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“UNDER THE SKIN” di Jonathan Glazer, 2013

di Luciano Aprile

Il filosofo francese Jean Baudrillard sosteneva, in “L’America”, che ormai è la realtà ad imitare il cinema (e diceva questo nel 1968!). Secondo quell’ affermazione, ‘essere sulla strada’ vuol dire ormai ricalcare, ripetere ciò che succede nei film appunto.
Il cortocircuito, la confusione di realtà e finzione, il trionfo del simulacro, per Baudrillard, quando scriveva queste cose, erano già avvenuti e non ne saremmo usciti più.
Anche il rapporto con gli attori, con i divi, è un legame simbotico che ci lega al loro corpo, al loro volto, al loro ‘fantasma’ in un senso che va molto oltre l’accezione dell’immaginario.
Il processo di immedesimazione con l’attore e con l’attrice si fonda sull emulazione e sul desiderio. I loro corpi sono erotici molto più di qualunque corpo in carne ed ossa.
Il regista scozzese Jonathan Glazer prova a scompaginare le carte, a sparigliarle: il suo è un film ‘on the road’ certo, ma non ci sono nè la meta nè il piacere fine a se stesso del viaggio. C’è il paesaggio inquietante di una Scozia brumosa, fatto di foreste o di scogliere impervie, di mari burrascosi, e poi di strade come nastri metallici che tagliano in due la brughiera o i prati verdi, i villaggi isolati e deserti, oppure le strade intasate di una Glasgow uguale a tante altre città del mondo.
C’è un’umanità dispersa, frammentatta, ottusa, ripresa mentre cerca di contrastare noia e solitudine con il consumo e lo svago, quello ripetitivo e banale dei pub, dei centri commerciali, delle discoteche. Un’umanità fotografata di sbieco, con uno sguardo obliquo, da documentarista, che scorre sulle superficie dei volti, delle auto, delle vetrine, dei cartelloni pubblicitari, degli angoli anonimi della città.

Ma è impossibile identificarsi con alcuno, qui, perchè il protagonista assoluto è quello interpretato da Scarlett Johansson, che sappiamo però essere qualcosa di non umano, di non terrestre. C’è un suo anonimo ‘collega’, incaricato di supportarla e poi una trafila di personaggi minori, sempre insignificanti, squallidi persino, oppure patetici; solo talvolta ‘buoni’ (ed è la svolta che prepara il finale del film), ma persino con essi, per ragioni intrinseche alla narrazione è impossibile immedesimarsi.
Sarà questo ad avere meritato al film il giudizio di ‘freddezza’ o di ‘debolezza’ (Mymovies)?
Forse perchè il film manca di trama, di azione, di thrilling; sembra insomma a-patico o anaffettivo? Forse la struttura della nostra mente è tale che abbiamo bisogno di racconti, lineari, dosati e articolati (come diceva Aristotele nella ‘Poetica’) così come il nostro organismo ha bisogno di aria e di cibo?.
Dimentichiamo tutto questo: “Under the skin” ha inizio con una sequenza fantascientifica, alla maniera di “”2001 Odissea nello spazio”, che dura giusto il tempo di arrivare ai titoli di testa; quanta basta per entrare nel clima di un film di genere (la fantascienza appunto), anche se da lì in poi la storia si svolgerà in Scozia (ma la fantascienza, quando è buona è solo un pretesto).
Un tale inizio rimanda a “L’uomo che cadde sulla terra” di Nicolas Roeg, del 1976, con David Bowie protagonista extra-terrestre (ruolo che sembrò più che mai adatto ad un divo pop che aveva fatto della eccentricità, della devianza e dell’ambivalenza anche sessuale il marchio di fabbbrica del suo successo). Ovvio però che proprio questa qualità ‘trans’ costituiva, anche in quel film il motivo di un’attrazione erotica nuova e seducente per un pubblico che si muoveva verso suggestioni sessuali diverse da quanto fin lì il cinema e la cultura avevano mostrato e raccontato (erano gli anni’ 70, appunto).
Nel film di Glazer tutto si muove intorno al personaggio alieno, che sappiamo essere non-umano sin dalla seconda scena del film, E le cui fattezze sono quelle di Scarlett Johansson.
Una diva anch’essa, come lo era, in modo diverso però, David Bowie nel 1976.


E il corpo e il volto di Scarlett saturano lo schermo per tutto il corso del film, anche quando le scene si sgranano si liquefanno in un magma di atmosfere torbide angoscianti: le immagini si alternano secondo una qualità a volte onirica, paranoica (l’elemento sovrannaturale) e poi invece secondo un registro realistico anche se di un realismo tanto duro e appuntito da raschiare l’anima e da sembrare persino simile a certe prospettive dIstorte dell’ espressionismo tedesco.
Certo, in un modo o nell’altro, il prodotto dovrebbe essere disturbante, intenzionalmente disturbante. Ma c’è lei, Scarlett, con il suo volto tenero e rassicurante, con quella bellezza antividivistica, familiare, da ‘ragazza della porta accanto’: un elemento basilare che serve a sorreggere anche l’impianto narrativo, durante il quale lei abborda e seduce ragazzi e uomini qualunque, alludendo ad una qualche sorta di esperimento sulla natura umana che, dall’alto di quella navicella spaziale mostrata all’inizio, sta avendo luogo qui sulla terra.
Scarlett dunque, corpo e volto, forse il complementare perfetto di quell’ altro ruolo che lei ha interpretato in “Her” di Spike Jonze in cui dava solo la sua voce, solo la voce, di una donna totalmente virtuale, prodotto di una applicazione da I-Phone a uso e consumo di uomini desiderosi d’amore. Sia detto fra parentesi che la filmografia dell’ attrice, da Sophia Coppola ai fratelli Coen a Woody Allen fino a questo “Under the skin” sta lentamente costruendo la figura e il mito di una attrice che è più di un sex symbol e che forse è destinata a diventare in futuro un altro caso, un altro mistero dell’ erotismo cinematografico così come lo è stata solo Marilyn Monroe.
A Marilyn però non era mai accaduto di dover interpretare un guscio di donna, semplicemente la sua pelle, sotto la quale non c’è niente, almeno apparentemente se non una fredda tecnologia e una missione tecnica da svolgere.
I critici critici avranno detto con sarcasmo che Scarlett è adatta a questa parte proprio perchè non dispone di una gamma di espressioni indispensabili a mostrare altro, è poco brava insomma, è solo bella, non è una Nicole Kidman è chiaro!
La macchina’ inespressiva però la sa fare benissimo!
Gli adoratori invece, fra i quali mi annovero, faranno spallucce. Lei è lei, e chiacchere non ce ne vogliono. Occhioni, labbra turgide, spalle un po’ curve, ‘gambotte’, pancia pronunciata, piedi grandi un po’ all’indentro: il ‘mistero’ della bellezza (che mistero non è se ci liberiamo dagli insulsi modelli di magrezza prevalenti nel cinema e dominanti nell’immagine consumistica della donna). Tanto più straniante pertanto il connubio fra questa bellezza umana troppo umana e il ruolo del personaggio da lei interpretato, un personaggio che è femminile solo con la ‘scorza’ e poi è letteralmente ‘dis-umano’ (siamo lontani anche dalla figura femminile dell’androide di “Ex-machina” che gioca proprio sulla umanità implicita nella macchina fabbricata con le fattezze di donna).
Quando questo simulacro di donna comincia ad incuriosirsi dell’essere umano, così miserabile, così indifeso, così facilmente vulnerabile dal lato dell’attrazione estetica, così facile da irretire nelle sue manovre seduttive di adescamento, inizia anche la discesa del film verso un finale che non può che essere tragico, ma nel film non c’era comunque stata una sola nota di ironia o di allegria. Di tenerezza sì però. Verso chi è sfortunato nel corpo, reietto, mostro. Oppure verso chi è generoso, disponibile, ‘amico’. Allora sopraggiunge la ‘tentazione di esistere’, direbbe Cioran, di provare ad essere umani. Ed è la fine. E’ questo il tema del film: una denuncia spietata della disumanità incombente sulla Scozia (alla vigilia del suo referendum sul rimanere o no nella Gran Bretagna) e, per metonimia, sull’umanità intera?
E’ lasciato allo spettatore il rischio e il compito di dare un senso al film.
Ciò che il film ci lascia sono immagini nuove e originali, frutto delle possibilità del digitale, qui usato in modo consono al tema stesso del film che ha tratti scopertamente orrorifici, morbosi e irreali. Ci attacca addosso l’impressione disturbante di una umanità fondamentalmente infelice, sola, sprofondata in un paesaggio, naturale e umano del tutto ostile. E questo è l’aspetto esistenzialistico del film.
Ci lascia la sensazione di minaccia incombente proveniente sia dalla natura che dalla vita degli uomini; la prospettiva di un mondo circostante che dovremmo guardare con occhi alieni. Ci lascia i suoni inquietanti di una colonna sonora (Mica Levi) perfetta per accompagnare l’atmosfera ammorbante di tutto ciò che accade sullo schermo: suoni che talvolta sembrano ricalcare quelli di Psycho di Hitchcock, altre volte le tonalità metalliche della musica ‘industriale’. Ci lascia le immagini di un volto, quello di Scarlett, e del suo corpo, vestito, rivestito, sgusciato, stuprato e dato alle fiamme (e se ci fosse mai stato il sospetto di un film misogino, arriva il momento in cui dobbiamo capovolgere il giudizio: semmai è l’uomo, il maschio ad incarnare il male, (e tristemente ci vengono alla mente vecchi e nuovi orribili casi di femminicidio che hanno toccato anche la Puglia tante volte).
Ci lascia, forse un ultimo interrogativo per noi allibiti spettatori: cosa farne, oggi della bellezza (che c’è senz’altro, da qualunque angolo la si guardi) e cosa farne, ora, della nostra ‘umanità’, ammesso che esista ancora, o sia mai esistita, una ‘cosa’ che corrisponda a questo nome?

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