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IPERMESTRA E IL LETTO NUZIALE

di Gabriele Colella

Il ruolo giocato dal letto nuziale nella quattordicesima epistola della raccolta Ovidiana delle Heroides merita un’attenzione particolare. Nella lettera scritta da Ipermestra al suo Linceo, infatti, il talamo e il letto non sono solo il luogo prediletto in cui la protagonista si lascia pervadere dalla paura e dalle tensioni (come nel caso di Penelope, Ermione, Medea e Laodamia); la camera da letto è anzi spettatrice del momento di massima tensione narrativa della lunga diegesi che si insinua nella lettera di Ipermestra: è proprio sul giaciglio matrimoniale, infatti, che la coniunx, sollevata per tre volte l’arma per uccidere il marito, per tre volte non assesta il colpo: pia com’è a Linceo (her. 14, 45-46 Non ego falsa loquar: ter acutum sustulit ensem, / ter male sublato reccidit ense manus), decide di risparmiarne la vita. Fatte queste debite considerazioni preliminari, passiamo alla disamina delle occorrenze dell’immagine del letto nuziale in her. 14. È degno di nota il primo riferimento al giaciglio matrimoniale:

In thalamos laeti – thalamos, sua busta! – feruntur
strataque corporibus funere digna premunt (her. 14, 31-32)

Ipermestra viene condotta in Prigione, Maestro di Tablot. Miniatura di un manoscritto del XV sec., oggi alla British Library di Londra.

La sezione diegetica è appena cominciata. Le figlie di Danao – spiega Ipermestra – sono condotte nel palazzo del grande Pelasgo; gli stessi fuochi accesi sugli altari, come suggerito dal v. 26 (dantur in invitos impia tura focos;) sembrano rifiutare (invitos) la rituale offerta dell’incenso come inorriditi dall’eccidio che le nuove spose stanno per perpetrare. Così, inebriati dal vino e barcollanti, i figli di Egitto sono fatti accomodare nelle stanze nuziali che presto sarebbero diventate le loro tombe. Una sottile ironia pare animare il distico appena menzionato. Un occhio allenato alla penna di Ovidio, non potrà infatti non scovare, celato tra il verso 31 e 32, l’ardito parallelismo tra il lectus genialis, il giaciglio condiviso con la sposa, e il lectus vitalis, il letto funebre (l’archetipo del motivo è da rintracciare nella letteratura greca, nell’Antigone di Sofocle, v. 891 Ὦ τύμβος, ὦ νυμφεῖον), a livello sintattico suggerito dall’accostamento di thalamos a sua busta al v.31. Inoltre, un indubbio effetto ironico sortisce l’utilizzo del verbo fero in collegamento a laeti. Da un lato, infatti, il predicato fero, quanto più in diatesi passiva, evoca l’idea del trasporto di corpi privi di vita; dall’altro invece laeti, in chiara contrapposizione rispetto al verbo, esprime la serenità dei fratelli di Linceo, ignari del destino cruento che li attende. Ancor più, ha dell’ironico il fatto che i figli di Egitto, laeti, si adageranno sulle coltrici che, a chiare lettere, sono descritte funere digna, cioè ‘degne di funerale’. Al di là della tagliente sagacia che spesso l’autore lascia serpeggiare nel testo, soffermiamoci sui termini che pertengono all’immagine del letto nuziale. Ancora una volta più che thalamus, interessa strata, ulteriore alternativa, meno specifica di lectus e torus, per alludere al letto. È inoltre saggio non sottovalutare l’aggettivo cui ricorre il poeta per descrivere gli uomini che si lasceranno condurre nelle camere matrimoniali dalle rispettive mogli: laetus. Come esimersi dal confrontare la condizione dei figli di Egitto con quella delle restanti eroine della raccolta ovidiane, che, tutt’altro che liete, si abbandonano al proprio letto nuziale? A proposito ricordiamo che Penelope è frigida (her.1, v.7), fredda; Medea è saucia (her.12, v.57), ferita. Ma, è forse quello con Ermione il confronto più interessante: mentre la moglie di Oreste giace infatti gemente e ululante nel proprio letto in preda alla maestita più disarmante (Her. 8, 107-108 Nox ubi me thalamis ululantem et acerba gementem / condidit in maesto procubuique toro), i fratelli di Linceo animati da laetitia sono guidati nei

talami dalle proprie spose. Il rapporto antinomico di maestus e laetus non può non suggerire un inconfutabile rimando intertestuale tra l’ottava e la quattordicesima epistola, ennesimo inconfondibile segnale dell’uniformità tematica e linguistica che sottintende alla raccolta delle Heroides. Ma non indugiamo e proseguiamo con la disamina del motivo del letto nuziale in her. 14. Consideriamone adesso la seconda occorrenza:

Sanguis abit, mentemque calor corpusque relinquit,
inque novo iacui frigida facta toro. (her. 14, 37-38)
 

La coniunx, nei versi immediatamente precedenti, sostiene di aver captato i gemiti dei cugini moribondi. Presa consapevolezza che la sua sensazione è reale, all’eroina viene meno il sangue e, stesasi sul letto, si sente raggelare. È in un torus (come già Ermione) che Ipermestra si lascia vincere dalla paura. Fa riflettere l’aggettivo novus. Il termine si riferisce al fatto che le nozze tra i figli di Egitto e le figlie di Danao e, quindi, tra Ipermestra e Linceo, siano appena state celebrate (la descrizione, seppur fugace, della cerimonia occupa i versi 25-28 dell’epistola). La coniunx, similmente alle altre eroine, compresa la sorte crudele dei cugini, è assalita dalla paura proprio nel letto. Non è un caso che la coniunx si tormenti proprio nel giaciglio nuziale, nonostante, prima di quella notte, mai si sia distesa su quel letto. Tale circostanza sembra confermare che le coniuges non sono spinte, nell’offrire le proprie lacrime al letto nuziale, da un rapporto affettivo nei confronti dello stesso ma anzi, più che altro, presumibilmente, dal fatto che il lectus rappresenta il simbolo del loro matrimonio. Questo fa del letto nuziale il luogo ideale per il dolore di coniuges il cui matrimonio è minacciato dall’assenza dei mariti o, come nel caso di Ipermestra, dall’imperativo di uccidere il novello sposo.

             La somiglianza tra le parole di Ipermestra e quelle di Penelope è innegabile. Il verbo cui le due coniuges ricorrono è il medesimo: iacere (iacuissem in her. 1, 7; iacui in her. 14, 38). In secondo luogo, entrambe le coniuges si sentono raggelarsi: non solo, in her. 14, è ripresa la specificazione frigida (her. 1, 7; her. 14, 38), ma Ipermestra aggiunge che il suo essere diventata (v. 38 facta) frigida è il risultato di sanguis abit e mentemque calor coprusque relinquit. Nel descrivere il cedimento dell’eroina, il poeta latino gioca con la somiglianza tra la sintomatologia della paura e quella della morte. Il pallore, la freddezza, la compromessa lucidità mentale sono peculiarità condivise da chi sia pervaso dalla paura come dalla morte. In particolare l’essere frigida di Ipermestra, è il risultato dell’agghiacciante situazione in cui la violenza del padre e delle sorelle l’ha messa. Il suo è un impietrirsi, congelarsi, dovuti al riverbero umano provato al cospetto del dover compiere un gesto di inaudita violenza. È questo il valore di frigida in her. 14 che non corrisponde a quello di her. 1, 7. Che frigida, riferito a Penelope, ne definisca l’astinenza sessuale o l’imperturbabilità, è certo che non si tratta, come nel caso della quattordicesima epistola, dell’effetto della paura, del timor (her. 14, 49 Sed timor et pietas crudelibus obstitit ausis) che ‘raggela’ la protagonista.

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