«…PER MIA SALUTE…» DANTE FU MEDICO?

di Trifone Gargano

C’è un interrogativo che impegna da sempre studiosi e semplici lettori di Dante, e della sua Commedia: perché Dante si iscrisse alla corporazione del «Medici e degli Speziali»? Era medico? Aveva avuto specifica formazione per l’esercizio della professione medica? E ancora: quali sono i riferimenti alla professione medica presenti nel poema? O, più in generale, alla medicina? Alle malattie? Al dolore? Alle cure?

Per spiegare il titolo di questo mio intervento, e cioè «…per mia salute», riporterei per intero la terzina (fulminante come un odierno twitt), dalla quale è tratta l’espressione «per mia salute», che, indubbiamente, rinvia alla sfera medico-sanitaria:

Ma Virgilio n’avea lasciati scemi
di sé, Virgilio dolcissimo patre,
Virgilio a cui per mia salute die’mi; [Pg XXX, 49-51]

[Ma Virgilio ci aveva lasciati privi (scemi) di sé,
Virgilio dolcissimo padre,
Virgilio a cui mi ero affidato (die’mi)]

Com’è facilmente riconoscibile, il passo è tratto dal canto nel quale avviene il passaggio di consegna tra Virgilio, che abbandona Dante, perché oltre a lui pagano non è consentito andare, a Beatrice, la seconda guida di Dante. Un momento, dunque, tra i più delicati del viaggio di Dante, sottolineato retoricamente dalla ripetizione, per ben tre volte, del nome Virgilio, in tutti e tre i versi della terzina.

Proseguirei, in questo mio ragionamento sul quesito se Dante sia stato o no medico, se cioè avesse avuto o no una specifica formazione medica, con quello che oggi definiremmo come un selfie, e cioè con il ritratto più famoso di Dante Alighieri, a noi giunto, realizzato da Giotto (rinvenuto e restaurato di recente, nel Museo del Bargello, a Firenze, attribuito al grande maestro, e/o alla sua bottega):

Ritratto (selfie) dal quale dipendono, sostanzialmente, tutte le successive raffigurazioni di Dante:

Giotto, Michelino e, soprattutto, Botticelli (con colori vividi) hanno fissato, sostanzialmente, con le loro raffigurazioni, quello che, oggi, diremmo il dress code prevalente, di ogni successiva raffigurazione del poeta:

Dress code nel quale sono riconoscibilissimi questi elementi identitari:

  • il lucco rosso (cioè, la veste lunga fino ai piedi, accollata; la quale, inizialmente, era riservata ai medici, ai magistrati, e poi è diventata indumento comune)
  • il vaio bianco (sopra-veste)
  • il becchetto (copricapo dalle estremità appuntite)

Vestiario particolarmente sontuoso e prezioso, che, nella Firenze del XIII secolo, identificava, appunto, i medici (e i magistrati).

Per prender parte alla vita politica della città di Firenze, Dante si iscrisse alla corporazione dei Medici e degli Speziali, così come prevedevano gli Ordinamenti di Giustizia di Giano della Bella (1293), varati proprio per favorire il ceto mercantile, a danno di quello magnatizio (nobiliare).

Firenze

Forse, Dante, a Bologna, seguì le lezioni del medico fiorentino Taddeo Alderotti (1215-1295), che in quella città aveva fondato una scuola dove venivano applicati i principi di Galeno e di Ippocrate, con un metodo didattico innovativo. Alderotti, infatti, nelle sue lezioni partiva dalla lettura diretta di una fonte antica, autorevole, che spiegava nella sua lectio, per poi procedere per quaestiones, per discussioni (oggi, diremmo, per debate, a conferma, ancora una volta, che nulla di nuovo, sotto il cielo della metodologia didattica, spunta nel nostro tempo). Alderotti viene ricordato da Dante in Pd XII (v. 83), come massima autorità medica del suo tempo. Nel Convivio, invece, lo aveva citato in termini non proprio lusinghieri, per un utilizzo, a giudizio di Dante, non eccellente del volgare come strumento espressivo, nella sua traduzione in volgare dell’Etica di Aristotele, che Alderotti aveva approntato. Noto come Della conservazione della salute, questo volgarizzamento di Aristotele era stato offerto a Corso Donati, suo protettore politico, e potentissimo capo guelfo (nero) di Firenze (oltre che acerrimo nemico di Dante).

Taddeo_Alderotti

Tra il 1304 e il 1306, Dante fu a Padova, dove frequentò vari medici, fra i quali, molto probabilmente, anche Pietro d’Abano (1250 – 1316), interprete di una nuova cultura coltivata con l’apporto della scienza greco-araba. Questo medico, astrologo e filoso ebbe più volte problemi con il tribunale dell’Inquisizione.

Pietro D’Abano

Anche a Verona, Dante fu in stretti rapporti con vari medici, primo fra tutti il lettore di medicina Antonio Pelacani (1275-1327), medico di Matteo I Visconti, accusato d’eresia e di negromanzia, a cui, forse, Dante allude nella sua Quaestio de aqua et terra (conferenza tenuta da Dante a Verona, nella chiesa di Sant’Elena, il 20 gennaio 1320).

Dante, nel IV canto dell’Inferno, cita Ippocrate di Cos (V sec. a.C.), fondatore della medicina scientifica, colui, cioè, che la emancipò dalla religione, sottolineandone gli aspetti organico-biologici; Avicenna, il medico arabo (980-1037), autore del notissimo Canone, nel quale veniva compendiata e commentata tutta la scienza medica; Claudio Galeno (129-200), il medico di Pergamo, ritenuta autorità indiscussa, fino al Rinascimento; Averroè (1126-1198), il medico e filosofo arabo, autore di un celeberrimo commento ad Aristotele.

Averroè

Iporàte, Avicenna e Galieno,
Averoìs, che ‘l gran comento feo [If IV, 143-44]

Folco Portinari (1222-1289), banchiere, padre di Beatrice, fondò, nel 1288, a Firenze l’ospedale Santa Maria Nuova (tuttora attivo), tra i più antichi d’Europa.

Folco Portinari

È l’intero viaggio dantesco nell’aldilà che è un lungo cammino terapeutico. Dal buio, dal dolore, alla luce, alla beatitudine. L’Inferno come luogo del buio e del dolore:

“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
[…]
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta
come la rena quando turbo spira.
[If III, 1-3 e 25-9]

All’ingresso nell’Inferno è ciò che Dante nota: il dolore e il buio.

Il Purgatorio come luogo del cammino e della musica, della dolcezza del canto e della musica, quali strumenti terapeutici (musico-terapeutici), che danno, cioè, sollievo al corpo (all’anima):

Per correr miglior acque alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno
dove l’umano spirito si purga
e di salire al ciel diventa degno.
[Pg I, 1-6]

 

Questa dolcezza, rispetto all’Inferno (il «mar sì crudele», che ha lasciato alle spalle) Dante la percepisce sin dall’arrivo dell’angelo nocchiero, che traghetta le anime verso i lidi del Purgatorio.

Con l’immediata richiesta, che il poeta rivolge all’anima, appena giunta lì, dell’amico (e musico) Casella, di interpretargli una canzone, una qualsiasi, capace però, come un avolta, di rasserenare il suo animo inquieto e turbato

E io: «Se nuova legge non ti toglie
memoria o uso a l’amoroso canto
che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto
l’anima mia, che, con la sua persona
venendo qui, è affannata tanto!» [Pg II, 106-111]

Infine, come terza tappa salvifica del suo viaggio, il Paradiso, il regno della luce:

La gloria di colui che tutto move
per l’universo penetra, e risplende
in una parte più e meno altrove.

Nel ciel che più de la sua luce prende
fu’ io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di la su discende;
[Pd I, 1-6]

Il viaggio, dunque, che cura e che salva, il corpo e l’anima di Dante (ma anche di ciascun altro uomo, che intendesse uscire dalla selva del peccato, dalla condizione di malessere psico-fisico, così prossimo alla morte: «che poco è più morte», If I, 7).

Se provassi a fare un mero elenco delle malattie di cui Dante dà contezza nel suo poema (specie per l’Inferno), ne verrebbe fuori una enciclopedia degli orrori:

bulimia, obesità, idropisia, cecità, arsura, mal di testa, ustioni, mutilazioni, freddo, caldo, malaria, paralisi, oppilazione, balbuzie, cannibalismo, febbre, allucinazioni, anoressia, svenimento, suicidio, scorticamento, ecc. I luoghi del poema, per tutti questi acciacchi (e per altri ancora), cui rinviare sono tanti (ripeto, in gran parte nella cantica infernale).

Analogamente, per la classificazione del dolore:

  • quello degli ignavi
  • quello dei dannati colpiti dal remo di Caronte
  • il dolore degli iracondi
  • quello provocato dai graffi di Cerbero
  • il dolore provocato dalle ustioni, dal fuoco
  • quello di cui soffrono i falsari
falsari, nella X bolgia, dell’VIII cerchio

Una vera e propria classificazione del dolore, quella dantesca, che si sovrappone, oggi, alle attuali classificazioni scientifiche del dolore.

Nel poema, Dante cita gli ospedali (del resto, sopra ho ricordato che il padre di Beatrice, Folco Portinari aveva fondato a Firenze, nel 1288, l’ospedale, attivo ancora oggi, di Santa Maria Nuova):

Qual dolor fora, se de li spedali
di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali

fossero in una fossa tutti ‘nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre. [If XXIX, 46-51]

[Quanto dolore ci sarebbe (fora) se, dagli ospedali
di Valdichiana, della Maremma e della Sardegna, [nei mesi]
fra luglio e settembre, i mali

fossero riuniti in un luogo chiuso (fossa),
così era là, e ne veniva fuori un tale fetore (puzzo),
che, normalmente, esala dai corpi (membra) in putrefazione (marcite).]

Dante, inoltre, nel canto XXVIII dell’Inferno, descrive i corpi degli scismatici, divisi a metà dalla testa all’orifizio anale, con parole (e immagini) che sembrerebbero desunte da un coevo trattato di anatomia, ovvero che lascerebbero ipotizzare una diretta esperienza autoptica: sono visibili i visceri (intestino tenue), non più trattenuti dalla parete addominale, e gli altri organi (cuore, fegato, milza, polmoni):

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi, e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!

vedi come storpiato è Mäometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto. [If XXVIII, 22-31]

[Certo, una botte (veggia), per il fatto di perdere una doga, di mezzo (mezzul), o laterale, del fondo (lulla), non è così forata (pertugia), come vidi io uno, spaccato (rotto) dal mento fin dove si scorreggia (trulla). Tra le gambe gli pendevano le budella (minugia); si vedevano le interiora (corata), e lo stomaco (sacco) lurido (tristo), che trasforma in merda quel che si trangugia. Mentre ero tutto intento (attacco) a guardare lui, mi guardò e con le mani si aprì il petto, dicendo: «Vedi, dunque, come sono squarciato (dilacco)! vedi com’è storpiato Maometto! Davanti a me, se ne va, espiando (piangendo) la sua pena, Alì, spaccato (fesso) nel volto, dal mento al ciuffo dei capelli.]

Dante, con una precisione impressionante, descrive la differenza tra emorragia venosa (cfr. il caso di Jacopo del Cassero, Pg V, 73-4) e emorragia arteriosa (cfr. Bonconte da Montefeltro, Pg V, 98-9, entrambi gli esempi, dunque, collocati nel canto V del Purgatorio).

Dante dimostra di conoscere bene le teorie galeniche sulla respirazione e sulla digestione:

Sangue perfetto, che poi non si beve
da l’assetate vene, e si rimane
quasi alimento che di mensa leve,

prende nel core a tutte membra umane
virtute informativa, come quello
ch’a farsi quelle per le vene vane.

Ancor digesto, scende ov’ è più bello
tacer che dire; e quindi poscia geme
sovr’ altrui sangue in natural vasello.

Ivi s’accoglie l’uno e l’altro insieme,
l’un disposto a patire, e l’altro a fare
per lo perfetto loco onde si preme;

e, giunto lui, comincia ad operare
coagulando prima, e poi avviva
ciò che per sua matera fé constare. [Pg. XXV, 37-51]

[La parte purificata del sangue (Sangue perfetto), che non è mai assorbita (si beve) dalle vene assetate, e resta integra come un cibo rimosso da tavola, nel cuore acquista la capacità di dare forma (virtute informativa) a tutte le membra del corpo, come il sangue che circola (vane) per le vene, per nutrire e per trasformarsi (farsi) nelle membra già fatte (quelle). Questa parte di sangue, trasformata in sperma (digesto), scende dove, per decenza, conviene non dire [cioè, nei genitali], e di lì (quindi) gocciola (geme) nell’utero (natural vasello), sopra il sangue della donna (altrui). Là, il sangue dell’uno [l’uomo] e quello dell’altra [la donna] si congiungono, uno disposto a subire la fecondazione, e l’altro ad agire fecondandolo, per effetto del luogo perfetto da cui stilla (si preme) [cioè, il cuore]; e il seme maschile, congiunto al sangue femminile (giunto lui), comincia a operare, prima coagulandosi, e poi infondendo vita a ciò che ha fatto coagulare (fé constare), perché fosse materia su cui operare.]

Con ulteriore e dotta dissertazione embriologica (rinvio ai versi successivi a quelli citati).

Pg XXV, lussuriosi

Dante, dunque, dimostra di conoscere diverse patologie, e le descrive con accuratezza e con estrema precisione (direi) clinica: l’epilessia (Inf. XXIV, 112-118), la narcolessia (Inf III, 130-136), talune malattie dermatologiche (Inf. XXIX, 58-84), la malaria (Inf. XVII, 85-87), i problemi della vista (in molti canti dell’intero poema). E altri casi ancora.

Anche le scelte lessicali dantesche, in materia medica, risultano molto pertinenti, precise, ricche, di caso in caso, nient’affatto generiche. Segno, indubbiamente, di una competenza creativa che va ben oltre l’ordinario; ma anche testimonianza di un interesse specifico dantesco, e, quindi, di studi specifici seguiti, come in parte ho riferito in questo mio intervento.

I loci testuali da citare per il sorriso di Beatrice sarebbero tanti, e rischierei di annoiare il lettore. Mi limito a ricordare che il sorriso di Beatrice ha, su Dante, un potente valore terapeutico. Già dal primo canto del Paradiso, la presenza di Beatrice (e dei suoi stessi interventi verbali) si caratterizza per il sorriso delle parole:

«per le sorrise parolette brevi» [Pd. I, 95]

e ancora:

Poco sofferse me cotal Beatrice
e cominciò, raggiandomi d’un riso
tal, che nel foco faria l’uom felice [Pd VII, 16-8]

Analogamente, il sorriso di Matelda, che appare già nel XXVIII canto del Purgatorio, nel Paradiso terrestre, e che coadiuverà Beatrice nei riti di purificazione che riguarderanno Dante, alla fine del viaggio purgatoriale (fiumi Letè e Eunoè, per una sorta di idroterapia cui viene sottoposto Dante, con la duplice abluzione), come indicazione di cura algologica, nella terapia del dolore (il sorriso come atteggiamento del medico, cui il paziente si affida).

Non resta fuori dalla cultura medico-sanitaria di dante, ovviamente, l’erboristeria, le erbe officinali, a cominciare dal «dolce assenzio», di Pg. XXXIII, 86; ma anche l’erba miracolosa di Glauco (che serve a Dante per spiegare la sua trasumanazione):

«Nel suo aspetto tal dentro mi fei,
qual si fé Glauco nel gustar de l’erba
che ‘l fé consorto in mar de li altri dèi» [Pd. I, 67-9]

E sottolineo, a margine di questo mio intervento sui rapporti tra Dante e la medicina del suo tempo, che sull’erba magica di Glauco la stessa scrittrice J. K. Rowling, l’autrice del celeberrimo ciclo di romanzi incentrati sul personaggio di Harry Potter, ne ha tratto spunto, per inventare l’esistenza dell’alga branchia, un’erba magica che consente a chi la mangia di respirare sott’acqua per alcun tempo (Harry ne approfitterà per compiere un’impresa subacquea). Che è un bell’esempio di ri-scrittura contemporanea e del mito (di Glauco) e del Classico italiano (Dante).

Infine, a margine della narcolessia, della quale, molto probabilmente, lo stesso Dante soffriva, farei notare l’intervento salvifico di santa Lucia; dapprima, in If. II, al v. 97 e sgg.; poi, in Pg. IX, vv. 19-21, che prende nelle sue braccia Dante dormiente, sub specie di aquila:

in sogno mi parea veder sospesa
un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte e a calare intesa

e ancora, ai vv. 52-7:

… e disse: “I’ son Lucia;
lasciatemi pigliar costui che dorme;
sì l’agevolerò per la sua via

 

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