QUI RIDO IO

di Giulio Loiacono

È qualcosa che scorre nelle mie vene quello di cui sto per scrivervi.
Non certamente perché io sia il prodotto delle viscere di qualcuno correlato agli Scarpetta, ma solo perché, Felice Sciosciammocca, ed il genere tutto il mondo scarpettiano, battute comprese, mi sono state recitate, sin da bimbino, con gusto tutto partenopeo, da mia nonna-figlia di una di quelle signore della Napoli bene di fin de siecle-e da sua sorella, la più grande delle prozie che io abbia avuto modo di conoscere e che a Napoli era nata e cresciuta.
Quindi, è una voce “dal di dentro” che vi parla, che ha riso dei gesti che accompagnavano i vari: “Vicienz mi è pat a mmè”. O ancora di una frase che è un mondo intero: “Dateme e pann miej”.
Tutto ciò è avanguardia, esistenzialismo puro, circa un quarantennio prima che queste parole potessero essere acquisite alla vulgata del mondo.

Qui c’è tutta la ricerca del sé più profondo, senza mai trovarlo pienamente; tutto il tormento di una vita, che è ricerca permanente di una dimensione, che è riso profondo di se stessi e che è tristezza ed angoscia di una realtà schifosa, che non è mai desiderio di archetipo, ma che può essere desiderio di illecito, di presa in giro, di incesto, di incuria e devastazione di sé, che è carne e voglia di peccato.
Perché Scarpetta peccò per essere vivo e per coltivare il culto di se stesso. Tutti dovevano e non potevano che replicare se stesso.
Più replicava un sé malato e colmo di nequizie, come in un fascinoso fardello di colpe, più moltiplicava se stesso in numerosi “figli di n.n.”, disperdendo seme e genio. Solo pensando ai negletti De Filippo, figli nipoti, non inghiottiti da questo serraglio di nipoti/madri; figli di Re vero divenuti figli amministratori del patrimonio perché non generati dal suo seme d’arte; di nipoti/figli, sia fossero odiati o amati profondissimamente e carnalmente, come solo può essere l’amore declinabile da Eduardo Scarpetta.
E a nulla vale, nell’ottica della pellicola di Martone, la disputa giudiziaria con l’altro “sensista” del suo tempo, quel vate D’Annunzio, anche lui schiavo delle sue passioni, quella del bel scrivere e della carne muliebre.
Da vedere con misura acquisendo consapevolezza piena di quel breve barlume che vide Napoli vertice d’avanguardia del mondo intero.
https://www.santippe.it/qui-rido-io-luomo-e-lartista-scarpetta-al-centro-del-film-di-martone/

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