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LE MILLE E UNA STORIA: FILOSOFIA DELLA NARRAZIONE

 di Renata Laserra

 Tutti i dolori sono sopportabili se li si inserisce in una storia o si racconta una storia su di essi”. Karen Blixen, moderna Sheherazade, in una frase breve e concisa cristallizza secoli e secoli di narrazione in tutto il loro splendore. Così, senza peccare di tracotanza, sublima le angherie dell’uomo in storie intrise di sangue e passione. A sostegno di questa tesi, infatti, la Arendt aggiunge che “la storia rivela il significato di ciò che altrimenti rimarrebbe una sequenza intollerabile di eventi’’ elargendo, aggiungerei, a colui che ne accoglie la trama, una visione ‘’super partes’’ di cui è pioniera la straordinaria potenza narrativa e non un becero moralismo “politically correct”. Viviamo in un mondo impeccabilmente modernizzato in cui, ahimè, persino l’arte viene risucchiata dall’utilitarismo e spogliata della sua funzione catartica legata al sensibile, all’estetica e ai sensi.

Karen Blixen

Ma quando è successo che l’utilitarismo ai fini meno nobili e di puro lucro prendessero il sopravvento sulla naturalezza della creazione? Prendiamo come esempio la narrazione, protagonista della nostra analisi. Il valore ancestrale della narrazione è ben diverso rispetto a quello strutturale dell’epoca moderna. Da sempre catalizzatrice di suggestioni, la parola, ancora oggi, può svincolarsi dalla sfera performante restando connessa, invece, a quella intima e personale. Che si tratti di scrittura o oralità, il bisogno di riconoscersi in una storia è riconducibile, dalla notte dei tempi, al desiderio antropologico di spiegare e spiegarsi e affonda le radici nelle primissime civiltà. In passato più che mai vigeva un processo narrativo autoprodotto, fine a se stesso, che intesseva il suo racconto sulla base di un sentire necessario piuttosto che commercializzato. A fronte di un netto e naturale processo evolutivo della specie umana e degli ambienti a quest’ultima annessi e connessi, l’arte e il sapere hanno perso autenticità in quanto, in tempo di crisi, è per la società utile solo ciò che produce profitto. Ma esistono, invero, nelle democrazie mercantili, saperi ritenuti “inutili’’ che invece si rivelano di una straordinaria utilità.  Di qui “L’utilità dell’inutile’’, come suggerisce il titolo di un saggio filosofico curato da Nuccio Ordine. Per quanto concerne il “sapere disinteressato’’, il greco Aristotele poneva alla base della sua riflessione la distinzione tra “schiavi’’ e ‘’uomini liberi’’. Questi fatidici uomini liberi, (che nel duemilaventi verrebbero scherniti in quanto esseri mitologici dalla dubbia origine) secondo il filosofo, non hanno problemi di tempo; non devono dar conto a nessuno; non frequentano i tribunali; possono dedicarsi spassionatamente ad un apprendimento che appaghi l’anima e sia terreno fertile per il godimento dei sensi. Curioso è che in “Lettere a un giovane poeta’’, Rilke consideri l’esperienza artistica “inutile’’; (in quanto, teoricamente, libera e svincolata) incredibilmente vicina a quella sessuale, alla sua doglia e alla sua gioia; solo diversa forma di una stessa brama e beatitudine.

Senza percorrere il trampolino di lancio per voli pindarici, occorre sviscerare un caso specifico in cui, almeno in parte, si crea un intreccio tra la dimensione carnale e quella narrativa, racchiuse in un’unica catarsi.  Si tratta di una delle testimonianze letterarie più antiche preesistenti, alla stregua delle opere omeriche, i cui autori sono misconosciuti: Le Mille e una Notte. La celebre raccolta di racconti orientali sfoggia contaminazioni egiziane, indiane, persiane e della profetica mezza luna fertile. Durante la narrazione, attraverso la figura di Sharazade, viene svelato il potere salvifico della parola, e non solo. La trama, a grandi linee, è la seguente: l’Impero Persiano è nel vivo della sua fioritura. Sharishad, allora re di Persia, posto un tradimento statogli inflitto dalla moglie, è in preda ad una smodata misoginia: ineluttabilmente decide che ogni giorno, al sorgere dell’aurora, avrebbe ucciso una giovane schiava dopo averci consumato un rapporto sessuale. L’astuta Sharazade, a fronte delle sue capacità persuasive e della sua spiccata capacità narrativa, decide di escogitare un piano per porre fine al supplizio. Da una parte, la complicità di sua sorella; dall’altra, la parola come arma di difesa: Allo stesso modo in cui ogni notte Penelope disfaceva la sua tela per non consegnarsi nelle mani dei proci, Sharazade racconterà ogni notte una storia al sultano rimandandone ciclicamente la conclusione. Guadagnandosi, così, il respiro. Speculare alla ciclicità dei suoi racconti è il ciclo di novelle (di cui Sharazade è narratrice) che costituiscono il vivo della silloge favolistica quale Le Mille e una Notte. Di qui, il racconto nel racconto.  La libidine del sovrano diviene, invece, speculare alla sua sete d’ascolto: nel locus amoenus circoscritto nella stanza di Sharishad la ritualità carnale degli amanti affianca quella pioetica dei parolieri si intreccia in un unico amplesso che, composto da amb (intorno) e plectere (intrecciare), significa in primis ‘’abbracciare’’. Inoltre Sharazade, all’interno della cornice narrativa, si appropria di un ruolo ambivalente: quello di narratrice di storie e quello di portatrice della sua storia personale, in quanto essere umano.

Tutte le donne e tutti gli uomini possiedono una storia. Questa storia inizia con la nascita e dipana il suo svolgimento in itinere, nel corso dell’esistenza, sino a giungere al suo epilogo che sopraggiunge pari passo con la morte. Qualunque cosa, d’altronde, comincia per finire. Come affermava Sartre ne “La Nausea’’, “L’avventura non si lascia mettere appendici, non acquista significato che con la sua morte’’. Proprio la morte, dunque, incorpora l’esperienza nel concept finale di una storia, che è tale se terminata. Nessuno può di fatto conoscere la sua storia. Nonostante ciò, ogni essere umano desidera smodatamente padroneggiare il racconto della propria storia ed è disposto a imbellettarla e impacchettarla superficialmente pur di procacciarsene il significato più profondo. Questa necessità non nasce, forse, proprio dall’incapacità di sapersi coniugata al bisogno, opposto, di ri-conoscersi? “Chi sei?’’ Il rituale della presentazione ci viene inculcato sin dalla tenera età. Cresciamo, così, con la consapevolezza intrinseca di dover avere ininterrottamente una storia a portata di mano da presentare: la nostra.

Nell’odierna, liquida, società baumaniana, la nostra storia deve essere presentata al meglio: è un prodotto di cui siamo i promotori. La nostra storia, o ciò che spacciamo per tale, inevitabilmente ci caratterizza. Ora, non prendiamoci in giro: nessuno vuol essere presentato o meglio, oserei dire, venduto, in una forma che non sia l’esternazione del suo meglio. Lampante è l’esempio di un bel vestito che ci calza a pennello. Ma, ricapitolando, se una storia può essere considerata tale soltanto dopo che sia stata scritta la parola fi-ne, come può un bambino nel fiore dei suoi giochi d’infanzia poter rispondere al raccontare la sua storia? E dunque presentarsi? In ausilio subentra l’origine: l’eredità della storia che i nostri antenati hanno in parte già scritto. A noi vivi spetta proseguirne la stesura allo stesso semplice modo in cui il Dio di alcuni, e la Natura di altri, ci ha chiamati ad esistere.

Non ci vien chiesto null’altro che vivere, certo, con tutto ciò che l’operazione comporta. La nostra origine, tuttavia, non va confusa con la nostra storia. Di quest’ultima noi siamo fautori, ma non abbiamo l’onore di poterci sedere a godere dell’opera finita.

Nel corso del nostro tempo, nondimeno, ci capita di ricevere la nostra storia in regalo da un altro paio di mani. Nel saggio narrativo- filosofico “Tu che mi guardi, tu che mi racconti”, Adriana Cavarero propone l’esempio degli amanti: Nell’exploir del loro amplesso intellettivo gli amanti si consegnano vicendevolmente le proprie storie per poi riceverle indietro con il valore aggiunto di una nuova chiarezza espositiva e di un certo candore esplicativo. “Raccontami la mia storia’’. Ogni essere umano, secondo la Cavarero, desidera ricevere da un altro il racconto della propria storia: solo gli altri possono scorgere il disegno di un’identità e raccontarlo in sua presenza.

Lo stesso accade con la psicoanalisi. Lo psicoanalista rielabora e restituisce il racconto ai suoi interlocutori, in questo caso oggettivandone la soggettività senza però sminuire la personalissima sfera emotiva. Lo story-taker rielabora il flusso dello story-teller. Interessante, a tal riguardo, è il caso di Ulisse.  Ad Ulisse, nell’intreccio narrativo che è l’Odissea, è concesso il privilegio di udire con le proprie orecchie il racconto della sua storia che, attenzione, prescinde dalla sua origine. Ci troviamo alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, quando “Nessuno’’, nelle vesti di straniero, nonché ospite, prende parte al banchetto, al quale è chiamato anche l’aedo Demodoco. Il cantore declama tre poemi, due dei quali sono la lite tra Odisseo e Achille e lo stratagemma del cavallo di Troia. Ulisse, che sino a quel momento era stato “Nessuno’’, riconosciutosi nella narrazione e riconosciuta l’ineguagliabile potenza di quest’ultima, si abbandona al suo umanissimo pianto. Pur non controllando affatto la storia che proviene dalle sue azioni, si può affermare che Ulisse riesca a “produrne’’ la narrabilità, puntualizza Hannah Arendt. “Ben oltre la sua morte, i posteri sapranno chi era Ulisse. La stessa radice etimologica che lega la forma, Kleos, al nome proclamato a voce, Kledon, fa coincidere nell’eroe l’unicità del nome proprio e quella assicuratagli dalla fama postuma della propria storia.’’

Francesco Hayez, Ulisse alla corte di Alcinoo

La figura dell’aedo, come quella di Sharazade, posso essere riconducibili al “conteuse’’, narratore interessato alle storie e al modo di raccontarle, ruolo che aderisce alla pluralità del mondo accogliendo l’intreccio narrativo che le vite si lasciano dietro. La filosofia, che è architettura dell’invisibile, e l’arte tutta, in quanto specchio dell’anima, secondo l’utilità dell’inutile possono ancora, dopo secoli, sublimare la narrazione e non strumentalizzarla, che è ben diverso dal farsi strumento di lettura del testo che è spazio a multiple dimensioni e sguardi. La filosofia della narrazione non può che figurarsi parallelamente al proprio percorso di vita, essendone però comunque estensione nella misura in cui “il mondo è pieno di storie perché è pieno di vite’’ e ancora “essere ligi alla storia significa essere ligi alla vita’’che è, allo stesso tempo, elaborazione e rielaborazione, entrambe raggiungibili unicamente mediante l’azione.

 

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