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THE BROWN BUNNY, di Vincent Gallo, U.S.A., 2003

di Francesco Monteleone

Visto al Cinema ABC di Bari il 22 luglio 2015 (‘Le vacanze intelligenti’, 2 luglio – 23 agosto, a cura di Angelo Ceglie e Toni Cavalluzzi).

Il personaggio principale di questo film è Bud Clay, interpretato dallo stesso Vincent Gallo che è anche regista, sceneggiatore e produttore. È un ragazzo bello, alto, atletico, occhi azzurri, apparentemente sicuro di sé, in sella ad una moto di grossa cilindrata; partecipa ad una gara. Per i primi, interminabili, cinque minuti, la scena è fatta da questo girare in tondo, sulla pista, dei motori in gara. Alla fine del film ci chiederemo quale senso avesse voluto dare il regista a quella sequenza introduttiva così monotona e incongrua rispetto alla trama e allo spirito complessivi del film. E quest’opera, come non poche altre del cinema contemporaneo, fa proprio questo: ci chiede di aspettare, di veder trascorrere le diverse sequenze, le situazioni che si snodano in avanti, come le strade d’ America di cui si riempie lo schermo, per poi ricucire tutto, ricomporre un quadro sensato. È il montaggio, da sempre, la chiave per dare  un senso ad un film; ed è la ricostruzione psicologica dei diversi frammenti, talvolta schegge visuali, segmenti scollati della visione, a dare un senso al tutto. È il montaggio che riproduce se stesso dentro la mente dello spettatore, che, paziente, l’ha aspettato arrivare, completarsi.

Bud, dopo la gara di moto, mette il suo motore su di un furgone e parte. Va sulle strade d’ America. Assolate, piovose, deserte, trafficate. Da dietro il parabrezza, con lui, noi vediamo scorrere il paesaggio, accompagnati dalla malinconia di canzoni country folk struggenti (musica extradiegetica, cioè offertaci dal regista, perché lui invece, il protagonista sta in assoluto silenzio e, quella musica, non la sente). Per molti minuti il film sembra ripetere monotonamente lo schema dell’ ‘on the road’ all’americana. Ma il paesaggio geografico lentamente modella una cartografia sentimentale, una sorta di ‘atlante emozionale’, dentro la camera oscura psicologica di noi spettatori. Anche perché le singole tappe di questo viaggio sono interpuntate da incontri occasionali o voluti nei quali emerge una sensibilità ipertrofica di Bud, commosso o attratto da figure di donna vagamente somiglianti l’un l’altra, o da una visita ad una coppia di anziane donne che risultano essere madre e nonna di una Daisy della quale è alla ricerca.

La tristezza dei volti, di quel poco che della loro esistenza ci viene lasciato intendere, compone lentamente una sorta di ‘via crucis’ dell’anima. Come se Bud stesse attraversando le tappe di un percorso doloroso che lo porterà al ritrovamento di qualcuno (Daisy?) o alla scoperta di qualcosa (della quale lui e noi saremo ignari fino alla sequenza finale). La tenerezza o l’empatia profonda che il protagonista sembra provare verso le figure femminili, tutte un po’ somiglianti tra loro (e dunque a Daisy) ce lo mostrano come una sorta di santo-idiota (alla Dostoevskij) ma anche come un dissennato, un improvvido, un irresponsabile. Una forbice caratteriale, (un disturbo bipolare?) che lo rende un personaggio tragico in crescendo. Pochissime le parole dei dialoghi (sarà per questo, anche, che si è ritenuto inutile il doppiaggio, e che il film appare oggi, con ritardo di 12 anni, con i sottotitoli?); molti i primi piani dei volti, molte le pause e i vuoti a segnalare un buco esistenziale incolmabile e vorace.

Piano piano prende luce e si contorna l’oggetto della ricerca di Bud: il suo amore, la sua donna, il suo passato perduto, se stesso, perso un giorno, chissà dove. Ancora non sappiamo nulla…ed è trascorsa più di un’ora. Poi irrompe il finale, con un crescendo drammatico che non si può e non si deve raccontare. Ma c’è!

Dunque ogni singolo momento del film era funzionale a questa conclusione, a questa agnizione, a questa presa di coscienza così tragica da essere più tremenda ancora del reale che pure ci è apparso fin qui così incolore, così vuoto e sconsolante. Non c’è salvezza. ‘Incipit tragoedia’.

Le parti che compongono la sequenza finale hanno un carattere duplice: illuminano, danno un senso anche a quei frammenti slegati, onirici, che avevano, qualche volta, interpuntato le immagini del reale, come fossero delle inserzioni di ricordi, come fossero schizzi di memoria del protagonista. Ma nello stesso tempo inondano lo schermo e la storia di nero, di dramma, di disperazione. E per far questo Vincent Gallo sceglie di dar vita ad una scena di sesso fra le più criticate della storia dl cinema (per il carattere osceno, della stessa, o almeno considerata tale, inaccettabile, a detta di molti, per un film ‘normale’, fatta esclusione per quelli a carattere esplicitamente pornografico, che se uno non vuol vedere, non va a vedere!)

Il fatto è che anche quella sequenza è in profonda sintonia con il paesaggio interiore (fatto di amore, ricordi, nostalgia) del ragazzo; ci mostra, come meglio non si potrebbe, forse, il miscuglio di risentimento e di attaccamento, il grumo inscindibile di affettività ed eros, di spirito e carne che attanaglia per sempre due persone che si sono amate.

“Più c’è stata frustrazione nella domanda d’amore, più il lutto della separazione risulta inaccessibile: una sterile richiesta recriminativa inchioda il soggetto ad una lamentazione infinita”*. Questo assioma di matrice freudiana sembra essere una variazione della ‘coazione a ripetere’: il soggetto abbandonato o deluso o ferito, torna pervicacemente suoi luoghi oscuri della sua catastrofe, come a voler soffrire all’infinito pur di non abbandonare il proprio oggetto d’amore. È questo che ci si vuole raccontare con la storia di Bud.

E alla fine il film riesce: riesce a fare quello che l’arte sempre deve fare. Riaprirci le paratie chiuse o arrugginite del cuore, far circolare nelle vene del nostro mondo interiore, la capacità empatica, il sentimento della mancanza, della nostalgia, della rabbia per ciò che poteva essere e non è stato.

E dire che Vincent Gallo poteva limitarsi a fare il bel ragazzo, il divo e che il cinema non vedeva l’ora di accoglierlo sotto queste vesti. Ha scelto di rischiare, invece, di stare sia al di qua che al di là della macchina da presa, con pochissimi e difficilissimi film che scrivono qualcosa nell’anima. Per questo gli voglio bene.

 

 

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