Il lunedì con la scienza. ANDARE IN PENSIONE FA DAVVERO BENE ALLA SALUTE?

di Giacomo Losavio, neurologo e neurofisiologo clinico

Andare in pensione è un cambiamento della propria vita. La domanda allora sorge spontanea: ma andare in pensione fa bene alla salute?

In un modo o nell’altro il pensionamento è un cambiamento e quindi comporta l’esigenza di nuovi equilibri. La tanto agognata pensione potrebbe avere più svantaggi che altro, affermano recenti studi. Ecco perché farlo più tardi può essere la scelta migliore per tutti.

Gli italiani (ma anche le altre popolazioni europee) chiedono di andare in pensione sempre prima, eppure posticiparla conviene e fa bene alla salute. È quello che sostiene l’esito di uno studio pubblicato su Cdc preventing chronic disease nel 2015 (e recentemente ripreso da Milena Gabanelli per la rubrica Dataroom del Corriere). Non si tratta di una provocazione, bensì di una vera e propria ricerca scientifica eseguita su un campione di 83.000 persone, secondo cui il pensionamento tardivo è utile a combattere l’invecchiamento cognitivo e l’isolamento sociale. Si escludono, ovviamente, dal campo di ricerca i lavori usuranti per i quali gli svantaggi del pensionamento sono secondi ai benefici.

La stessa conclusione è condivisa anche dalla Società italiana di gerontologia e geriatria, che nel 64° congresso del 2019 ha confermato che il pensionamento incide negativamente sulla salute, nonostante in molti siano portati a pensare il contrario. In particolare, lo studio italiano ha rilevato che nei primi 2 anni di pensione aumentano gli episodi cardiovascolari, la depressione e il ricorso ai medici, con un incremento compreso fra il 2% e il 2,5%. Insomma, andare in pensione tardi fa bene alla salute, sia fisica che mentale. Non solo, a conti fatti pare che andare in pensione più tardi faccia bene anche al portafoglio. Questo vale anche per l’Italia, seppur in misura inferiore ad altri paesi come il Giappone, gli Stati Uniti e la Svezia. Diamo un’occhiata ai dati. Chi sogna di andare in pensione, magari con un po’ di anticipo sfruttando la finestra di quota 100 è avvertito: entro i primi due anni dal momento in cui si va in pensione aumentano gli eventi cardiovascolari, la depressione e il ricorso a medici, specialisti e terapie. Gli studi dicono che l’incidenza aumenta tra il 2 e il 2,5%. A dirlo non è l’Inps o il ministro del Lavoro (preoccupati dalla tenuta dei conti della nostra previdenza), ma i geriatri che hanno fatto il punto durante l’ultimo congresso nazionale della Società italiana di geronotologia e geriatria a Roma.

Il messaggio che arriva dai geriatri è chiaro: «Non desiderate pazzamente di andare in pensione, perché non sapete che cosa vi aspetta. Preparatevi per tempo ad affrontare quel senso di vuoto e inutilità che può nuocere gravemente alla salute».

A parte le persone che hanno avuto una vita lavorativa molto usurante, chi è malato, chi ha cominciato in età molto giovane, in generale la pensione crea fragilità e peggiora lo stato di salute.

Per i geriatri, l’uscita dal lavoro ha una valenza anche sociale ed etica e ricadute da non sottovalutare: andare poi in pensione prima del previsto, ad un’età di appena 60 anni, quando si è ancora in forze e si sta bene, non fa solo male alla salute, fa male alla società.

Per chi lascia il lavoro il rischio è soprattutto quello di deprimersi, in tutti i sensi. Il periodo post-pensione crea infatti una fase di fragilità con sintomatologie fisica e cognitiva: la pensione per la maggior parte delle persone, rappresenta una soglia che coincide con l’idea di essere inutili. Quello che avvertiamo noi medici, è che uscire dal mondo del lavoro sia peggiorativo anche per la salute percepita, cioè che essere fuori dal lavoro incida sul modo di sentirsi dalle persone stesse, sia fisicamente che psicologicamente: essere pensionati innesca un meccanismo che fa sentire nell’ultima fase della vita, non più coinvolti, fuori da tutto. L’uscita dal processo produttivo, la mancanza di un impegno nella società, il senso di marginalizzazione – pesa sulla salute e i medici lo toccano con mano.

Dagli studi emerge una esperienza diversa tra ceti abbienti e non, tra persone istruite e pensionati con minori risorse culturali. Chi ha meno strumenti e reddito più basso, ha anche maggiori problemi di salute  Non è da sottovalutare, inoltre, un dato molto importante. Con la pensione la maggior parte delle persone vede diminuire il proprio potere di acquisto. Peggio ancora per chi decide di usufruire di leggi che consentono l’uscita anni prima rispetto al raggiungimento dell’età e che perdono una percentuale notevole di reddito. Con il risultato che un settantenne, pur avendo lavorato per 40 anni, rischia di diventare un nuovo povero e di non potersi permettere le cure di cui ha bisogno.

 

 

 

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