NOMADLAND, un film scritto, diretto, co-prodotto e montato da Chloé Zhao, USA, 2020

di Francesco Monteleone

I buoni film (e i libri ben scritti) funzionano come i simulatori di volo; ci aiutano sia a capire una certa realtà, sia a immaginare come affrontarla, nel bene e nel male. Ecco, dopo aver visto ‘Nomadland’ una cosa è certa: vivere la vecchiaia in America senza un vitalizio alto-borghese vuol dire mettersi nel mirino del diavolo.
Se in quel posto oltreoceano hai la fortuna di vivere a lungo (ma con la sfortuna di rimanere povero) il futuro si incrina, perché la morte lavora incessantemente nella tua cerchia umana, lasciandoti in una scomoda posizione di solitudine; inoltre l’anzianità ti spinge ai margini nel mondo del lavoro e la bellezza del corpo scompare perché (non avendo abitudini alimentari mediterranee) mangi cibi in scatola che sono un continuo ricambio di veleni. Infine, più si invecchia, più si diventa intolleranti verso quello che ti vogliono bene a patto che ti adatti ai loro valori.
Ecco tutto quel che succede alla protagonista del film, la sessantenne Fern dopo che ha perso le sue fonti di felicità, lì dove aveva vissuto, nello stato del Nevada.

Fern lascia la sua piccola prigione casalinga e decide di vivere nel più maestoso penitenziario che il mondo le mette a disposizione, la natura selvaggia. Fern prende un camper e fottendosene delle opinioni sclerotizzate di parenti e amici, gira gli Stati Uniti occidentali da nomade; Fern ha come unico badget a disposizione i buoni sentimenti e una ferrea volontà di libertà fisica e morale.
La visione del film in analisi genera un pacato entusiasmo verso il senso ultimo delle cose. In esso si oppongono due tesi:
1. Vivere in pianta stabile in un posto ci costringe a sostare negli incubi della civiltà industriale e l’urbanizzazione.
2. I brividi e gli struggimenti che proviamo nel riuscire a contemplare paesaggi inesplorati richiedono uno spirito di avventura che spesso dà esiti terribili.
Comunque a cinema si va a sognare per preservare la salute mentale; così dopo lo sfiancante periodo dovuto al Covid universale, ‘Nomadland’ ha sugli spettatori un effetto quasi rasserenante e di dolce divertimento filosofico.
La recitazione di Frances McDormand è un poco piatta, quasi mai al vertice delle sue potenzialità espressive, perché la sceneggiatura non ha colpi di scena. Ma l’ottima attrice, che scema non è, sa sorprenderci con poco, anzi sa commuoverci quando ci porta nello spazio solidale, eroico e interattivo dei nomadi d’America.
Questo film ha preso tanti premi, (forse troppi) ma hanno fatto bene i giudicanti ad assegnarglieli. Una storia minimale così poetica intanto ci insegna ciò che ha danneggiato l’America; inoltre è un’efficace violazione ai modelli di successo idioti che il cinema di cassetta ci propone.
E poi ‘Nomadland’ ci ha ‘costretti’ a ritornare nelle sale, un’abitudine meravigliosa che avevamo perso e che lentamente riprenderemo.

 

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