“UN AFFARE DI FAMIGLIA”, di Kore’eda Hirokazu, Giappone, 2018

di Francesco Monteleone

Con questi film non c’è scampo. Ti ritiri a casa ripensando alla storia e passi ore a fare avanti e indietro davanti al pc per decidere da dove iniziare a scrivere.

È difficilissimo parlare della complessità con semplicità.

Il regista (nato a Tokio nel ’62) è un big dell’esistenzialismo e tenendo le mani nell’anima dei suoi personaggi le svuota così tanto che in quell’abisso lo spettatore si butta per altruismo, come se volesse colmare il vuoto. Insomma, si prova quel deprimente dubbio all’uscita del Louvre o dei Musei Vaticani che ti dice: ora parlerai delle emozioni generali o vorrai far riapparire la bellezza dei singoli capolavori?

Questa volta sono stato fortunato. Mentre uscivo dalla sala ho incontrato l’ex presidente del tribunale di bari che ho stimato tantissimo per la sua onestà e saggezza. Ricordo che lui, pur avendo giudicato centinaia di persone colpevoli o innocenti come i personaggi del film, non li ha mai condannati, perché è un umano umanissimo. Così mi è comparsa nella mente la prima domanda essenziale: Si può rispettare la vita senza rispettare le legge? La risposta è unica e saprà darla solamente chi vedrà questa invenzione artistica.

“Com’è il film?” “Alcuni dicono che è bello, altri no” Mi aveva risposto Luca, ottimo proiezionista. Che inutile equivoco! Quest’opera è uno dei film più importanti mai fatti sull’ infanzia. Nessuno lo chiamerà ‘capolavoro’ perché il regista non ci ha messo dentro gli ‘effetti wow’, quelle furbesche sorprese che vi fanno apprezzare le storielle girate a Gubbio con Terence Hill e Frassica. Il regista giapponese è un puro, non ha bisogno di malizie per guadagnare milioni di euro drogando il cuore altrui; la sua maestria è assoluta. È facile intuirlo; i piccoli figli, alle prese con le cattiverie dei genitori, sono interpretati da attori che recitano con tanta perfezione, che vi sembrerà di stare nella loro storia, non di fronte alla storia loro.

Qualche spettatore insufficiente afferma con l’aria scema che è un film ‘lento’. Come se la passione della Via Crucis sarebbe la stessa se Cristo fosse portato in cima al Golgota con una jeep. Hirokazu non perde tempo a studiarsi movimenti di macchina per creare una regia spettacolare, dunque non ha intercalato nessun colpo di scena, ma c’è la peripezia, il capovolgimento aristotelico, il più sconvolgente: la verità non è mai quella che appare.

Ma si può amare senza dire la verità? Sì, si può non dire la verità, senza mentire. Freud scoprì che nei primi sei anni di vita i bambini costruiscono le loro mappe emotive e le loro mappe cognitive, cioè nei primi sei anni di vita essi acquisiscono i criteri di conoscenza del mondo, che non cambiano più. Purtroppo le mappe emotive si formano come possono, per fortuna, per caso. Tutti i bambini del mondo, come quelli del film, nascono e dovrebbero avere cure ed educazione. Invece questo non accade. Una buona parte degli adulti che ha il dovere di crescerli, fa veramente schifo per la violenza, per le perversioni, per l’ignoranza. Ebbene gli adulti di quest’opera sono da ripagare moralmente. Essi, pur non essendo quel che dovrebbero o avrebbero voluto essere, hanno amato i bambini nel modo giusto, rafforzandogli l’identità, non svalorizzandola. E quando sentirete la parola ‘papà’ tutto vi sarà chiaro.

 

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