LA MORTE DI CESARE: NEL RACCONTO DI QUELL’AVVENIMENTO QUALCOSA NON QUADRA

di Nicola Fiorino Tucci

È sicuramente l’assassinio più famoso dell’Antichità, più conosciuto del fratricidio biblico o del matricidio neroniano; al suo confronto regge esclusivamente la Crocifissione di Cristo ma solo perché si tratta di un deicidio, al quale l’uccisione di Cesare ha pur prestato alcuni tratti fondamentali come il tradimento perpetrato nella cerchia dei seguaci, l’atteggiamento stoico della vittima al momento della morte, il martirio subito dal suo corpo nonché il suo incontestabile carisma. Del resto, l’assassinio di Cesare ha rappresentato una svolta epocale nella Storia Occidentale su cui non ci si stancherà mai di indagare malgrado non si riesca a rispondere alle domande più banali che esso pone: perché un dittatore a vita, pur preventivamente informato del pericolo, è andato incontro alla sua morte? Perché nessuno dei presenti in senato lo ha difeso? Perché la reazione istituzionale e pubblica all’omicidio è stata così lenta ed inconcludente?

Già, perché? Eppure Cesare sapeva. Sapeva che lo aspettavano nella Curia per ucciderlo. Lo sapeva non per le premonizioni avute nei giorni precedenti né per il sogno raccontatogli dalla moglie, Calpurnia, quella mattina fatale, ma, più semplicemente, perché un dittatore non può non avere una rete di informatori, perché un autocrate deve disporre di un servizio di controspionaggio, diremmo oggi. Eppure, in senato c’è andato lo stesso. E da solo, raccontano i biografi dell’epoca. Il che non è vero: non può essere vero perché non s’è mai visto che un uomo potente rinunzi alla sua incolumità, licenziando gli incaricati di proteggerlo, come si dice lui avesse fatto poco tempo prima con i duemila soldati hispanici, la sua fedele guardia del corpo. Eppure, in un Senato sovradimensionato, perché lui ne aveva aumentato notevolmente il numero dei componenti, e sovraffollato, perché convocato per approvare la spedizione contro i Parti, fortemente voluta dallo stesso Cesare, nessuno si accorge di quanto sta accadendo attorno al dittatore appena arrivato. Eppure, con le voci che, certo da tempo, corrono di un’imminente congiura, qualche senatore guardingo o curioso doveva pur esserci in giro, quella mattina delle Idi di marzo del 44 a. C.. Invece, sembra che non ci fosse nessuno. Nessuno che si accorga in tempo reale di quel che sta accadendo. Che intervenga. Che chieda aiuto. Per evitare un omicidio. E che omicidio! Non un furto o un’ aggressione, si badi bene. Un assassinio, premeditato e condiviso, di un uomo potente. Anzi, del più potente uomo di Roma. Ed inoltre, perché il cadavere è rimasto sulla scena del crimine un paio d’ore prima che tre servi, chiamati pur da qualcuno, lo abbiano mestamente caricato su una lettiga per portarlo a casa come una vittima qualsiasi, un quis de populo da restituire ai parenti per l’officio funebre? No, nel racconto di quell’avvenimento così tragico e famoso qualcosa non quadra. Più di qualcosa, in realtà.

Riprendiamo dall’inizio, quindi. Nel tragitto da casa sua al senato, 400 metri non di più, Cesare non procede da solo perché lo accompagnano tante persone (i littori, i questuanti, gli amici), che, però, appena il dittatore entra nella Curia, si volatilizzano. Ad attenderlo in Senato c’è, poi, tanta gente che pende dalle sue labbra: infatti, si discute di una spedizione militare in Oriente, una decisione importante per l’impegno finanziario, le risorse umane e la logistica dei trasporti ch’essa richiede. È scontato, quindi, che ad attenderlo ci siano decine di persone, sue fedelissime e non. Tanti che, a delitto commesso, non muovono il classico dito per spostare il cadavere, abbandonato lì, sul pavimento, e coperto dalla toga lacerata dalle tante pugnalate. Insomma, stando ai resoconti ufficiali, tutti i presenti sono impegnati in altro tranne che nel soccorrere un corpo, di un vivo o di un morto poco importa. Perfino il console, Marco Antonio, uno dei fedelissimi di Cesare, è fuori dal Senato a parlare con un tizio importuno e petulante e non si accorge che il suo dominus viene ucciso! Nel fuggifuggi generale, seguito all’uccisione, nessuno pensa a chiedere l’intervento della forza pubblica per bloccare gli autori di un assassinio, che è un doppio reato in quanto perpetrato contro un uomo e contro l’alta carica istituzionale che egli ricopre. Anzi, sembra che tutto sia rallentato: anche la reazione dello Stato avviene molto dopo, troppo dopo, è lentissima e si limita a ricercare inutilmente i congiurati ma dopo aver dato loro tutto il tempo per mettersi in salvo, lontano, molto lontano.

Non ci siamo. Davvero, tutto non quadra! Non può essere andata come ce l’hanno pur raccontata. Anche perché quale uomo, scaltro, cinico, violento, diffidente, com’era Cesare, lascerebbe mai che in senato un nemico dichiarato gli si avvicini confidenzialmente, un altro gli si disponga alle spalle, un altro ancora lo inchiodi alla sedia? E poi chi non chiamerebbe aiuto o non reagirebbe? Certo, è suggestivo, in un’ottica puramente teatrale Shakespeare docet), immaginarlo coprirsi la testa con la toga mentre riceve le pugnalate, non fargli emettere stoicamente un sol grido, anzi fargli riconoscere, con viva sorpresa, che un figlio, sia pure adottivo, sia un traditore; ma, se questa è stata anche la tragica realtà dei fatti, ricordiamo che un essere umano, davanti al pericolo di morte certa, grida, si dimena, reagisce. Ed invece la tradizione storica dell’episodio, in maniera concorde ed univoca, ci presenta un Cesare che non grida né reagisce né si dimena. I testimoni, presenti o assenti all’ omicidio, Cicerone in primis, non forniscono poi notizie in più, limitandosi ad esprimere soddisfazione o rammarico per la sua morte, a seconda del rapporto che li lega a Cesare. Sic stantibus rebus, proviamo ad affacciare un’ipotesi alternativa a quella narrazione ben poco convincente, che sedicenti storici o critici distratti ci ammanniscono da secoli. E muoviamo da dati incontrovertibili: la congiura, la morte violenta, la reazione delle autorità. La congiura c’è stata sicuramente ma ha un burattinaio, che lavora nell’ombra. Un uomo potente come Cesare non casca da solo in un agguato preparato accuratamente et coram omnibus: non siamo a casa o nella reggia, che possono risultare deserte o poco frequentate in una determinata occasione; non c’è un tribunale, popolare o aristocratico, che ne ha proclamato la (giusta) fine. Siamo nel Senato, luogo istituzionale presidiato e difeso da guardie pubbliche. L’ omicidio non può essere stato commesso così apertamente senza che nessuno intervenga in una sede, ripetiamo, affollatissima: il senato convocato per un’importante decisione. E la reazione delle autorità sarà stata pronta se non immediata: l’assassinato è pur sempre il padrone di Roma!

A questo punto, c’è da chiedersi chi sia riuscito ad organizzare una serie di situazioni contro il “tiranno”. Chi possa aver indotto Cesare, garantendogli la sicurezza, ad entrare in senato da solo. Chi abbia dissuaso qualcuno dall’intervenire in quanto stava accadendo sotto i suoi occhi. Chi sia riuscito a rallentare il corso delle indagini e della giustizia contro gli assassini. Forse, lo stesso che, solo qualche giorno prima, ha messo Cesare in cattiva luce volendo incoronarlo pubblicamente, che è amico di alcuni congiurati, che ha proibito ai littori di seguire il dittatore sin nel senato, che si è trattenuto con un seccatore all’ ingresso della curia, che ha tardato nell’intervenire contro gli assassini, i cosiddetti cesaricidi, consentendo loro di mettersi in salvo sul Campidoglio. Insomma, Marco Antonio. L’unico a Roma, in quel 15 marzo del 44 a. C., ad avere tutto sotto controllo e ad essere interessato alla morte del dictator, l’unico a poter succedergli senza colpo ferire. L’unico ad avere una mente lucida e crudele. Il solo ad essere il vero erede del defunto spietato dittatore.

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