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PAOLO NON PABLITO

di Giulio Loiacono
Confesso di aver resistito, con molta facilità, alla tentazione di scrivere di Maradona. Non per altro. Perché Maradona è là, di fronte a tutti. È il bambino che palleggia con un’arancia in un dolce e melanconico sgranato in bianco e nero; è il divino Rigoletto che, per la gioia di tutti noi, suoi spettatori ma suoi sovrani, palleggia nel mezzo dell’Olympiastadion di Muenchen, riscaldandosi lui e “scaldando” noi. Senza parlare del goal contro l’Inghilterra, e di quello contro il Belgio, di Mexico ochenta y seis, come avrebbe detto lui.
Maradona si svela “a miracol mostrare”, parafrasando il Poeta.
Paolo Rossi, e con lui Gaetano Scirea, del quale non potei scrivere in morte per difetto di età, sono un’altra cosa.
Sono, per dirla con una nuova Arendt, “la banalità del bene”.
Anche il bene può essere banale, forse noioso, spossante, talvolta ripugnante nella sua ovvietà. Ma è la forza. Non del bene platonico, un’idea irraggiungibile, il vertice della scala delle virtù. Quello non esiste. Anche Paolo venne raggiunto da uno schizzo di male. Ma nella mia testa, almeno, lo respinse. E di quel Paolo e dell’idea che mi son figurato io, bimbettino degli anni ’70, tardi, e primi ’80, di cui vorrei parlarvi.
Di quel ragioniere di Prato, che poteva indossare gli scarpini ed essere letale nella area di rigore, ma che poteva dismettere quei panni e ritrovarlo in mezze maniche a parlarti dietro un buco nel vetro di uno sportello di un qualsiasi ufficio. Così, con la stessa naturalezza con la quale metteva, giovine, la maglietta del Vicenza fuori dal calzoncino e, sculettando, con rapide finte di corpo, ti piazzava la palla in porta. Lo faceva con ampi guizzi di classe partendo dalla tra quarti di fascia, lui nasce esterno, si direbbe oggi, anche ricorrendo “all’uccellata”, tipica del suo grande idolo, lo svedese Kurt Hamrin, che io ho rivisto in filmati d’epoca-lui non ho fatto in tempo a vederlo- e che giuocava con furbizia e classe.
Magari Paolo aveva meno classe, ma la stessa sagacia. Con una dote in più, quella che aveva anche Gerhardt Mueller, quella di sapere dove sarebbe andata a finire la palla “buona”. GB Fabbri lo vide e lo lanciò. Stiamo arrivando alla fine. Al primo Pablito, quello 1.0, quello di Argentina setenta y ocho, il più bel Paolo di sempre, già flagellato da infortuni seri. Ma era ancora lui, scattante, pieno di classe vera, già furbo e scaltro cobra più che a sufficienza. Poi il “suo” peccato. I due anni di stop. La sua immagine di bravo giovine e di bravo impiegato/campione parve offuscarsi. Ma poi venne Pablito 2.0, il Carrasco do Brasil e tutto ciò che sappiamo.
Ma dietro Pablito c’era Paolo, che sono tornato ad amare quando disse che aveva avuto la possibilità di frequentare costosissimi corsi di aggiornamento di politica aziendale gratis perché era Pablito. Quando rifiutò offerte per rimanere in quello che era un mondo che lo aveva solo ospitato. Quando accettò di commentare a modo suo le partite per la Rai con il suo guardare alle stesse “dal di dentro” con un cenno sempre alle sensazioni, agli stati d’animo, con quella lucidità e quella partecipazione di un uomo normale ad un momento eccezionale. Senza retorica, senza esasperazione.
Banalmente ma benignamente. Addio Paolo Rossi.
Con immenso affetto.

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