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IL PAESE DEGLI INNOCENTI

di Carmela Moretti

“A casa comando io, perché i miei non ci sono mai. Faccio tutto quello che voglio…”.

Quando a pronunciare queste parole è un dodicenne, rinsecchito, chiuso in se stesso come un riccio, che la mattina arriva a scuola con le occhiaie e un viso smunto, proprio non puoi fare a meno di pensarci su.

E te lo immagini in una casa vuota, a riscaldare mezza dozzina di bastoncini Findus in un microonde comprato apposta per lui, per poi incollarsi tutto il pomeriggio davanti al suo videogioco preferito, quello che ora va per la maggiore tra gli adolescenti: Fortnite. Poi in serata, la porta di casa si spalanca e lui vede rientrare sua madre, ancora con la divisa da lavoro sotto il cappotto: dopo un saluto appena accennato e un panino ingurgitato insieme a una pastiglietta per sedare l’ansia, lei va a letto vinta dalla stanchezza.

E allora suo figlio – il cui padre ha pensato bene di scappare da tutto questo qualche anno prima – continua a giocare indisturbato ai videogiochi fino a tarda notte, come fa ormai tutte le sere da qualche mese. La mattina seguente si trascinerà svogliatamente a scuola, dove qualcuno proverà a insegnargli i verbi, le frazioni, la lingua inglese, la bellezza della vita, la morale, il rispetto per gli altri, la fiducia, l’amore. Un’impresa titanica, insomma.

Ancora. Avete mai visto gli occhi di un minorenne che ha subìto abusi da un genitore?

Sono muti. Non dicono niente, non riflettono niente, non scintillano, non s’infiammano, non versano una lacrima. Sono lì, inermi e incolore, a testimoniare un abisso dal quale il ragazzo risalirà a fatica. Il dramma purtroppo è enorme, troppo grande per quelle spallucce piccole e ricurve: prima le violenze, poi la confessione, gli psicologi, gli assistenti sociali, infine l’allontanamento del genitore, i tribunali per l’affidamento all’unico genitore degno di questo nome, con l’orco che, però, ogni tanto si ripresenta e avanza pretese. E allora l’incubo ritorna a turbare quell’equilibrio instabile costruito mattone su mattone.

Ecco, dinanzi alla crudeltà e all’ingiustizia di alcune storie, che si toccano con mano ogni giorno, viene soltanto voglia di mandarle al diavolo certe famiglie e certe ideologie da quattro soldi, come quelle che si stanno celebrando in questi giorni nel congresso di Verona.

E  soprattutto, vien voglia di prendere per mano tutte le vittime di violenze fisiche e morali nate proprio in famiglia, che purtroppo quasi sempre sono bambini e adolescenti, per portarli nell’unico posto in cui meriterebbero di stare: nel Paese dell’innocenza, accanto a persone perbene – siano esse etero, omosessuali, sposati, conviventi o divorziati – che li amino e li rispettino.

Perché gli slogan e la propaganda politica sono una cosa, ma la realtà che si consuma in molte case purtroppo è un’altra.

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