SICILIA ISLAMICA: UNA CROCIATA IN ANTEPRIMA

di Ermanno Testa

Durante i due secoli e mezzo di dominazione araba, dall’827 al 1091, la Sicilia conosce un periodo di forte prosperità. La frantumazione del latifondo e il passaggio da un diffuso regime di monocoltura, concentrato sulla produzione di grano, alla diversificazione e intensificazione delle colture, produce un notevole sviluppo dell’attività agricola: uliveti, vigneti, ortaggi, gelsi, papiri, canne da zucchero, aranci, limoni, banane, oltre al grano, grazie anche ai nuovi sistemi di irrigazione, caratterizzano in quel periodo il paesaggio siciliano. Si battono nuove monete e con l’abolizione dell’imposta sugli animali da tiro e la creazione di una estesa rete marittima si sviluppa il commercio; crescono considerevolmente l’artigianato e l’attività edilizia. L’Isola conosce anche un nuovo e più funzionale assetto amministrativo con la ripartizione del territorio in tre regioni: il Val di Noto, il Val Demone e il Val di Mazara e il costituirsi di una discreta struttura amministrativa e giudiziaria di cui anche i normanni, popolazione poco numerosa e per lo più dedita alla guerra, si avvarranno successivamente per governare l’Isola.

Nel corso della dominazione islamica la Sicilia conosce all’inizio un periodo di unità politica sotto il governo di un emiro; successivamente si affermano nell’Isola diversi principati, indipendenti e rivali, corrispettivi forse di zone di maggiore o minore presenza islamica: del resto il processo di islamizzazione, che non risulta in generale violento, non raggiungerà mai la totalità del territorio siciliano. Ne deriva un periodo di operosa concordia; la presenza contemporanea, a macchia di leopardo, di varie etnie: siciliani nativi, arabi, berberi, bizantini, latini, lombardi (Piemonte e Lombardia), francesi settentrionali, greci, turchi, persiani e normanni, non è certo di ostacolo allo sviluppo dell’Isola. Quanto poi alle religioni, pur con alcune restrizioni, come il divieto di manifestare in pubblico la propria fede o di costruire nuove chiese o l’introduzione di una fiscalità più pesante per i non islamici ma con il permanere, tuttavia, del diritto di proprietà per tutti, viene mantenuta la libertà di culto: cristiani cattolici, cristiani ortodossi, ebrei e islamici convivono in modo pacifico. La Storia non segnala in Sicilia in quegli anni gravi fenomeni di intolleranza religiosa. Al contrario, l’Isola gode di un periodo lungo di prosperità e di un forte sviluppo culturale. D’altra parte la profonda impronta di arabismo di soli due secoli che né normanni, né svevi, né spagnoli o francesi o piemontesi riusciranno a cancellare, testimonia di una presenza araba piuttosto che come mero dominio come integrazione con i popoli autoctoni.

Questo periodo di prosperità della Sicilia, sconosciuto per secoli, è testimoniato sia da storici dell’epoca (Ibn Hawqal, mercante e geografo nel X secolo, al-Muqaddasi, viaggiatore coevo, il monaco cattolico Teodosio nel IX secolo), sia di età moderna, primo tra tutti, sulla base di numerose fonti storiche, Michele Amari. Essi scrivono, per esempio, di una Palermo dalle trecento moschee, tra cui una capace di ospitare fino a settemila fedeli, di una città dotata di imponenti fortificazioni, operosa e mercantile, caratterizzata da un notevole sviluppo urbanistico, un centro tra i più importanti del Mediterraneo. Così come si ha notizia di palazzi, castelli e costruzioni di vario tipo anche in altre città della Sicilia: Trapani, Caltabellotta, Agrigento, Butera, Lentini, Catania, Aci, Petralia.

Se non proprio paragonabili agli edifici della ben più potente Cordova o di altre città della Spagna islamica, tuttavia anche la Sicilia conosce fasti architettonici e urbanistici non dissimili. Ne sono testimonianza indiretta gli straordinari edifici, che possiamo ancora oggi ammirare, realizzati da abili e raffinate maestranze arabe ancora attive durante la successiva dominazione normanna. Ma, a differenza della Spagna, a tutt’oggi ricca di edifici e di altri manufatti risalenti al periodo islamico, la quasi totale assenza in Sicilia di tracce di una architettura civile o monumentale araba è fortemente indicativa del processo sistematico e violento che segna la fine di quella dominazione. In verità, all’indomani dell’occupazione normanna dell’Isola, gli Altavilla hanno non poche ragioni economiche e politiche per mantenere un contatto da vicino con l’Islàm e mostrarsi disposti a tutelare le popolazioni arabe siciliane: non si tratta solo dei tributi riscossi in cambio di qualche libertà di culto, ma della lunga e complessa esperienza musulmana in campo amministrativo a cui lo Stato normanno non potrebbe rinunciare. Inoltre sono in gioco rapporti commerciali e diplomatici soprattutto con i paesi islamici del Maghrib. Ciò ha contribuito a rappresentare la dominazione normanna sull’Isola come magnanima e tollerante.

In realtà, la conquista normanna della Sicilia avviene sotto l’egida della Chiesa che dà all’impresa degli Altavilla il rilievo di una guerra santa, con caratteri distruttivi importanti, non casualmente ignorati dai cronisti normanni e cristiani del tempo, tali da produrre la totale scomparsa del patrimonio ‘materiale’ arabo e veri e propri atti di sterminio delle popolazioni islamiche: papa Gregorio VII ravvisa un legame assai stretto tra la liberazione dell’Isola dagli arabi e la necessità dell’intervento degli eserciti cristiani in Terrasanta; e il suo quasi successore, Urbano II, al tempo della prima Crociata addirittura assegna a Ruggero d’Altavilla e ai suoi discendenti, per il ritorno della Chiesa nell’Isola, prerogative straordinarie negate ad altri sovrani cattolici. La conquista normanna della Sicilia è, infatti, il primo esempio di alleanza tra una aristocrazia cavalleresca bramosa di territorio di cui appropriarsi con la guerra, e la Chiesa, desiderosa di eliminare l’Islam in ogni sua manifestazione e affermare grazie alla forza delle armi il proprio assoluto potere religioso. La storia delle Crociate, dunque, non ha inizio in Terrasanta bensì in Sicilia, con effetti per quella terra profondi e definitivi.

 

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