TRA GIUNONE E IPSIPILE: OVIDIO, LA MOGLIE ROMANA E IL TIMORE DI ESSERE SOSTITUITA (Pt.2)

di Gabriele Colella

Continuiamo la nostra indagine alla scoperta del timore che Giunone (nel secondo libro delle Metamorfosi) e Ipsipile (nella sesta Eroide) serbano nei confronti della possibilità di essere scalzate dalle rivali Callisto e Medea.

Nel precedente articolo ho sottoposto alla vostra attenzione i versi 19-20 della lettera di Ipsipile, nei quali la scrivente esprime la propria riluttanza a veder occupata dalla maga della Colchide la pars tori, la ‘parte del letto’ accanto a Giasone, che le spetta di diritto. A ben vedere, l’immagine del marito pronto ad abbandonarsi con la paelex in un solo letto, torna a tormentare l’eroina. Osserviamo dunque la seconda attestazione del motivo nella Eroide sesta:

Hanc potes amplecti thalamoque relictus in uno
impavidus somno nocte silente frui? (her. 6, 95-96)

 Nella sezione centrale dell’epistola, Ipsipile scatena le sue invettive contro Medea. Soprattutto, a partire dal v. 83, la coniunx si cimenta in un’attenta descrizione della rivale con l’augurio di metterne in risalto i difetti più riprovevoli. Evidenziatane la natura barbara, Ipsipile si chiede perplessa come il marito, cieco di fronte a cotanta barbarie, possa con lei giacere nello stesso letto. Non si capacita del fatto che il suo uomo, impavidus (‘impavido’, ‘coraggioso’ forse perché non teme il contatto contaminante con la paelex?), possa abbracciare, in un unico giaciglio, la maga della Colchide. Nei versi appena menzionati è possibile veder riflessi elementi di scoperta ironia. Infatti, certo si cela il triste sorriso di chi scrive la lettera al di là dell’idea che la maga Medea (sulla cui perfidia e malvagità Ipsipile si è spesa più e più volte) possa garantire a Giasone, nottetempo, un riposo indisturbato, un sonno placido e silenzioso.  Dell’ironia, a ben vedere, è anche ravvisabile nelle parole di Giunone, allorché la dea, tormentata anch’essa dal presagio della sostituzione, si pone il seguente interrogativo:

Cur non et pulsa ducit Iunone meoque
conlocat in thalamo socerumque Lycaona sumit? (Met. 2, 525-526)

I versi in questioni sono tratti dalla sezione finale del monologo che la regina degli dei tiene al cospetto di Teti e Oceano. È opportuno, dunque, constatare che entrambe le mogli non possono esimersi dal prefigurare il marito nel suo rapportarsi sessualmente alla rivale, chiara dimostrazione del timore nutrito dalla coniunx nei confronti dell’eventualità che un’altra donna possa invadere lo spazio che, anzitutto nel talamo, a lei e a lei soltanto spetta in qualità di sposa. Non che l’accanimento della moglie ai danni della paelex possa esser circoscritto al solo presagio d’esser surclassata da chicchessia nella sfera meramente erotica. Tutt’altro. Giunone, infatti, non solo allude alla presenza della rivale nel talamo nuziale (come già Ipsipile) ma, rispetto alla regina di Lemno, rincara addirittura la dose quando Ovidio la ritrae sfidare Giove a ripudiarla (v. 525, pulsa…Iunone) e a prender Callisto come sua legittima sposa (v. 525, ducit). È dunque massimamente l’esser sostituite dalle rivali in quanto mogli e non soltanto in quanto donne-amanti a suscitare l’ira delle coniuges il cui dolersi è, posta la questione in questi termini, anche e soprattutto dovuto al vedersi sottrarre dalle pretendenti la possibilità di essere madri. A tal riguardo, a dir poco significativi appaiono, nel secondo libro del poema ovidiano, i seguenti versi:

Causa morae nulla est, et iam puer Arcas (id ipsum
indoluit Iuno) fuerat de paelice natus. (Met. 2, 468-469)
 

Nell’elaborazione ovidiana della vicenda mitica, la ninfa, nei versi immediatamente precedenti a quelli appena evocati, è stata costretta, ingravidata da Giove, a mostrare il misfatto compiuto al cospetto delle compagne e di Diana, suscitando l’ira della dea che la bandisce dal suo sacro corteggio. Conclusa così la sezione diegetica, il poeta di Sulmona viene a focalizzare l’attenzione sulla regina degli dei, fino a quel punto solo vagamente evocata da Giove, dichiaratosi convinto di poter nascondere alla moglie il rapporto consumato con Callisto o di poter cavarsela con un litigio. L’asserzione parentetica del poeta di Sulmona (vv.468-469, id ipsum Indoluit Iuno) è chiara: è soprattutto il fatto che Callisto abbia avuto da Giove un figlio, ad affliggere Giunone, l’unica figura femminile a cui, in quanto moglie, la legge romana riconosce il diritto di generare prole legittima. Quello della regina degli dei è, così, niente meno che un dolersi (v.469, indoluit), patire quello stesso dolor che arde senza tregua in Ipsipile, mai serena all’idea dell’Argonauta assieme a Medea.

Infine, è bene menzionare un ultimo distico che vede Ipsipile lamentare, con parole quanto mai chiare e assai poco equivocabili, il rischio che il marito preferisca a lei la maga della Colchide:

Hanc tamen, o demens Colchisque ablate venenis,
diceris Hypsipyles praeposuisse toro. (her. 6, 131-132)

Nei versi precedenti Ipsipile spiega di essere stata in procinto di inviare presso Giasone i suoi figli in qualità di ambasciatori per la madre, ma di esser stata frenata dal timore che la matrigna Medea potesse inveire anche contro di loro. Ribaditane così, ancora una volta, la crudeltà e la spregiudicatezza, Ipsipile torna a chiedersi, esterrefatta, come il marito possa aver preferito Medea a lei. È degno di nota il fatto che Ipsipile torni a riflettere, come già ai versi 19-20 di cui prima si è discusso, sulla possibilità che il marito abbia anteposto (v. 132 praeposuisse) al matrimonio (v. 132 toro, con inequivocabile accezione metaforica) con lei, Medea di cui la compilatrice dell’epistola, proprio come Giunone con Callisto, fa fatica a menzionare il nome e a questo preferisce l’indefinito hanc (v. 131, Hanc tamen, o demens Colchisque ablate venenis). È innegabile che, a questo punto della lettera, la regina di Lemno sia decisamente più esaustiva di quanto non lo sia stata prima nel chiarire il timore che la lacera nel profondo: che Giasone preponga Medea al matrimonio che ha stipulato con lei. Pregnante di significato è, relativamente al tema che il presente articolo intende scandagliare, il verbo adoperato dall’eroina scrivente: praeponere. È difficile, se non addirittura impensabile, non veder riflesso in tal predicato verbale, risultato dell’univerbazione della preposizione prae (‘davanti’, se non ‘prima’) e del verbo ponere (‘porre’, ‘mettere’), l’intento di Ipsipile e, prima ancora del poeta, di lasciar evincere il pericolo della preferenza del marito espressa nei confronti della rivale e non della legittima moglie, che Ipsipile – e lo stesso certo vale per Giunone – teme con ogni fibra del suo corpo.

 

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