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IN RICORDO DI GREGOR SAMSA

di Renata La Serra

Ho sempre trovato affascinante l’idea quell’omino insignificante e senza un volto ben preciso che è stato Gregor Samsa prima di risvegliarsi una mattina da sogni tormentosi e ritrovarsi nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco.

Ne ‘’La Metamorfosi’’ Franz Kafka ne racconta l’involuzione sino alla sua morte evidenziando gli aspetti più scabrosi e terrificanti della trasformazione, dell’estraneazione, della perdita d’identità e dell’incomunicabilità che ne deriva.

Solo, abbandonato, in un mondo e in un corpo che non gli paiono più familiari ma ostili e sgradevoli, Gregor Samsa si ritrova steso sulla sua stessa schiena dura come una corazza. Si sente in pericolo. Vorrebbe fuggire. Ma da cosa? Da sé stesso? Dal suo stesso corpo?
La sua camera è costituita dalle solite quattro mura: viste coi suoi nuovi occhi da insetto forse appaiono più grandi, incutono timore. O forse no, forse sono l’unica superficie a cui potersi aggrappare oltre al pavimento; forse sono motivo di svago, e camminarci sopra come agli umani non è concesso fare, potrebbe essersi rivelata l’unica attività interessante da sperimentare nella sua nuova forma. Rinnegato dai genitori, disprezzato dalla sorella, nutrito per pietà, rinchiuso nella sua camera dopo aver subito la metamorfosi. Metamorfosi. Trasformazione. Passaggio di stato. In zoologia e botanica, evoluzione da uno stadio all’altro.

Da meta- oltre – e morphé- forma. Sin dalla notte dei tempi la mitologia ci fornisce accattivanti esempi di metamorfosi d’uomo- o d’una parte dell’uomo, soprattutto in animale. Basti pensare alla maga Circe nell’Odissea che trasforma in porci i suoi ammiratori o alle Metamorfosi di Ovidio per il quale tutto può trasformarsi in nuove forme. Le forme di Ovidio evidenziano infatti la complessità di ogni elemento umano e naturale dispiegandone la diversità. Il poeta latino descrive meticolosamente la carne viva dei suoi personaggi che muta e cambia forma.

Lo scrittore Italo Calvino, durante le sue ‘’Lezioni americane’’ presso l’Università di Harward, parlando di trasformazioni parte dallo stato fetale della letteratura, nonché la mitologia, prendendo come esempio le Metamorfosi e raccontando l’Ovidio che narra una donna che sta trasformandosi in giuggiolo: i piedi le rimangono inchiodati per terra, una corteccia tenera sale poco a poco e le serra le inguini; fa per strapparsi i capelli e ritrova la mano piena di foglie. O ancora delle dita di Aracne, agilissime nell’agglomerare e sfilacciare la lana, nel far girare il fuso, nel muovere l’ago da ricamo e che a un tratto vediamo allungarsi in esili zampe di ragno e mettersi a tessere ragnatele.

Per Vitangelo Moscarda, invece, la metamorfosi avviene per mezzo di una percezione. La scoperta di una, per così dire, deformità che dà il via all’ascesa verso il delirio e l’alienazione. L’identità frammentata pirandelliana che scorge il riflesso d’una verità soltanto nella fugace presa di non-coscienza dell’io ritagliato in Uno, Nessuno e Centomila ruoli. Il delirio del nostro Gregor Samsa, invece, è uno soltanto così come una è l’identità che gli viene cucita addosso come sua seconda ed oramai unica pelle: pelle d’insetto. Pelle viscida, pelle disumana che sicuramente, però, si presta a ben due punti di vista: quello esterno, della famiglia che lo allontana pian piano, e quello del protagonista, che si repelle ma non si può allontanare né, tantomeno, modificare.

Le pagine kafkiane che lo descrivono lasciano libertà d’immaginazione circa l’aspetto, le caratteristiche e la vita di quest’ultimo prima della trasformazione.

Di lui soltanto ci è dato sapere che fosse un commesso viaggiatore che viveva con la madre e con la sorella. Nell’immaginario collettivo aveva precedentemente consumato un’esistenza triste e scontata. Così se lo immaginano i più: un ometto, o forse ancor meglio un omuncolo basso, dal portamento un po’ goffo, magari con una lieve gobba sulla schiena che lo costringeva a stare sempre un po’ ricurvo su sé stesso. Con degli occhietti piccolissimi e incavati tra le rughe del volto, quasi impossibili da scorgere con degli occhialetti piccolissimi a nasconderli ulteriormente.

Un omuncolo schivo, solo, svuotato del significato della vita ancor prima di passare ad altra vita e volare così tanto in basso da trovarsi schiacciato dalla sua corazza, fatto di una superficie molliccia. Un ometto privo di senso già in partenza, così insipido da essere paragonabile ad un insetto. Un insetto grande, marrone, sudicio, causa stessa del suo male. Gregor Samsa. Lo si potrebbe immaginare con la fronte madida di sudore mentre consuma un pasto puzzolente illuminato dalla luce smorta della sua cucina in chissà quale ombroso posto del mondo crogiolandosi nella sua solitudine e mandando giù a forza i bocconi della minestra. Oppure succhiandone il brodo avidamente e leccando il cucchiaio sino a renderlo visibilmente lindo per la foga di divorarne il contenuto. Tuttavia, se il nostro Gregor si trasformasse in un insetto soltanto per accostamento, e dunque per coronare la realizzazione di sé in un essere insignificante, non ci saremmo a parer mio soffermati su diversi fattori e intenzioni dell’autore. Emblematico è infatti l’accostamento dell’uomo con l’insetto.
Abbiamo sempre guardato all’insetto come un essere del tutto insignificante, all’ultimo posto della piramide alimentare.

Al di là del ruolo scientifico, però, gli insetti non sono le creature più insignificanti sulla faccia della terra se non altro perché danno fastidio. Mi spiego meglio: se gli insetti fossero davvero insignificanti come paiono, la specie umana (la più pericolosa) non cercherebbe così frequentemente di schiacciarli, non farebbe uso di insetticidi o, nel migliore dei casi, non indicherebbe loro la via d’uscita aprendo gentilmente porte e finestre affinché possano finalmente volare via.

Allora mi domando: quante volte additiamo come insignificante colui il cui significato, semplicemente, ci infastidisce? Per disapprovazione o per invidia che sia. Quante volte, piuttosto che prendere consapevolezza del ‘’fastidioso’’ ronzio di qualcun altro, proviamo in tutti i modi a zittirne la voce?

Gregor Samsa, prima di morire in un angolo della sua stanza potrebbe essere stato un omuncolo di poco conto e poca passione, lungi da me tesserne un’apologia. Ma potrebbe anche essere stato me, o te; il tuo vicino di casa di cui maledici giornalmente il troppo baccano o quella persona lì che ha sempre tanto, troppo da dire. Forse nel bene. Forse nel male. Gregor Samsa, per me, è stato un essere umano che si è sentito diverso, incompleto, incompiuto e non per questo banale, anzi. Mi piace pensare a lui come un essere umano scomodo, di quelli che fanno rumore e danno fastidio per farsi sentire, di quelli che proprio come gli insetti, o i grilli parlanti, hanno sempre da ronzare di qui e di lì.
L’insignificanza sta nel mezzo, l’insignificanza non riceve abbastanza stimoli da trasformarsi in qualcos’altro, bello o brutto che sia. L’insignificanza non produce, né induce azioni. Il bello tanto quanto il brutto, invece, provoca reazioni.

Il mio Gregor Samsa, prima della trasformazione, era un uomo speciale. Distinto. Non conforme. Non conforme alle richieste di una società che plasma, risucchia, paralizza. Distante dagli standard. Non contenibile. Non etichettabile. Non noiosamente uguale a sé stesso. Talmente sfuggente da farsi insetto, difficile da acchiappare. Talmente sfuggente da prendere il volo. Volo ahimè durato poco per via degli schemi, delle imposizioni, della famiglia, a tal punto da portarlo a rimbalzare a terra con un gran tonfo: Gregor si sveglia insetto, straniero. Gregor è minuscolo ma da fastidio. Allora è grande, è ingombrante.

Il suo solo esistere sotto le nuove spoglie lo condanna a impersonare una coscienza impossibile da mettere a tacere se non ignorandone silenziosamente il senso. Se non condannandolo a quello che sarà il suo infausto destino da insetto. Da ultimo.
O, più semplicemente, da diverso. Se le radici del pensiero umano filosofico e poetico, se l’esperienza sensibile ed empirica di noi stessi in relazione al mondo ci insegnano il mantra del divenire; se l’arte e l’artigianato ci forniscono la pazienza del modellare e trasformare; se la scienza e la fantascienza ci mostrano i misteri del cambiare pelle proprio come mutanti, la storia ci mostra l’altra faccia della medaglia: la condanna dell’ ‘’altro’’.

 

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