ROMA E ATENE: TRA PRAGMATISMO E METAFISICA

di Ermanno Testa

Graecia capta ferum victorem cepit… et artes intulit agresti Latio. Questa frase del poeta Orazio testimonia il contributo dato dalla cultura greca al mondo romano al tempo delle origini. Per secoli essa ha orientato non poco gli studiosi del mondo antico a considerare la cultura romana derivante da quella greca quindi subalterna ad essa e, di conseguenza, di cifra inferiore. Tale distanza tra le due culture si riscontrerebbe con evidenza sul terreno della filosofia dove si è arrivati a negare la sostanza del pensiero romano per trasformarlo in un prodotto derivato dai greci. Tuttavia, se così fosse, non si spiegherebbe la capacità espansiva di Roma, la forza della sua struttura militare, la durata delle sue istituzioni, fondate su una cultura giuridica assai avanzata e su un’etica, non comune, dell’onore, della rettitudine e dell’eroismo, non paragonabili con altre civiltà. I romani sono gente pragmatica e concreta. Per loro la filosofia non è un’arte per dissertare sulle Idee pure, non è una tecnica sofistica; al contrario, essa è una saggezza pratica che va accompagnata da una vita filosofica. “Atene ama le idee e i concetti, la metafisica e l’idealismo. Atene, e la Grecia con lei, significa la Sfera di Parmenide e il Numero di Pitagora, il Parmenide di Platone e la Metafisica di Aristotele, l’Idea pura del primo e il primo motore immobile o la causa incausata del secondo; significa la metempsicosi e la metensomatosi pitagoriche, riciclate prima da Platone e poi dal cristianesimo. Ad Atene si guarda il cielo… Roma invece ama le cose e la realtà, il mondo e la storia, la geografia e l’architettura, l’agricoltura e la politica, le scienze naturali e la retorica, la poesia e il teatro, anche il diritto” (M. Onfray). A Roma non c’è spazio per il pensiero metafisico, per gli sproloqui e l’idealismo, la sofistica e la retorica. “I romani non praticano la filosofia con le idee o con le parole, con i discorsi o con gli argomenti, con i sofismi o con la retorica, ma con fatti e gesti silenziosi quanto clamorosi, fatti e gesti che possono essere imitati” (Ibidem). Nel mondo pagano latino si può essere morali senza un dio, si può pensare il mondo evitando di ricorrere a qualsiasi retro-mondo, non si temono gli dei e la morte, si può essere uomini romani come antidoto all’essere cristiani. L’affermazione del cristianesimo con il suo impianto metafisico che esalta l’abbandono radicale di ogni interesse mondano segna la fine del mondo romano e il venir meno di quei valori che il mondo pagano aveva prodotto e perseguito e che avevano dato alla repubblica romana la forza morale di conquistare e civilizzare il mondo: virtù individuali come Humanitas, l’essere acculturati; Pietas, il rispetto per l’ordine sociale, politico e religioso; Dignitas, il senso del proprio valore; Auctoritas, il senso della propria importanza sociale; Prudentia, la saggezza e la discrezione personale. E virtù pubbliche che la società nell’insieme perseguiva, spesso personificate dagli dei: come Fides, la buona fede; Nobilitas, la nobiltà nell’attività politica; Virtus, il coraggio; Pudicitia, la modestia contro la corruzione morale. Si potrebbe continuare a lungo… Valga per tutte la prima, Humanitas: da intendersi come comprensione e assistenza verso i nostri simili, secondo un ideale stoico, ma anche come educazione al possesso di una cultura, nella quale confluisce l’eredità passata, e anche come caratteristica di individuo bene educato, raffinato e dotato di buoni sentimenti, che sa vivere con decoro. È la virtus – già in auge nel secondo secolo prima dell’era volgare presso il “Circolo degli Scipioni” – del Romano portatore di un compito morale e politico da realizzare con il dominio universale di Roma che ha la missione di proteggere tutte le genti e assicurare loro la pace e la giustizia.

L’Umanesimo nel XIV-XV-XVI secolo, nell’affermazione di una rinnovata centralità dell’uomo, segna il ritorno allo studio diretto dei classici latini con la riscoperta di quei valori. Gli umanisti tuttavia non comprendono che tali valori erano connaturati ad una visione del mondo opposta proprio a quel mondo cristiano che ne aveva causato, anche attraverso feroci persecuzioni, la sua repentina scomparsa. Essi, pur animati da un forte e consapevole spirito innovatore e affascinati da quei valori ritrovati negli autori latini, tuttavia, trovandosi profondamente immersi nella visione cristiana del mondo, li considerano come antesignani del cristianesimo. E questo secondo quella interpretazione provvidenziale, astorica, maturata in seno alla Patristica, secondo cui un disegno divino avrebbe preparato, con la espansione del dominio di Roma, le condizioni per una ampia affermazione del cristianesimo. Ne consegue che proprio questo approccio degli umanisti al mondo antico romano, improntato ad una visione metafisica della realtà, induce a collocare questa pur nuova e importante corrente culturale ancora all’interno del Medioevo (anche se nell’Autunno del Medioevo, Huizinga). Ciò è dimostrato anche da un particolare evento storico: allorché nel 1454 per mano dei turchi viene espugnata Costantinopoli e cade definitivamente l’Impero romano d’Oriente, molti studiosi di lì trovano rifugio in Occidente portando con sé opere degli antichi autori greci poco o del tutto sconosciute in Europa. In particolare la rivisitazione dei filosofi greci, più coerenti con l’impianto metafisico della tradizione giudaico-cristiana, che del resto si considerava in continuità con il pensiero greco proponendosi come l’ultima e più compiuta manifestazione di esso, spinge gli studiosi occidentali a valutare la cultura greca antica decisamente superiore e a collocare quella romana, senza comprenderne la diversità sostanziale, in un alveo succedaneo, oltre che ad un grado di qualità (filosofica) più limitata. L’Umanesimo mostra così di essere ancora a tal punto attento al cielo da non comprendere il valore di ogni altra cultura estranea all’universalismo cristiano, sia che riguardi l’etica, o la politica, o il diritto o la scienza. Incapace, in sostanza, di riconoscere nel paganesimo romano, proprio in virtù di quei valori sopra descritti, la totale e più alta dignità etico-culturale, frutto di una filosofia pragmatica attenta alla realtà e agli uomini, scientemente ignara di ogni inutile volo metafisico. Certo, molti e fondamentali aspetti della vita del mondo romano sarebbero oggi improponibili così come quelli di tante altre culture passate, Medioevo compreso: basti pensare alla schiavitù, diffusa tra i popoli antichi; ma non senza il riconoscimento, nelle manifestazioni più evolute del pensiero romano, del valore della fraternità universale (Seneca) fino a considerare la dignità personale e civile anche del servus (schiavo). Una pratica, quella della schiavitù, durata in Europa (e non solo) per molti secoli; peraltro reintrodotta nelle Americhe, in misura massiccia e con metodi violenti, dai moderni conquistatori europei. Ma non c’è poi molta distanza, come esercizio di eroismo, tra la gladiatura a Roma e i non meno crudeli tornei cavallereschi di un millennio dopo nella cristianissima Europa. Tuttavia, ciò che qui interessa è quanto di attuale ci sia nella diversa cifra filosofica di vita del mondo romano rispetto alle altre civiltà del passato, cifra che, appunto, nelle espressioni etiche più avanzate e significative, non a caso respinge soluzioni metafisiche.

Il superamento dell’universalismo sia politico, con il consolidarsi degli Stati moderni, sia religioso, dopo le 95 tesi di Lutero; la distinzione tra le finalità della morale e della politica (Machiavelli e c.); la scoperta dell’America e l’incredibile allargamento dei confini delle terre conosciute; e poi, il riaffiorare di un pensiero logico-scientifico con l’affermarsi delle prime scienze moderne e di nuove tecnologie di produzione (filatura, nautica); infine, il capovolgimento dell’Universo con la teoria eliocentrica (Galilei) e l’ipotesi di più mondi possibili (Bruno), sono le prime tappe di un percorso di lenta uscita dell’Europa dalla cultura del Medioevo, resa tuttavia più difficile nei Paesi cattolici, se non addirittura ostacolata, dalla Controriforma. In questa area culturale, più che altrove, per motivi religiosi si determina, tra la tradizione dell’Umanesimo e le ‘nuove’ verità, una crescente divergenza che causerà nei secoli a venire uno sviluppo asfittico di quella tradizione, sempre più circoscritta all’interpretazione formale e manieristica degli scrittori antichi, contribuendo, specie in Italia, condannata per ragioni storiche alla frantumazione politica del suo territorio, ad una produzione culturale di scarso spessore pratico e tendenzialmente autoreferenziale.

Di questa tradizione asfittica, formalistica, manieristica, verbalistica è, a tutt’oggi, espressione l’istituto del Liceo classico.

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