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Teatro Piccinni di Bari, “SI NOTA ALL’IMBRUNIRE (Solitudine da paese spopolato)”, scritto e diretto da Lucia Calamaro, con Silvio Orlando

di Francesco Monteleone

Proviamo a dir tanto, con poco.
Silvio Orlando, attore fatto enorme dal cinema, interpreta ed amplia un testo drammatico di Lucia Calamaro, che sembra fare il filo a due opere struggenti: “Stanno tutti bene” di Tornatore (1990) con Marcello Mastroianni e il remake omonimo “Everybody’s Fine” di Kirk Jones (2009) con Robert De Niro.

Un padre gioca a rimpiattino con i propri figli e il fratello, nell’anniversario della morte della moglie, amata e sinceramente rimpianta (“era bellissima quando rideva, ma non rideva mai”). Silvio, il protagonista, parla in napoletano soffuso, quindi è meridionale; ebbene, senza fare tanti ragionamenti facili e banali, noi del sud si sa che se muore prima un padre, la mamma riesce a vivere a lungo e bene; se muore prima la madre, i mariti non più giovani diventano anime del Purgatorio. Dunque, Silvio è un padre disperato, nostalgico, abbandonato. Ha scelto di vivere appartato, quasi tutto il tempo della giornata a non far nulla, solo e seduto. Le persone importanti della sua vita gli sono ormai sfuggite; per testimoniare i danni della vecchiaia afferma “Il mio paese interiore è spopolato”. Grande e dolorosa presa d’atto realistica. Effettivamente dopo una certa età, diciamo attorno alla pensione, l’orizzonte antropico diventa disumano, perché ci muoiono con progressione geometrica le figure che sono state importanti nell’infanzia e nella giovinezza. “Il futuro di ieri è oggi e ti scoraggi”, scandisce Silvio verso il pubblico per concludere il ragionamento, con una perfetta battuta anti-agostiniana.

Per far spettacolo, ecco che arrivano i suoi 3 figli e lo zio:
Alice Redini è una sedicente ‘fallita poetessa’, che copia i versi più conosciuti di Caproni, Kavafis ecc. (“Almeno copiasse gli inediti!” le dice il padre).
Maria Laura Rondanini è una paranoica incurabile con laurea in medicina, tanto noiosa.
Riccardo Goretti, il maschio, fa soldi con meschini intermediazioni finanziarie in rete e il Roberto Nobile incapace di interpretare la situazione emotiva del fratello e, quindi, di comprenderla è la spalla semiseria (a volte è troppo urlante e declamante, alla Tony Dallara, ma non falsifica il personaggio).
Questa commedia drammatica ha un tema morale che pietrifica: sentirsi solo, essendo padre.
“Nessuno può fare il genitore ai figli grandi” perché “I figli crescendo diventano estranei”.
“Vi hanno sostituiti?”, grida Silvio ai suoi ex pargoletti, non sopportando più il loro pimpante affetto di maniera…

Qui finisce il nostro lavoro introduttivo di una commedia molto parlata che ha un unico colpo di scena nel finale. La scrittura è soddisfacente: battute crudeli (“A 80 anni, abbattetemi!), dialoghi vivaci (a volte troppo lunghi), soliloqui surreali su cose insolite (la saliva, la sedia) neologismi (‘capochinismo’) e un buon numero di definizioni fulminati…
Silvio Orlando non è attore tragico di quelli che sanno far piangere, però è un pervicace attore ironico che sa risalire controcorrente verso il tragico e ha una capacità di improvvisazione straordinaria: esempio? si è sentito un neonato piangere nei palchi e subito l’attore, fingendosi preoccupato, è uscito dal personaggio, ha orientato l’attenzione del pubblico verso la salute dell’infante, ha risolto la sua difficoltà di recitazione. Ottimo performer, che ha saputo onorare un testo duro e coscienzioso, fortemente imbullonato nella nostra realtà di essere imperfetti.
E ora il finale ottimistico.

Il Piccini è perfetto per la prosa. Si vede decentemente e non si subisce la frode di una acustica sovvertita da materiali industriali o ristrutturazioni scadenti. Servirebbero un paio di accorgimenti: 1) all’entrata va rifilata la requisizione dei cellulari, maligni strumenti di asocialità, che vengono spenti un secondo prima dell’apertura del sipario. 2) Una gru per i ritardatari che hanno sempre i posti centrali in platea e costringono i puntuali, già seduti, ad alzarsi ripetutamente per fargli posto.
Al Piccinni il 20 febbraio 2020 non si è fatta un’eroica fatica a riconoscere i baresi illuminati dalla meraviglia del teatro ferdinandeo, l’incanutito preside della Facoltà di Lettere, il critico stimato come una cicala muta, la giornalista di cultura con il sorriso divorante e qualche futile spettatore che si è venduto i pantaloni per comprarsi la parrucca.

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