Trame dantesche: “MALEDIZIONE DEL SOMMO POETA”, di Angelo Calvisi, 2009

di Trifone Gargano

Per il protagonista del romanzo di Angelo Calvisi, Maledizione del sommo poeta (2009), io-narrante della storia, tutto ebbe inizio intorno agli undici anni, in prima media, tra i banchi di scuola, allorquando, cioè, la docente di lettere, dapprima ammalatasi e poi suicidatasi, venne sostituita da una giovane (e bella) supplente, che sembrava uscita da un telefilm americano degli anni Cinquanta.

Mi piaceva anche. Sembrava la fidanzata di Richie Cunningham, quello del telefilm Happy Day […]. Capelli neri, faccia da professoressa. Ecco. Quella supplente lì (p. 9). 

Questa (bella) prof supplente, appena arrivata in classe, pose ai suoi giovanissimi e sprovveduti studenti domande impegnative, del tipo: «perché vale la pena vivere?». La prof, comunque, si preoccupò pure di suggerire qualche opportuna risposta, ai suoi studenti, piuttosto sconcertati dal tenore della domanda, con l’intenzione di tracciare un itinerario di salvezza.

I miei compagni dicono le risposte. Io non dico niente perché di solito osservo e sto zitto […]. Poi qualcuno dei miei compagni ha questa bella pensata e fa anche lui la domanda alla supplente, venuta sulla terra per la mia maledizione. Ma professoressa, secondo lei professoressa perché vale la pena vivere? (p. 9)

La prof supplente suggerì ai suoi studenti di adottare un modello di vita, attingendo al patrimonio storico-letterario della nostra Nazione, e, quindi, così facendo, di uniformare la propria vita a tale modello, in modo da «lasciare un segno». La prof supplente, inoltre, precisava, subito dopo, che un modello da scegliere poteva essere Dante Alighieri:

Dice la supplente: bisogna vivere per lasciare un segno nella vita.

Uno pensa: Leonardo da Vinci, Camillo Benso conte di Cavour, gli antichi Romani, genericamente. No. La supplente dice: bisogna lasciare un segno come Dante Alighieri. Ecco. Io non potevo stare a casa quel giorno (p. 10)

Ebbene, da quel lontano giorno di scuola, in prima media, il Sommo Poeta Dante Alighieri era entrato nella vita del protagonista del romanzo, per non uscirne più (con il recondito scopo, per profonda convinzione del diretto interessato, «di distruggerla»). Il destino della sua vita, infatti, dopo quel giorno, sarebbe stato segnato, per sempre (e in modo funesto): egli, infatti, avrebbe vissuto sentendosi continuamente chiamato a «lasciare un segno», ovviamente, senza riuscirci, con la consapevolezza, di giorno in giorno, di anno in anno, del trascorrere inutile del tempo, e, quindi, del non essere (ancora) riuscito a lasciare questo benedetto segno:

Chi è questo Dante Alighieri? Sicuramente un celebre imperatore degli antichi Romani. Chi è il maledetto Dante Alighieri? Torno a casa e vado a vedere nella mia enciclopedia Conoscere […]. Cerco il celebre imperatore Dante Alighieri, che però non è un imperatore. Egli è il Sommo Poeta […]. Questa è la storia del Sommo Poeta. Egli ha scritto l’Inferno di Dante, con tutte le anime dannate e i castighi per vendicarsi delle loro malefatte, che a pensarci bene, quando la supplente me lo ha nominato, c’era già una traccia della rovina e della maledizione che mi vengono a cercare, per darmi il tormento nella vita.

Dal giorno che la supplente me lo ha nominato, il Sommo Poeta è entrato nella mia esistenza. Il Sommo Poeta entra nella mia esistenza di soppiatto, con lo scopo di distruggerla (p. 11)

Con molto rancore in corpo (e con tanta sincera delusione nell’animo), il protagonista, oramai, giunto alla bella età di trentacinque anni, constata di non aver ancora trovato, nella vita, il modo di lasciare alcun tipo di segno:

A partire da quando ho undici anni dico ai miei amici: da grande diventerò famoso e lascerò un segno. I miei amici suggeriscono di non dire cazzate. Allora io ribatto: vedrai che diventerò famoso e lascerò un segno. E i miei amici: che tipo di segno? Sarò un celebre cantante o anche un celebre attore, qualsiasi cosa purché celebre. I miei amici se la ridono di gusto. Io penso: ridete, ridete pure, ma il sottoscritto da grande diventerà famoso e lascerà un segno. Questo segno bisogna lasciarlo nel mondo dell’arte, come il Sommo Poeta. Perché sarebbe troppo facile diventare Papa oppure Presidente del Consiglio. Ci riescono cani e porci a diventare Papa oppure Presidente del Consiglio. Ma intanto poi chi si ricorda di loro? Tu ti ricordi? io credo che non si ricorda nessuno. Del Sommo Poeta, invece, si ricordano tutti. Il Sommo Poeta è il maledetto giustiziere che ha messo i dannati a cuocere nell’Inferno.

Allo stato attuale […] ho compiuto trentacinque anni. A trentacinque anni il maledetto Sommo Poeta che cos’ha combinato? Eh, è meglio non pensarci. Mi viene il nervoso per via del Sommo Poeta, ma anche perché ridendo e scherzando oggi compio trentacinque anni, e nell’organismo cominciano a comparire delle strane disfunzioni (p. 13)

Gustoso e ironico romanzo breve, con riflessioni divertite (e amare) sulla condizione del giovane scrittore, che insegue non certamente il successo commerciale, quanto, piuttosto, l’onesta possibilità di essere pubblicato, e letto. Notevole il lavoro linguistico compiuto da Calvisi nelle pagine di questo suo romanzo, finalizzato a dar vita a uno strumento espressivo certamente fluido e immediato, vicino al parlato, ma che, nel contempo, non ignora e non dimentica lo spessore della tradizione linguistica (e letteraria) italiana.

Del resto, il confronto, per il nostro Calvisi, è decisamente schiacciante: si tratta di Dante Alighieri, il Sommo Poeta, e della Divina Commedia.

 

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