, riportare pochi versetti della canzone, per cogliere questa dimensione profetica:

Un bacillo che saltella
che si muove un po’ curioso
un batterio negativo
un bacillo contagioso […].
La gente ha paura
comincia a diffidare
si chiude nelle case
uno scoppio di terrore
un urlo disumano
la peste a Milano! […]
È scoppiata un’epidemia di quelle più maligne […].

Di Niccolò Fabi segnalo la canzone I giorni dello smarrimento, del 2019 (inserita nell’album Tradizione e Tradimento), che, benché scritta prima di questa pandemia, riesce a coglierne, in anticipo, il dramma:

Sono i giorni dello smarrimento
Dell’amore che non si inventa
I giorni senza destinazione
E senza un movimento […]

Con l’ossessivo ritornello, che, sia pur con toni gradevoli e dolci, da carezza, entra, comunque, nelle nostre teste, come un martello, a dire tutta la nostra solitudine (rispetto, per esempio, allo smarrimento di Dante, che aveva una luce da raggiungere, e che si avvaleva di una guida), in un’età, la nostra, nella quale nulla più risplende:

Dov’è dov’è dov’è dov’è dov’è
La strada per tornare
Dov’è dov’è dov’è dov’è dov’è
La stella da seguire […].

Fabi, infatti, la canta con lucidità questa nostra solitudine, questo nostro buio: dov’è, dov’è, egli si chiede, la «stella da seguire»?

Per chi volesse approfondire:

• testo dei Sonetti dei mesi, di Folgòre da san Gimignano:
https://it.wikisource.org/wiki/Sonetti_dei_mesi

• testo dei sonetti di risposta di Cenne da la Chitarra:
https://it.wikisource.org/wiki/Risposta_per_contrar%C3%AE_ai_sonetti_de%27_mesi_di_Folgore_da_San_Geminiano

• La canzone dei dodici mesi, di Francesco Guccini (dall’album Radici, del 1972):
https://www.youtube.com/watch?v=0hk9p3zZVl8
• testo della canzone di Guccini:
https://www.rockit.it/francescoguccini/canzone/canzone-dei-dodici-mesi/125676

• La peste, di Giorgio Gaber (dall’album Anche per oggi non si vola, del 1974):
https://www.youtube.com/watch?v=pzEIFOz-axY
• testo della canzone di Gaber:
https://www.rockit.it/giorgiogaber/canzone/la-peste/125423

• I giorni dello smarrimento, di Niccolò Fabi (dall’album Tradizione e Tradimento, del 2019):
https://www.youtube.com/watch?v=2m70yc2ceSk
• testo della canzone di Fabi:
https://www.rockol.it/testi/185634609/niccolo-fabi-i-giorni-dello-smarrimento-feat-pier-cortese

• articolo Tenzone medievale e Debate odierno:
https://www.santippe.it/tenzone-medievale-e-debate-odierno-dad-le-interconnessioni-globali-da-coronavirus/

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