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“LA VITA DAVANTI A SÉ”: GRANDE STORIA, GRANDISSIMA ATTRICE, REGIA DISCRETA

di Carmela Moretti

Con una Ferrari rossa fiammante, anche il paesaggio più anonimo acquista valore. È stato in un certo senso il colpo di genio del regista Edoardo Ponti: convincere sua madre, la grande Sophia nazionale, a tornare sul set per un ruolo da protagonista nel film “La vita davanti a sé”. A 86 anni, la Loren riluccica ancora per fascino e carisma; nell’espressione, nelle movenze, nella voce, la stessa intensità di quella Cesira che sessant’anni fa le valse un Oscar come migliore attrice protagonista. Ed ecco che una “pellicola” tutto sommato discreta, come questa diretta dal figlio Edoardo, si ritrova a sfolgorare in qualche punto.

“La vita davanti a sé” è disponibile su Netflix dal 13 novembre. Sceneggiata da Ponti e Ugo Chiti, è la trasposizione dell’omonimo romanzo di Romain Gary, pubblicato nel 1975 e vincitore dell’ambito premio Goncourt.
Siamo in un quartiere multietnico di Bari, dove la diversità prova a ricomporsi in un’unica sinfonia. La Loren interpreta Madame Rosa, un’anziana ebrea sopravvissuta all’Olocausto, con un passato da prostituta; come forma di redenzione, ospita in un alloggio modesto i bambini di altre giovani prostitute. A un certo punto la sua storia incrocia quella del piccolo Momò, interpretato da Ibrahima Gueye: è un ragazzino orfano di origini africane, che all’inizio, prima di essere orientato, sceglie la strada della malavita. Si tratta di un meraviglioso incontro di anime: i due personaggi si fiutano, all’inizio si respingono, poi finiscono per riconoscersi e attrarsi irrimediabilmente, superando pregiudizi e diversità. Alla fine della storia, sarà proprio Momò – che nel frattempo ha imparato a essere una versione migliore di sé stesso – a esaudire l’ultimo desiderio della sua, ormai stanca, Madame Rosa.

L’opera di Ponti funziona a metà. La regia è come una minestra un po’ scialba, manca quel pizzico di sale in più che avrebbe fatto la differenza, complice anche un testo di non facile trasposizione. Ciò vale soprattutto per la prima metà del film, che ci presenta una costellazione di personaggi giustapposti, ma la narrazione stenta a decollare e, quindi, ad appassionare.
Non mancano, però, due-tre punti di forza, che ne rendono interessante e gradevole la visione.
È indubbiamente una bella storia, una di quelle storie che fanno bene al cuore: parla di solidarietà, di sostegno, di tolleranza. Quando le dita sfiorite di Madame Rosa intrecciano quelle piccole e nere di Momò la commozione si fa intrattenibile.
Dell’eccellente interpretazione della Loren abbiamo già detto tutto, ma nel cast ci sono anche altri ottimi attori che meritano di essere esaltati, come Renato Carpentieri, Iosif Diego Pirvu, Abril Zamora, Massimiliano Rossi e Babak Karim.
Ultimo punto di forza – ma chi vi scrive forse è di parte – è Bari. La città resta sullo sfondo, appare vaga, non diventa mai un’ambientazione dai contorni realmente definiti. Essa appare soltanto a chi sa vederla, in qualche scorcio, in qualche ripresa. E ci sembra lo scenario più adatto per raccontare il riscatto, l’integrazione e l’amore, come una specie di ultima pennellata che arricchisce la tela.

 

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