“LA VITA INVISIBILE DI EURIDICE GUSMAO”, REGIA DI KARIM AÏNOUZ – BRASILE, 2019

di Francesco Monteleone

Brasile, anzi Rio de Janeiro, anni ’50.

Quell’amore purissimo che si sviluppa in forte alleanza rende due sorelle una cosa sola; esse rimarrebbero legate per sempre, ma nel loro mondo non si introducono gli uomini, spiriti stupidi che con i loro vizi, pregiudizi e artefizi le separano, sconsolatamente.

Euridice (Carol Duarte) e Guida (Julia Stockler) sono le ragazze che in quest’opera eletta pretendono la nostra folle dedizione. I loro nomi sono gli unici che ricordiamo quando usciamo dalla sala, sia per l’impressionante forza morale dei personaggi, sia per la travolgente bravura delle due attrici co-protagoniste.

Fidanzati, mariti, amanti, padri di famiglia sono tutti insignificanti.

A Vida Invisível” (titolo originale) appartiene alle donne, è una donazione a tutte le donne brasiliane e del mondo intero: alle donne uscite da sé o rimaste in sé, alle poco caste (ma non infedeli), a quelle che fingono o sospendono i sensi e all’infinita quantità di vittime che pagano per non aver opposto resistenza agli uomini.

Il regista brasiliano Karin Aïnouz ha liquefatto in immagini il romanzo di Martha Batalha “Eurídice Gusmão che sognava la rivoluzione“, attuando per due ore e venti un’eccitazione sentimentale continua, tenera e tragica fino all’epilogo.

Quindi, se oltrepassate la biglietteria, gentili spettatori, preparatevi a patire un rancore senza cura verso gli uomini, verso il destino, verso il caso ingovernabile e perfino verso la città di Rio.

–         Di che sesso è tuo figlio?

–         È maschio

–         Beato lui!

Con questa battuta gli sceneggiatori vogliono forse convincerci a ripercorrere la strada dell’ignoranza sessista? No. Gli uomini meritano di essere silenziati perché spregiudicati, egoisti, curvati verso la carne. Essi non sanno che le donne si prendono con la mente.

Euridice, eccellente pianista, vuol tentare una scalata al conservatorio, la sua è un’ascesa al mondo dell’arte, ma è moglie, deve provvedere agli orgasmi del marito, così invece di suonare finisce per partorire forzatamente.

Guida si vuole bene, si dedica all’amore, ma nell’inganno maschile finisce anch’ella per peccare e per ‘puzzare’.

Questo filmazzo è stato premiato e lo sarà ancora. È un’opera piena di desideri incolmabili. La sua conclusione è solo in parte inattesa, ma esso è soprattutto un manifesto:

–         Antiabortista: “II chinino è peccato e Dio ti punirà”

–         Antimaschilista: “Sono stufa di essere il divertimento di un uomo” – “Un lavoro è meglio di un uomo”

–         Antitradizionalista: “La famiglia non è sangue, è amore”

–         Antimoralista: “Si fa sesso per opportunismo”.

Non si piange, seduti in platea, ma c’è tanta rabbia che però non esplode mai. Alla fine il demonio perde ancora, per nostra consolazione; i suoi perfidi piani contro la purezza dell’amore non possono vincere.

Precedente "E SORRIDERE ALLA VITA", L'ULTIMO EP DI LORENZO TARANTINO Successivo "IL VENETO LEGGE". E INSEGNA AD AMARE I LIBRI

Lascia un commento