ZEROCALCARE E LA “ZECCA” CHE È IN NOI

di Giulio Loiacono

Sgombriamo subito il campo: la nuova serie animata di Zerocalcare su Netflix, il cui titolo in inglese si tradurrebbe letteralmente, più o meno così: “ Questo mondo non mi abbatterà”-il titolo italiano ve lo risparmio, anche perché, da expat, non lo ricordo-non mi è piaciuta punto.
A dire il vero, non potrei proprio affermare nettamente questo, ma dovendomi esprimere anche sinteticamente, costituendo questa una recensione, chi ha la profonda sventura di imbattersi nel sottoscritto, in fin dei conti, si aspetta un giudizio. Ecco io ve lo ho posto all’inizio, così sono più tranquillo.
Questo prodotto, denso di una retorica ormai stanca, non tanto nella sua descrizione della vicenda in sé, della battaglia a difesa di un pugno di migranti, rinchiusi in una scuola, dall’incerto destino, trasformata in “centro/lager di accoglienza” in quel di Rebibbialand, il centro del mondo per il buon Michele Rech, sono, invero, tutte verità incontestabili le quali sbugiardano la stupida miopia di un’era, quella odierna dei Cantalupi, che considera l’immigrazione il motore della politica; l’asset -non la liability- della nostra, ad esempio, politica estera.

Il punto non è quello, anzi: è efficace nel mostrare come un nugoletto di nazisti alla amatriciana, nazisti perché fascisti, ammette lui-ed io con lui-, non fa manco più effetto, siano più delle pedine inconsapevoli di un circolo di iene e di una giungla di altri sciacalli, le cosiddette tv locali e le nazionali con virtù di diventarlo, che li comandano a bacchetta. Qua il buon Michele sa il fatto suo, così come quando descrive, in questo in comune con la precedente serie di Netflix di cui parlai addietro, in termini ateistici e cinici la ineluttabilità di ogni tragedia personale( lì la ragazza idealista suicida, qui il tossico sbandato/nazista un po’ gay), rispetto alla quale chiosa:” A’ Zè, nun ce poi ffà niente a impedillo!” o a cambiarne il tragico fato.
La insopportabile e agèe retorica sta nel blocco in cui noi dobbiamo prendere la Molotov per pavloviano riflesso e riunirci in falange per fronteggiare la coorte romano/imperiale stretta degli altri. Perché, se è vero che predica il sottile filo che deve riunire zecche e fasci nella consapevolezza della mediocrità e della insignificanza della classe dirigente e della sua inanità, sottolinea comunque l’armamentario da anni ‘70 del movimentismo rivoluzionario senza se e senza ma.
Ma Michele si emenda, quando, ad un certo punto, fa suonare il nostro nuovo Fratelli d’Italia-nel senso di inno-che fa sobbalzare, in un rigurgito di globalismo apprezzabile, anche me. Siamo ad una festa “de zecche” degli anni 90. Il vecchiume del post punkismo delle creste e dei “cioè”, biascicati con verdonistica sapienza, che intercalano interminabili stronzate da volantino BR, viene travolto da Restless di Neja, che scatena tutti. Roba da zecche ma anche da figli di borghesi dalla camicetta aperta, che, in quel momento, su qualche terrazza pariolina o del Quartiere Prati intonava in un’altra festa. O che qualche altro fascio di Tor vattelappesca metteva sul CD player in un rave di fasci di periferia.
Beh, questo si chiama afflato unitario vero, caro Michele e sol per questo ti ringrazio per averci mostrato quel momento di unità.

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