LEONARDO DA VINCI, PRIMO LESSICOGRAFO DEL VOLGARE ITALIANO

di Trifone Gargano

Son partite, in Italia e nel mondo, le celebrazioni per i 500 anni che ci separano dalla morte di Leonardo da Vinci, il genio del Rinascimento italiano, avvenuta il 2 maggio del 1519. Le celebrazioni puntano, in tutto il mondo, a esaltare le multiformi doti del genio di Leonardo: pittore, scultore, matematico, scienziato, architetto, inventore, e altro ancora.

Pochi sanno che Leonardo da Vinci fu pure poeta e lessicografo (tra i primi a compilare liste di parole, se non il primo in assoluto, per estensione del progetto e per la sua organicità). Egli, infatti, redasse un elenco di vocaboli, annotandoli in margine ai suoi manoscritti, che, oggi, si rivela documento preziosissimo, per gli studi di linguistica italiana, che testimonia cioè l’iniziale riflessione intorno alla lingua volgare d’Italia, in quanto strumento espressivo autonomo rispetto al latino. Fu anche autore di favole, di giochi linguistici, di rebus, di massime aforistiche (che oggi chiameremmo twitt), e così via.

Se è vero, com’è vero (ovviamente, solo in parte), che il mezzo più diretto per conoscere una lingua sia quello di conoscerne il Vocabolario, in una prospettiva d’indagine che è di tipo geo-storica, per indagare la nascita della lingua d’Italia, delle sue grammatiche, e dei suoi primi vocabolarii, non possiamo non partire dall’interrogativo che fu di Bruno Migliorini, tra i più autorevoli studiosi di lingua del Novecento, che, già nel 1946, si chiedeva cosa fosse un vocabolario.

Chiariamo subito che i due termini «vocabolario» e «dizionario» non sono sovrapponibili; essi, cioè, non sono sinonimi, e, quindi, non possono essere utilizzati indifferentemente. Infatti, «dizionario» ha un significato (e un impiego) più ampio, rispetto a «vocabolario»; talvolta, esso indica trattazioni a carattere enciclopedico, ma non necessariamente disposte in ordine alfabetico (come, invece, avviene sempre per un vocabolario). Al contrario, il termine vocabolario può essere anche utilizzato per definire il lessico di un autore (o di un ambiente sociale, di un gruppo, di una professione, e così via).

Fu nell’ambiente fiorentino, a fine XV secolo, all’interno del così detto «circolo» di Lorenzo de’ Medici, che comparvero i primi tentativi di lessicografia italiana, in forma di nudi elenchi (con o senza accompagnamento di spiegazioni, o di note etimologiche), a opera, rispettivamente, di poeti come Luigi Pulci e Benedetto Dei (che fu anche viaggiatore e cronista); ovvero, di artisti del calibro di Leonardo da Vinci, all’interno di un diffuso interesse, per i dialetti e per i costumi popolari, che si respirava in quel raffinato «circolo» di spiriti eletti.

L’elenco compilato da Luigi Pulci (più di 700 vocaboli) è noto con il nome di «Vocabulista», e si presenta in forma di raccolta alfabetica. È conservato a Firenze, nella Biblioteca Laurenziana, ed è di chiara derivazione da analoghe opere precedenti (tra Quattro e Cinquecento, infatti, con il termine vocabulista s’intendeva alludere, senza tante ulteriori sottigliezze, a un elenco nudo e crudo di vocaboli; dunque, vocabulista stava semplicemente per vocabolario). Nel caso di Pulci, si trattava di un’opera destinata all’uso personale (molte delle voci presenti nel Vocabulista, infatti, compaiono nel Morgante, che, com’è noto, l’opera poetica maggiore di Luigi Pulci, il suo poema epico-cavalleresco). Incertezze e approssimazioni nelle definizioni, o nella lemmatizzazione, come pure mescolanza tra nomi proprii e nomi comuni, non tolgono, comunque, a questo Vocabulista di Pulci il primato, in quanto glossario monolingue del volgare italiano.

Anche le 8 mila parole e più annotate da Leonardo da Vinci, in margine ai suoi manoscritti, accanto a disegni e a progetti (oggi visibili nel manoscritto Trivulziano, e in un foglietto del codice di Windsor), furono registrate, da parte di Leonardo, a esclusivo uso personale. Termini dotti, ma anche espressioni dialettali non toscane, di altre regioni (parlate) d’Italia, puntualmente e diligentemente annotati nei manoscritti, che l’artista mise assieme, a volte per affinità, altre volte per contrasto, allo scopo pratico di redigere un prontuario di voci, e di espressioni volgari, da utilizzare, da utilizzare alla bisogna (cioè, al di fuori di Firenze, e della Toscana), in caso di viaggi, di scambi dialogici diretti con parlanti di altre parti d’Italia, ovvero di scambi epistolari.

Si tratta, dunque, di vere e proprie «liste» di parole (ben 8 mila leggibili nel solo codice Trivulziano), ma anche in altri suoi manoscritti, con carattere di minore sistematicità e organicità. Si pensi al contributo dato da Leonardo da Vinci al lessico della meccanica, tano per fare un solo esempio, ch’egli attingeva dalla lingua comune, ma che, così facendo, fissava per i secoli a venire. Ancora oggi, infatti, questo suo lessico viene utilizzato correntemente: vite, anima, albero, ginocchio, labbro, … Le «liste» di parole di Leonardo erano accompagnate da ampie discussioni, spiegazioni, sempre di suo pugno; il che fa ipotizzare che a monte di tutto ciò ci fosse un’attenta riflessione linguistica, e non semplice curiosità lessicale.

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