L’UNITÀ D’ITALIA E LA “RIVOLUZIONE CONTADINA MANCATA”

di Ermanno Testa

L’interpretazione gramsciana del Risorgimento come rivoluzione moderata in cui le forze conservatrici poterono esercitare la loro egemonia politica, sociale e culturale, ascrive per contrasto alle forze democratiche e radicali l’evidente incapacità di esercitare una propria egemonia. L’errore di queste forze, secondo Gramsci, fu di aver sottovalutato la questione sociale come possibile fattore dirompente nel confronto politico: essendo il nostro Paese scarsamente industrializzato e mancando perciò, a differenza di altri Paesi europei, di una classe operaia alla quale fare riferimento per un processo rivoluzionario più avanzato, l’unica forza sociale capace di produrre un profondo rinnovamento e quindi un esito politico diverso del processo unitario non potevano che essere le classi contadine. Non essere riusciti a coinvolgerle nel processo unitario ha condannato le forze rivoluzionarie più progressiste ad una debolezza di fondo e a perdere una occasione storica per un vero rinnovamento del Paese. Debolezza manifestatasi oltre che nella fase di costruzione dello Stato unitario anche nei successivi primi quindici anni di vita del Paese dominati dai governi della cosiddetta Destra storica. Dunque, il valore del Risorgimento, nel pensiero di Gramsci, si incarna nel giudizio negativo di ‘rivoluzione contadina mancata’.

Gramsci ha avuto il merito di contribuire al superamento dei tradizionali confini di una ricerca storica sul Risorgimento a forte impronta liberale, introducendo con forza la questione sociale come questione dirimente. Una valutazione a cui non è estranea forse, a lui che pure era cresciuto politicamente a contatto con le realtà di fabbrica torinesi, l’esperienza rivoluzionaria messicana di chiara impronta contadina e la stessa rivoluzione russa, almeno sul versante del contrasto alla proprietà privata terriera. Nella critica al mazzinianesimo e alla sua inadeguatezza proprio sul versante della lotta sociale pesano, evidentemente, anche le critiche a suo tempo rivolte a Mazzini dallo stesso Marx. D’altra parte la risposta, negli anni sessanta, della storiografia liberale (Romeo) all’interpretazione di Gramsci si è rivelata alquanto inefficace soprattutto per aver ridotto la questione sociale a questione economica, concentrando la propria attenzione sui processi di accumulazione capitalistica: in sostanza, da parte della storiografia liberale si afferma che se si fosse determinata nel processo di unità del Paese una rivoluzione contadina e quindi un innalzamento repentino dei consumi per oltre il 90% della popolazione italiana di allora, nel nuovo Stato, già fragile economicamente per il forte disavanzo di bilancio ereditato dalle precedenti amministrazioni preunitarie, non si sarebbero potuti creare, per accumulazione, quei capitali necessari a dar luogo alla prima moderna rivoluzione industriale italiana durante i governi di Depretis e di Crispi, esponenti della Sinistra storica subentrati alla Destra a partire dal 1876. Ma nella argomentazione di Gramsci ben diversa e di tutt’altra suggestione, in termini di riscatto sociale e di egemonia culturale e politica, è l’idea di una partecipazione contadina di massa alle vicende dell’Ottocento! Del resto, la storia non si fa con i se e, semmai, nella sua valutazione è evidente che Gramsci guardi, più che all’Italia del Risorgimento, all’Italia fascista e a quelle campagne del centro Nord che ne avevano alimentato, e non in senso figurato, i suoi inizi, riconoscendo tutta la centralità e attualità del tema. Il suo, pertanto, resta più che altro un invito a ‘guardare all’oggi’ (anni venti/trenta del secolo scorso).

E per quanto riguarda la rivoluzione politica che portò all’Unità d’Italia, tra le forze in campo, nell’insieme assai minoritarie rispetto all’enorme massa di contadini analfabeti, ostili ai cambiamenti giudicati pericolosi per gli instabili equilibri di sopravvivenza, non c’è dubbio che la parte moderata fosse in grado di esercitare una maggiore egemonia: forte di una corona e di uno Stato guida con un regime non più assoluto; capace di una visione internazionale del problema nazionale e dei necessari collegamenti diplomatici; attenta  ai processi di modernizzazione nei sistemi di produzione (agricoltura) e di collegamento (strade e vie d’acqua); aperta alla cultura e moderatamente laica e finanche, se necessario, anti papalina (Porta Pia).

Il processo risorgimentale tuttavia non avrebbe avuto l’esito che ebbe se una buona parte dei settori democratici e rivoluzionari a loro volta non si fossero resi disponibili ad un compromesso. Due vicende illustrano bene le diverse tendenze nel campo democratico: da un lato l’impresa di Carlo Pisacane, che pure era non poco attento in termini di riscatto sociale alla condizione contadina, naufragata tragicamente di fronte a un muro ostile di paura e ignoranza; dall’altro, qualche anno dopo, l’impresa dei Mille, condotta sul filo dei compromessi con grande maestria diplomatica e politica, fino all’esito finale decisivo per la nascita del nuovo Stato.

Storicamente, dunque, fu grazie al compromesso tra moderati e radicali, tra Destra e Sinistra, due forze peraltro entrambe fortemente minoritarie nel Paese, a fronte di una massa pressoché inerme se non addirittura ostile di contadini devoti quanto analfabeti, che si poté raggiungere l’Unità d’Italia.

 

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