“QUI RIDO IO”, L’UOMO E L’ARTISTA SCARPETTA AL CENTRO DEL FILM DI MARTONE

di Carmela Moretti

Il male morale, che diviene forza creatrice. L’assenza di virtù interiori, che non inficia la potenza del genio. Un “superuomo” egoista e dominatore, che non sa tramontare. L’ultimo lavoro di Mario Martone, “Qui rido io”, è eccellente non solo dal punto di vista registico, ma perché è tante cose insieme.

Siamo nella Napoli di inizio ‘900. Gabriele D’Annunzio è già il Vate, capace di polarizzare l’attenzione nazionale con i suoi eccessi e clamori. Il primo conflitto mondiale non è ancora arrivato a scuotere gli equilibri politici, sociali ed economici.

In una Napoli fervida e creativa, in cui si fanno strada frange di intellettuali che rappresentano il “nuovo”, il commediografo e capocomico Eduardo Scarpetta è all’apice del successo. Il suo teatro dialettale “di carattere” ha spodestato la commedia dell’arte. La figura del medio-borghese Felice Sciosciammocca ha soppiantato Pulcinella. Scarpetta, interpretato da un superlativo Toni Servillo, è un uomo potente, geniale, eccessivo e immorale, circondato da un gineceo di donne e di figli legittimi e non. Tra questi ultimi, i tre fratelli De Filippo: Eduardo, Titina e Peppino.

Come in tutte le parabole felici, l’apice è destinato a imboccare una curva discendente. Il pretesto è la causa civile che Gabriele D’Annunzio, nel 1904, intenta contro Scarpetta per il presunto plagio dell’opera “La figlia di Jorio”, che diviene appunto “Il figlio di Jorio”. Ne consegue una lunga guerra giudiziaria e artistica, a seguito della quale Scarpetta deve fare i conti con i tempi che passano.

“Qui rido io” è un’opera riuscitissima, complice un cast di attori napoletani provenienti dal teatro, tra cui Iaia Forte, Roberto De Francesco, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna ed Eduardo Scarpetta, il giovanissimo pronipote proprio del protagonista.

Il film si presenta indubbiamente come un omaggio alla tradizione teatrale e musicale partenopea, la cui bellezza è destinata a restare intatta in eterno. Meravigliose sono le canzoni napoletane che accompagnano il racconto e che sono esse stesse protagoniste.

È, però, soprattutto un film filosofico: la figura di Eduardo Scarpetta ci offre una ghiotta occasione per scandagliare l’animo umano, riflettendo su tematiche che vanno dalla morale all’estetica. Non è un caso che il senso più profondo del dramma umano del protagonista sia racchiuso in una battuta pronunciata dal filosofo e critico Benedetto Croce: “E voi che sapete ridere di tutto, non sapete ridere del tempo che passa?”.

Tutta la storia è narrata attraverso gli occhi di un giovanissimo Eduardo De Filippo, che è stato il miglior erede della tradizione di Scarpetta. Seppe superarla alla grande, nel momento in cui scelse di farsi cantore del popolo.

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