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STORIA SEMISERIA DEL GIORNALISMO: parte prima

di Dino Cassone

“La necessità è la madre delle invenzioni”.

La frase fu attribuita a Platone e l’uomo l’ha fatta sua da sempre. Tra le primissime necessità, dopo la sopravvivenza, è sempre venuta la comunicazione; ancor prima la scrittura, per preservare la memoria e “comunicarla” alle generazioni future. Intorno alla metà del Quattrocento è nata poi l’esigenza di comunicare “in tempo reale”: il matrimonio tra la parola, la scrittura e la stampa (di qui il nostro assunto che gli scrittori e i giornalisti hanno da sempre passeggiato a braccetto) era diventato necessario.

Nacquero così le prime “Ansa” (ricordiamoci che niente di nuovo si crea): nel 1488 e dintorni furono stampati i Canard francesi, ovvero le “anatre” e il loro starnazzare come metafora del pettegolezzo, che dureranno fino alla metà del ‘500 e oltre. Nel 1460, invece, i Tasso, una famiglia patrizia della bergamasca s’inventa i “tassini”, poi comunemente chiamati Taxis, ovvero la posta privata. Pensate che conserveranno il monopolio fino al 1867.

Dal 1563, a Venezia, cominciano a circolare i “broglietti” (il brolo era lo spazio antistante il palazzo Ducale, luogo di scambio di merci e informazioni): quattro o otto facciate a cadenza settimanale al costo di due soldi, ovvero di una moneta d’argento veneziana detta gaxeta. Da qui il termine a tutti noi noto di “Gazzetta”. Contemporaneamente, a Roma, circolano i “menanti”, riferimento ai “minutanti”, cioè gli scrivani in brutta copia. I menanti furono censurati, tanto per cambiare, per motu proprio da Pio V: e già, mettersi in pubblica piazza con le proprie azioni rappresenta una minaccia. Vi ricorda qualcosa?

Nel 1577 arriva anche il primo Ufficio Stampa della Storia: è quello di Maria I Tudor, che i protestanti soprannominarono “La Sanguinaria”. Ebbene, la sovrana cattolica istituì lo “Stationery Office di Sua Maestà”, la prima vera stamperia ufficiale che emanava direttamente i “comunicati reali”. Reali nel senso di regali, ma anche di quelli che dovevano passare come “episodi realmente accaduti”.

Insomma, l’unica versione dei fatti: era nato così anche il primo organo di censura “civile”.

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